AREZZO WAVE 2005
(Antony & The Johnsons, LCD SOundsystem, The Kills, Soulwax et al. )

AREZZO - 15/16 LUGLIO 2005

In qualche punto del reportage bisognerebbe certamente puntualizzare come Arezzo Wave resti negli anni il più meritorio tra i festival musicali italiani, e non solo per il fondamentale fatto di essere gratuito: organizzazione efficiente, cortesia, vocazione multiculturale e competenza musicale sono alla base di un’onorata storia ormai quasi ventennale. Ma queste cose sono sempre state dette, per cui limitiamoci a sottoscriverle e concentriamoci sulle esibizioni degli artisti visti nelle giornate di venerdì e sabato. Prima però ricordiamo il taglio ai finanziamenti attuato da qualche anno a questa parte dall’ineffabile amministrazione comunale di centrodestra, che ha portato ad una minore presenza di nomi di grande richiamo (con la sfortunata aggravante del forfait dei Motorhead), con conseguente flessione di pubblico. Peccato…però il lato positivo di potersi insinuare in prima fila al momento degli headliner non è affatto da sottovalutare.

 

Arrivando allo Psycho Stage intorno alle 18 del venerdì riesco a sentire solo le ultime due canzoni del concerto di Giorgio Canali (CSI, PGR) coi suoi Rossofuoco. Da quel poco però ho intuito un gran bel rock “sonico” e granitico, con testi incazzosi e visionari. Mi è bastato se non altro da sprone a cercare qualcosa di una carriera solista finora colpevolmente ignorata.

Il palco posto nel verde dell’ex ospedale psichiatrico per oggi chiude già i battenti, e non mi resta che trasferirmi allo stadio per gli spettacoli del main stage.

 

Quando salgono sul palco i Substance M la platea è a dir poco imbarazzante: una decina scarsa di persone dà un ascolto distratto al duo composto da un dj ed un vocalist, con il primo impegnato ad assemblare violente basi electro-noise-industriali ed il secondo a sbraitare in un microfono filtratissimo. Magari su disco o in un club non saranno male, ma qui non c’entravano proprio niente.

 

La Maugeri presenta lo spettacolo degli iraniani 127 come un evento storico che ha richiesto immani sforzi diplomatici per realizzarsi: commovente, anche se i giovani e volonterosi ragazzi non suonano che un onesto rock cantautorale che vorrebbe ispirarsi a Bob Dylan ma- sarà per la presenza del trombone- ricorda più che altro i Cousteau. Niente che richiami la tradizione del loro paese, osserva qualcuno, ma d’altronde sarebbe come pretendere che tutti i gruppi italiani suonassero tarantelle.

 

Le Peuple De L’Herbe sono un ampio gruppo multietnico francese che suona il classico melting-pot tra musica etnica, hip hop (molto), reggae ecc. Tipo Negresses Vertes e roba così, con un certo impatto. Ovviamente non può chiedere di meglio il pubblico di freak-hippie-alternativi-no global... io invece ne approfitto per mangiare.

 

Cibelle, presentata come un fenomeno da Mixo e la Maugeri (ma loro presentavano tutti come fenomeni) è in realtà una timida ragazzina brasiliana che suona un’elettronica in battuta bassa con vaghi accenni di samba. Pallosa anzichenò, mi allontano dallo stadio per cercare birra a buon prezzo, e quando torno sento dire che ha eseguito anche un non precisato pezzo dei Nirvana. Mah…

 

Per fortuna arrivano i pezzi da cento, ed i Soulwax presentano uno tra gli spettacoli migliori della due giorni. Look sobrio e riconoscibile, perfetta integrazione tra rock e basi elettroniche. Il loro meglio lo danno proprio nell’impatto sprigionato dall’incrocio tra riff anche assai hard e squadrati beat da dancefloor. Un genere ormai quasi definibile come classico, che loro però eseguono al meglio, non proponendo nessuna delle tediose ballate che appesantivano il primo disco. Grandi “Any Minute Now”, “Conversation Intercom” e la fatidica “Too Many Dj’s”, bello anche il cameo della giapponesina degli LCD Soundsystem, prima di un finale infuocato da veri metallari mancati. Un gruppo che non è forse particolarmente fotogenico, ma che sta seguendo la sua strada con grande serietà ed una buone dose di talento. Ottimi.

