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Si
può vivere felici, abbandonando i desideri materiali che generano
sofferenze e sono fonte di conflitti, tornando a vivere in uno stato di
natura dove i beni essenziali sono più che sufficienti e dove nuovi
valori come fratellanza, gentilezza, rispetto, regolano la vita delle
persone? Per le comunità Amish americane si può, anzi si deve.
Abbandonare il denaro, il lusso, il progresso fonte di pigrizia,
l’invidia dettata dal possesso e tutto ciò che è fonte di peccato, per
rinnovare la società, che dovrà fondarsi su valori spirituali e non più
materiali. Ma se questo isolamento fosse, oltre che voluto, anche imposto?
Magari da “creature innominabili” che ci obbligano al distacco,
all’isolamento della società? Questo è quello che succede nel
villaggio dove vivono Edward Walker (William Hurt) e Alice (Sigourney
Weaver), due degli Anziani, figli di coloro che scelsero di abbandonare la
civiltà, a volte spietata, per isolarsi in un mondo bucolico guidato
dalle regole dell’armonia, ma che da esso non poterono più fare
ritorno, perché la strada compiuta attraverso il bosco era infestata da
creature mostruose; ma anche i giovani Lucius Hunt (Joaquin Phoenix), Ivy
(Bryce Dallas Howard) e lo "scemo del villaggio" Noah
(interpretato da Adrien Brody), più esuberanti dei loro “vecchi” e
desiderosi di affacciarsi al mondo esterno, pronti a sfidare i rischi del
bosco, per portare un po’ di mondo esterno nella loro comunità.
Ma
questa è solo una piccola parte della trama del film “The Village”,
ennesima prova del regista M. Night Shyamalan, nato in India nel 1970, ma
cresciuto a Philadelphia, che dopo il travolgente “Il Sesto Senso” ci
aveva regalato altri due episodi piacevoli, ma davvero non all’altezza,
come “Unbreakable” e”Signs”. Con quest’ultimo lungometraggio,
accolto in USA in maniera a dir poco tiepida, Shyamalan invece torna a
stupirci, complice anche stavolta, un finale a sorpresa degno del suo
primo film.
La
trama, probabilmente ispirata anche dai fatti dell’11 settembre e alla
fobia dell’”altro” che essi hanno generato, ha il pregio di non
cadere mai nel banale. Sfruttando i canali lynchiani della psicologia come
fonte di tutta la realtà che ci circonda e come in un novello Hitchcock
(da cui ha preso il vezzo di firmare le sue pellicole con piccoli cameo)
di suggerire senza mostrare, di creare continua suspance, il regista
indiano confeziona una pellicola dove nulla è abbandonato al caso, senza
sovrannaturali colpi di scena, ma dove stavolta tutto diviene estremamente
reale, credibile e spaventoso. site www runnymede college com employmentemployee motivation recognition
Inoltre
le scene girate con telecamere a spalla, le ambientazioni sbiadite, fredde
e le presenze invisibili, rievocano il cult horror “The Blair Witch
Project”. Ma “The Villane non è vero un horror, né forse tutto
sommato un’opera morale o politica. La sua vera essenza risiede nella
paura dell’ignoto, del viaggio dentro la mente umana e di ciò che si
nasconde nei suoi arcaici meandri sottoforma di retaggio.
Ottima
la fotografia firmata da Roger Deakins, che ci mostra sfumature di ocra e
di marrone di cui non si sospetterebbe l'esistenza. Così come il cast,
farcito di stelle, sulle quali brilla Bryce, figlia di Ron Howard,
probabilmente la migliore delle sue “creazioni”.
Matthew Hopkins |