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Finalmente anche in Italia ci si sta accorgendo dell’ottimo stato di salute di cui il cinema asiatico, horror e non, gode. Dopo aver scoperto “Ringu” nella versione americanizzata di “The Ring” e aver visto arrivare sul mercato DVD il brillante “Rancore” di Takashi Shimizu, anche il circuito delle sale cinematografiche si apre alle pellicole orientali di genere horror, avendoci prima proposto “The Eye” e “Phone”, e oggi “Two Sisters” del coreano Kim Jee-Woon.
Senza svelare troppo la trama, che per un film horror equivarrebbe a rovinarne la visione, cercherò in queste righe, di delinearne i caratteri salienti. La storia si basa su una classica leggenda folcloristica della penisola asiatica, “Janghwa & Hongryeon”, che in patria ha già ispirato altre pellicole, e dal quale il regista ha tratto personalmente la sceneggiatura. Due sorelle molto attaccate tra loro, una famiglia come (ahimè) tante altre, un padre assente oltremodo, qualche trauma familiare di troppo e un ritiro un po’ forzato in una isolata villa di campagna, piena di vecchio mobilio e con due belle altalene cigolanti in giardino, fanno da cornice ai fatti. Anzi ora che ci penso, anche un misterioso pontile privato che dà sul laghetto, che fa molto “Le verità nascoste”…Gli ingredienti per un’inquietante pellicola ci sono tutte. Se a questo punto vi viene da pensare alla fin troppo sfruttata idee dei gemelli (pensiamo a capolavori come “Sisters” di Brian De Palma e “Inseparabili” di David Cronenberg) o comunque dei fratelli consanguinei, della loro capacità di isolarsi, di creare linguaggi e modi segreti di comunicare, di costituire un’unica imperscrutabile identità, sappiate che così non è! O meglio: le sorelle appaiono semplicemente come una casualità, che gioca sicuramente la sua parte nel scatenare il tutto, ma che non ne costituisce il motivo portante. Infatti la storia si snoda più sui binari di un horror-thriller psicologico, molto più affine a “Shining” (dove anche lì compaiono le gemelline), o a “Spider” dello stesso Conenberg: cinema di sottile confine fra realtà (malata) della mente umana e paranormale reale, di cose non spiegate, di sovrapposizioni temporali, di inquietanti fuoricampo. Un cinema che piace a noi italiani memori delle prime grandi prove di Dario Argento. E ancor più affascinante perché ricco di quel gusto esotico di leggende lontane, dei fantasmi di cui l’Asia è ricca al contrario che da noi. Nonché di quei colori estremamente forti e brillanti rosso e blu), nei quali si nascondono le misteriose zone d’ombra, e della fotografia tipica delle pellicole asiatiche, illuminata da freddo bianco e verde, in grado di rendere asfissianti alcune scene interne (come se non bastassero i fatti!). Un’ultima considerazione va alla colonna sonora, minimalista e inquietante, ma soprattutto al sonoro stesso, davvero disturbante in alcuni momenti, per quei ronzii, quegli scatti e quei botti esplosi al momento giusto, in grado davvero di farti balzare dalla poltrona!
Un film per tutti coloro che credevano che l’horror fosse ormai divenuto vittima dei suoi stessi clichè, condannato a diventare la parodia di se stesso (“Scream”), che al contrario gli orientali stanno pian piano risollevando. E l’ombra del remake hollywoodiano è ormai alle porte… service pack
Matthew Hopkins |