 

The Kills non mi avevano impressionato già al Flippaut 2003, ma qui riescono a fare di peggio. Dunque, appurato che non sono neppure granché originali (vedere Suicide e X), da dove nasce tutto l’hype? Perché non si può certo dire che la loro musica sia bella, con un chitarrista che ogni tanto si risveglia per grattare qualche riffaccio e la cantante che più che contorcersi come una tarantolata…dicono che però sia molto sexy a fare così, ma allora potrebbe farlo anche intorno ad un palo e senza cantare, no? Sopravvalutati fino alla morte.

 

Ero curioso invece di vedere questi LCD Soundsystem, rappresentanti definitivi della scena punk-funk newyorkese. Ovvero la scena più cool del momento, a sentire le riviste che contano. L’inizio è tentennante, con James Murphy che si rivela tutto tranne che un frontman: look sciatto, orecchio da produttore pignolo che prova ogni strumento ed armeggia continuamente con nastro adesivo per mettere a posto la batteria. Lo show però non tarda a decollare, e ben presto lo stadio pieno per metà si ritrova a ballare indiavolato. Chiarito a scanso di equivoci che ad un concerto dei Talking Heads del 1980 avremmo ascoltato più o meno la stessa roba, gli LCD hanno un groove ed un tiro che non ti aspetteresti. Tirano fuori un sacco di bei suonini, e lo stesso Murphy è un falsettista di tutto rispetto. Poi: la celebre “Losing My Edge” è davvero notevole, ed il finale con una digressione “screamadelica” è da paura. Non saranno dei geni ma sono bravi, e parecchio.

 

La notte è giovane, e da buon metallaro che vuol fare quello aperto di mente mi precipito al centro congressi per la lunga appendice disco di Elettrowave. Quattro piste, un sacco di gente impasticcata ed altrettanti rocker curiosi con tanto di maglie di Slayer, Iron, Rancid, Quireboys (quello ero io).

Nella stanza principale c’è gente tipo Farfa, la pista indiana con Talvin Singh tra gli altri è ahimè poco frequentata, ma d’altronde anch’io come tutti sono curioso soprattutto di vedere la gente di Soulwax e LCD Soundsystem nella veste di dj. Prima però c’è una bizzarra giapponesina di nome Mu, che fa capriole e squittisce improperi su una base preregistrata di disco-punk tamarrissima. Disgustorama.

 

La sorpresa (qualcuno parlerà di evento) è che 2 Many Dj’s e James Murphy collaborano d’amore e d’accordo, si alternano e si uniscono in consolle per un lungo percorso all’insegna del groove definitivo. Molta electro, molto funk più o meno punk, parecchia house. Piuttosto limitati gli incongrui inserti rock che hanno fatto coniare il termine bastard pop: ricordo solo una deplorevole versione remix di “Sweet Child O’Mine”. Comunque i capoccioni sul palco pompano di brutto, peccato che ad una certa ora finisco per cedere e andare a dormire, da buon discotecaro improvvisato.

 

La mattina successiva arrivo al Wake Up Stage con quella mezz’ora di ritardo che mi fa perdere i veneti Eterea, ma purtroppo non buona parte dello spettacolo del pugliese Mauro Petri. Reggae roots con testi peace&love. Ma io odio il reggae roots con testi peace&love.

 

Rodolfo Montuoro, artista selezionato dalla rivista Strumenti Musicali, è un cantautore e poeta accompagnato da un nutrito gruppo che permette sofisticati arrangiamenti. Sicuramente raffinato, però alle 11 di mattina dopo una notte passata a ballare non è l’ideale contro il torpore.

