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I Breakfast Club non hanno scritto pagine di storia della musica, né hanno riscosso successi multimilionari che sono rimasti impressi indelebilmente nell'immaginario collettivo, tuttavia la loro storia è di quelle così singolari da meritare d'esser raccontata. Il primo nucleo della band prende forma a New York, nel 1979, allorquando, in piena epoca New Wave, il singer Dan Gilroy decide, assieme al fratello e chitarrista Eddie, di formare una band che segua la scia dei grandi che in quegli anni affollano il palco del CBGB's. Ai due ben presto si unisce la bassista Angie Schmit,
mentre per il posto dietro le pelli Dan pensa alla sua ragazza, un'italoamericana di talento e belle speranze alla quale ha appena insegnato la pratica di base per suonare non solo la batteria, ma anche la chitarra e le tastiere. Quell'italoamericana di nome fa Madonna Louisa Veronica Ciccone, ed infatti è proprio grazie alla sua personalità, evidentemente già allora piuttosto straripante, che per la band arrivano i primi problemi: ben presto la futura popstar avverte di essere "sprecata" dietro un drumkit, pertanto si prova a riciclarla come tastierista e backing vocalist. La mossa non è sufficiente: Madonna mira a diventare lead vocalist, ruolo che il suo amato Dan non pare disposto a concederle, così, in concomitanza con la fine della loro relazione sentimentale, la ragazza lascia la band definitivamente. Anche Angie Schmit ha da poco fatto le valige: queste defezioni decretano quella che per i Breakfast Club sembra una fine prematura.
Madonna nel frattempo diventa la cantante degli Emmy, band dal sound leggermente più Punk della precedente, ma si tratta ancora una volta di un gruppo di breve durata. Dopo qualche demo che riscuote buoni consensi la band si scioglie, sancendo di fatto l'inizio della remunerativa carriera solista della cantante. Paradossalmente la fine di quel gruppo degna la rinascita dei Breakfast Club, poiché proprio Madonna introduce i fratelli Gilroy a Gary Burke e Stephen Bray, rispettivamente bassista e batterista, rimasti disoccupati dopo la separazione degli Emmy. Ritrovata una formazione stabile, i Breakfast Club iniziano dunque a concentrarsi sulla propria musica, nell'economia della quale i sintetizzatori acquistano sempre maggiore importanza (non dimentichiamoci che siamo nei primi anni ottanta). Per un attimo sembra arrivato finalmente il momento dell'esordio discografico, grazie all'interessamento della ZE records (la stessa label dei Was Not Was), con la quale i nostri sottoscrivono addirittura un contratto nel 1983, anche se tutto è destinato a sfociare in un nulla di fatto, con i Breakfast Club che lasciano ben presto la casa discografica ancor prima d'aver pubblicato qualcosa. Pare infatti che la
ZE li avesse usati come "esca" per avere Madonna, la cui popolarità stava iniziando a crescere, come ospite su "Shake Your Head", brano dei Was Not Was che finirà poi con l'esser cantato addirittura da Ozzy Osbourne. Per nulla indebolita dagli eventi, la band prosegue la sua attività live sperando nel concretizzarsi di nuove offerte.
Contemporaneamente Stephen Bray continua a collaborare con Madonna, per la quale scrive parecchi successi di quegli anni ("Into The Groove" e "True Blue" su tutti), e probabilmente il notevole successo di questa partnership contribuisce (almeno in parte) a convincere una major quale la MCA a puntare finalmente sui
Breakfast Club, che così passano buona parte del 1986 in studio a preparare finalmente il disco di debutto. L'esordio omonimo arriva nei negozi nei primi mesi dell'anno successivo, ed è senz'altro un classico minore del SynthPop anni ottanta (più pop e meno synth nello specifico). Il disco mostra una band ormai dal sound maturo, vellutato, talmente adulto da toccare l'AOR in certi momenti (va segnalata a tal proposito la presenza di Dann Huff dei Giant tra gli special guest), un buon esempio in questo senso può essere la malinconica opener "Never Be The Same". "Breakfast Club" si muove bene tra atmosfere dolci ("Kiss And Tell") e momenti ritmati ("Specialty" o "Rico Mambo", che
alla lontana richiama la celeberrima "Shock the Monkey" di Peter Gabriel), dimostrandosi qualcosa in più di un semplice fuoco di paglia splendente di luce riflessa. Il singolo "Right On Track", che si muove sui binari del SynthPop più ballabile, apre alla band anche le porte delle classifiche, restando probabilmente il punto più alto, commercialmente parlando, della sua carriera. La stessa "Right On Track" è inoltre oggetto di uno spettacolare remix da parte del noto Jellybean Benitez (del quale ebbi la sfortuna di acquistare un cd oltre una decina d'anni orsono) che diventa un piccolo club-hit.
L'album mette dunque al fuoco parecchia carne in maniera soddisfacente, mostrando una band
disinvolta nel cimentarsi in contesti sonori di sufficientemente vari (comunque entro certi limiti) ed aprendo molteplici potenziali strade da percorrere in un prossimo futuro; tuttavia proprio quello che sembra uno dei maggiori pregi del disco finisce con il segnare clamorosamente la fine
del gruppo. Quando infatti i quattro si riuniscono in studio per gettare le basi di secondo full lenght appare chiaro che ormai c'è poca sintonia tra di loro: ognuno ha le sue idee apparentemente inconciliabili con quelle degli altri, segno che le solite "divergenze musicalI" sono entrate anche a casa dei Breakfast Club. Con tanta buona volontà
la band continua ugualmente a registrare, ma a lavori conclusi nessuno si dice soddisfatto; si tratta della goccia che fa traboccare il vaso, tant'è che la band finisce con il separarsi ancora prima che il disco, intitolato "The Breakfast Club 2", venga ufficialmente pubblicato.
La MCA ovviamente non ritiene opportuno per le sue tasche licenziare l'album di una band ormai sciolta, così l'uscita del come-back viene cancellata, scrivendo per sempre la parola fine su un gruppo che in dieci anni di carriera ha raccolto molto meno di quanto ha seminato. Di Gary Burke e dei fratelli Gilroy si avranno notizie contrastanti e frammentarie, mentre Stephen Bray continuerà a dedicarsi alla sua remunerativa carriera di produttore e songwriter (collaborando con Kylie Minogue tra gli altri). In eredità ci lasciano un unico disco, un
piccolo classico misconosciuto degli anni '80 che purtroppo ha goduto di un briciolo di popolarità solo a causa della lontana parentela con una certa popstar. Scrivere queste righe era il minimo che potessi fare per rendere nel mio piccolo giustizia ad un lavoro tanto piacevole quanto sottovalutato.
Tony
Aramini
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