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Titolo: |
Svidd
Neger |
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Regia: |
Erik
Smith-Meyer |
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Cast: |
Thor-Inge
Gullvåg
, Kjersti Lid Gullvåg
, Guri Johnson
, Eirik Eliassen Junge
, Kingsford Siayor
, Frank Jørstad |
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Genere: |
Commedia |
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Nazionalità: |
Norvegia,
2003 |
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Durata: |
1h
29' |
Data
l’impossibilità di trovare, tramite la normale distribuzione,
l’esordio al lungometraggio di Erik Smith-Meyer, fino a poco tempo fa
Svidd Neger per me era sola la splendida colonna sonora di un film
norvegese, ultima opera – quantunque volutamente separata dalla
discografia ufficiale – degli Ulver. E mettere, finalmente, le mani sul
lavoro, sottotitolato in inglese e incorniciato da quelle splendide
musiche che tante volte ho ascoltato chiedendomi quali scene avessero il
compito di commentare, è stata senz’altro una bella cosa; e questo
nonostante il primo impatto non sia certo stato dei più felici.
Innanzitutto proprio l’uso che il regista fa della colonna sonora lascia
inizialmente perplessi: il film è musicato praticamente per tutta la sua
durata, scelta questa senz’altro partecipe della cifra stilistica
dell’opera, ma che mi è sembrata un po’ infelice.
E’ comunque la stessa sostanza di Svidd Neger, commedia surreale e
grottesca, arricchita qua e là di elementi tragici e orrorifici, a
spiazzare lo spettatore. La storia si svolge in un luogo imprecisato e
sperduto della Norvegia, in un’epoca contemporanea di cui i protagonisti
però, immersi in una condizione primitiva e premorale, percepiscono solo
qualche sparuto riflesso; conosceranno la civiltà solo tramite il confuso
racconto del bislacco Norman, civiltà intesa da Anna, bellissima figlia
del vedovo alcolizzato Karl, come scappatoia da un mondo arido a cui altri
non hanno avuto problemi a piegarsi, magari, come Karl stesso, solamente
per diventarne re; re di un luogo lontano da tutto, ma re pur sempre.
Si
svolge così uno scontro sotterraneo fra rivoluzione ed istituzione che è
anche scontro generazionale, in cui ogni personaggio è vittima ma anche
carnefice, mosso da interesse personale o dalla ricerca del piacere
spiccio, o dalla ricerca di futura stabilità e serenità o da quella di
una remota e ingenua felicità, da consumarsi il più lontano possibile
dal campo di battaglia che è, e pian piano diverrà in modo palese,
quell’agglomerato di baracche, mucche e vecchi trattori di cui Karl
rivendica orgogliosamente il “regno”.
Accade
così che, una volta che ci sono stati presentati pulsioni e sentimenti
degli strani abitanti di questo strano mondo, una serie di eventi, su
tutti l’entrata in scena di Norman come parte attiva nella trama in una
sequenza filmica semplicemente surreale, rompono la quotidianità della
sgangherata fattoria portando ad un circolo vizioso che si chiuderà con
un crescendo parossistico di violenza. Prima della conclusione c’è
spazio per poche notti di amore autentico, innocenza strappata ad una
luogo che sembra aver corrotto tramite una cupa e rassegnata legge di
sopravvivenza chi ne è dentro da più tempo; ma ancora una volta tutto
viene sconvolto da eventi casuali, fra situazioni paradossali e trovate
esilaranti, fino all’intervento del Deus ex Machina invocato in apertura
del film. E alla fine non ci sarà nessun negro bruciato, grazie a dio.
Emanuele
"Maraska" |