 

I molisani Poa non sarebbero neanche male nel loro hard rock italiano alla Ritmo Tribale di “Mantra”, peccato che la loro prospettiva inizi e finisca con il grunge, e di tutto quello che c’è stato fuori dal periodo ’91-’95 non sembrano affatto curarsi. Comunque con soli tre pezzi non c’è tempo di annoiarsi.

 

Finalmente però arriva il momento degli attesissimi Offlaga Disco Pax, gruppo già di culto a giudicare dai testi recitati a memoria da buona parte del pubblico. “Socialismo Tascabile” è certamente il disco italiano rivelazione degli ultimi tempi, e l’esecuzione di buona parte dei suoi fantastici pezzi non può che convincere. Anche se il gruppo non pare certo nato per suonare dal vivo: Collini diverte ma è un po’ estenuante nell’ostentare seriosità, gli altri due sono estremamente precisi ma non certo scenografici nel cambiare continuamente strumenti e spippolare le manopole delle basi. Comunque spassosi ed intelligenti, con i momenti clou rappresentati dai lanci al pubblico di wafer Tatranky e chewing gum al Cinnamon.

 

Dopo la pausa pranzo con giro in centro storico è già il momento del Psycho stage, inaugurato dai Planet Brain,uno dei tanti gruppi indie italiani cui pare indispensabile cantare come Jeff Buckley (che poi ci riuscissero) e adottare i suoni dei Radiohead dei primi dischi. Loro condiscono il tutto in salsa Smashing Pumpkins, ma non si innalzano di molto dalla mediocrità.

 

Avendone letto una delirante intervista ero curioso di vedere Miss Violetta Beauregarde, che in effetti si conferma artista che sa puntare allo shock anziché al facile consenso. Ascoltatrice di grind e hardcore, non riesce a legare con nessun gruppo e allora ha deciso di sbraitare le sue paturnie su velocissime e pesantissime basi elettroniche vagamente alla Atari Teenage Riot. Tra rutti, urlacci e spasmi vari non si può dire che la sua proposta non sia disturbante, ma certo il concetto di piacere d’ascolto pare così biecamente reazionario?

 

Diciamo che la giovane età giustifica i (ebbene sì, non appartengo alla crescente schiera dei recensori fighetti che omettono l’articolo davanti al nome dei gruppi) Thepublic a copiare in ciascuna canzone un nome diverso del pop-rock britannico. Starsailor, U2, Placebo, Radiohead fino ai Muse, suonati malignamente dal dj subito dopo lo show tanto per ribadire la clonazione.

 

Ali De Siati è una graziosissima pugliese trapiantata a Londra, noto volto di Mtv e personalità magnetica sul palcoscenico. Stile classico da cantautrice femminile, con scarno accompagnamento semi-acustico. Purtroppo Ali sembra ritenere che una gran voce, una bella presenza e la giusta attitudine rock la dispensino dallo scrivere canzoni che almeno tentino di sfuggire alla più trita banalità.

 

I Marta Sui Tubi sono certo un gruppo con estro ed originalità, con un cantante dotatissimo che si ispira a Demetrio Stratos. Il loro è uno spettacolo convincente ed apprezzato, anche se a volte si fatica a seguirli nella continua alternanza tra serio e faceto. Troppo sbilanciamento poi tra la cura posta alle liriche e quella alla musica. Comunque il pezzo finale è da paura, per un gruppo in forte ascesa.

 

Stanco ma ancora motivato di fronte alla mia ultima serata di festival arrivo allo stadio mentre stanno per iniziare gli Yumi Yumi, bizzarra coppia di giapponesini che urlano e schitarrano sulla basi di una drum machine affidata ad un orsacchiotto di peluche! Non faccio in tempo a pensare che di basi sintetiche se ne sono già viste un po’ troppe che la demenziale proposta dei due inizia a prendermi. Essenziale punk rock alla Ramones “with a twist”: simpatico, anche se alla lunga stanca. Almeno non hanno pretese.

 

Non so se abbia pretese il collettivo degli Instituto, ma sicuramente il doppio cantato banalmente hip hop prevarica gli elementi percussivi della musica della propria terra, il Brasile. Spettacolo che ha riassunto ai miei occhi tutti gli elementi negativi delle precedenti esibizioni di Cibelle e Peuple De L’Herbe. Ovviamente c’era chi ballava.

 

Certo non migliora la situazione con Vic Thrill & The Saturn Missile, uno svitato che vira in chiave rockabilly il sound punk funk già sentito con gli LCD. Buona o meno che sia l’idea di base, certo è che la sua concretizzazione nello specifico è assolutamente fastidiosa e petulante. Vic si fa notare quando dopo il concerto getta al pubblico le proprie mutande di fronte ad una esterrefatta Maugeri.

 

Per fortuna arriva come un raggio di sole la misconosciuta Rebecca Bakken, biondissima e altissima cantante norvegese che -diciamolo pure- si fa subito ben volere per il fatto di essere quella che si può ragionevolmente definire una strafica della madonna. Tra il pubblico non si contano le proposte di matrimonio e quelle più prosaiche di spogliarsi, ma lei non si scompone e porta avanti il suo show di pop sofisticato con suggestioni jazz, folk e funk. Tra Norah Jones e Anastacia, certo stilisticamente troppo mainstream per il festival ma non disprezzabile. Lei poi ha una bella voce, e sicuramente non le avrà fatto piacere che il peggioratissimo Mixo (che a vederlo sembra ormai un incrocio tra Maccarini e Amadeus) nell’intervista post-show non faccia altro che dirgli quanto è bella e non quanto è brava.

 

Comunque per quel che mi riguarda sarebbe potuta restare sul palco altre tre ore anche senza fare niente, invece deve lasciare il posto ai Negramaro, attesissimi da buona parte del pubblico composto da ragazzine del fan club. Un seguito da boy band in ascesa, ma una caratura artistica che non si può snobbare tanto facilmente. Gli inviti ad andare al Festivalbar degli sparuti contestatori sono ineccepibili, però va anche riconosciuta la diabolica abilità di un gruppo che sa essere terribilmente orecchiabile. Se si aggiungono suoni spettacolari e arrangiamenti azzeccati ci troviamo di fronte ad un vero e proprio incubo: roba tipo Vibrazioni, Velvet e Sugarfree, però bravi. E quando ce ne liberiamo più? Loro intanto danno in pasto alla massa i singoloni per poi permettersi di chiudere con una vibrante cover di “Indian Summer” dei Doors ed una personale rilettura di musica salentina. Premio per i migliori paraculi dell’anno.

 

Dopo di loro prevedibilmente parte della platea si svuota, e non è certo un male restare pochi ma buoni per l’intimo spettacolo offerto da Antony & the Johnsons: due archi, fisarmonica, acustica, basso ed il suo piano a coda per un suono clamorosamente da camera eppure capace d’incantare un intero stadio. Prima del concerto non avevo mai sentito neanche una nota del pupillo di Lou Reed, quindi è stato ancora più suggestivo scoprire dal vivo la sua straordinaria voce. Canto angelico e trasporto emotivo da pelle d’oca. Sebbene timbrica e genere musicale siano diversissimi, la mole e l’espressività enfatica mi hanno ricordato Meat Loaf. In chiusura una versione di “Candy Says” dei Velvet Underground che stranamente non mi ha toccato più di tanto, sarei stato curioso piuttosto di sentire la sua rinomata versione di “Perfect Day”. Piccola macchia di uno spettacolo di grande spessore, che ha coronato nel migliore dei modi la mia esperienza aretina.

 

Alessandro Viti