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In
qualche punto del reportage bisognerebbe certamente
puntualizzare come Arezzo Wave resti negli anni il più
meritorio tra i festival musicali italiani, e non solo per
il fondamentale fatto di essere gratuito: organizzazione
efficiente, cortesia, vocazione multiculturale e
competenza musicale sono alla base di un’onorata storia
ormai quasi ventennale. Ma queste cose sono sempre state
dette, per cui limitiamoci a sottoscriverle e
concentriamoci sulle esibizioni degli artisti visti nelle
giornate di venerdì e sabato. Prima però ricordiamo il
taglio ai finanziamenti attuato da qualche anno a questa
parte dall’ineffabile amministrazione comunale di
centrodestra, che ha portato ad una minore presenza di
nomi di grande richiamo (con la sfortunata aggravante del
forfait dei Motorhead), con conseguente flessione di
pubblico. Peccato…però il lato positivo di potersi
insinuare in prima fila al momento degli headliner non è
affatto da sottovalutare.
Arrivando
allo Psycho Stage intorno alle 18 del venerdì riesco a
sentire solo le ultime due canzoni del concerto di Giorgio
Canali (CSI, PGR) coi suoi Rossofuoco. Da quel poco
però ho intuito un gran bel rock “sonico” e
granitico, con testi incazzosi e visionari. Mi è bastato
se non altro da sprone a cercare qualcosa di una carriera
solista finora colpevolmente ignorata.
Il
palco posto nel verde dell’ex ospedale psichiatrico per
oggi chiude già i battenti, e non mi resta che
trasferirmi allo stadio per gli spettacoli del main stage.
Quando
salgono sul palco i Substance M la platea è a dir poco imbarazzante: una decina scarsa
di persone dà un ascolto distratto al duo composto da un
dj ed un vocalist, con il primo impegnato ad assemblare
violente basi electro-noise-industriali ed il secondo a
sbraitare in un microfono filtratissimo. Magari su disco o
in un club non saranno male, ma qui non c’entravano
proprio niente.
La
Maugeri presenta lo spettacolo degli iraniani 127
come un evento storico che ha richiesto immani sforzi
diplomatici per realizzarsi: commovente, anche se i
giovani e volonterosi ragazzi non suonano che un onesto
rock cantautorale che vorrebbe ispirarsi a Bob Dylan ma-
sarà per la presenza del trombone- ricorda più che altro
i Cousteau. Niente che richiami la tradizione del loro
paese, osserva qualcuno, ma d’altronde sarebbe come
pretendere che tutti i gruppi italiani suonassero
tarantelle.
Le
Peuple De L’Herbe sono un ampio gruppo multietnico
francese che suona il classico melting-pot tra musica
etnica, hip hop (molto), reggae ecc. Tipo Negresses Vertes
e roba così, con un certo impatto. Ovviamente non può
chiedere di meglio il pubblico di
freak-hippie-alternativi-no global... io invece ne
approfitto per mangiare.
Cibelle,
presentata come un fenomeno da Mixo e la Maugeri (ma loro
presentavano tutti come fenomeni) è in realtà una timida
ragazzina brasiliana che suona un’elettronica in battuta
bassa con vaghi accenni di samba. Pallosa anzichenò, mi
allontano dallo stadio per cercare birra a buon prezzo, e
quando torno sento dire che ha eseguito anche un non
precisato pezzo dei Nirvana. Mah…
Per
fortuna arrivano i pezzi da cento, ed i Soulwax
presentano uno tra gli spettacoli migliori della due
giorni. Look sobrio e riconoscibile, perfetta integrazione
tra rock e basi elettroniche. Il loro meglio lo danno
proprio nell’impatto sprigionato dall’incrocio tra
riff anche assai hard e squadrati beat da dancefloor. Un
genere ormai quasi definibile come classico, che loro però
eseguono al meglio, non proponendo nessuna delle tediose
ballate che appesantivano il primo disco. Grandi “Any
Minute Now”, “Conversation Intercom” e la fatidica
“Too Many Dj’s”, bello anche il cameo della
giapponesina degli LCD Soundsystem, prima di un finale
infuocato da veri metallari mancati. Un gruppo che non è
forse particolarmente fotogenico, ma che sta seguendo la
sua strada con grande serietà ed una buone dose di
talento. Ottimi.
The
Kills non mi avevano impressionato già al Flippaut
2003, ma qui riescono a fare di peggio. Dunque, appurato
che non sono neppure granché originali (vedere Suicide e
X), da dove nasce tutto l’hype? Perché non si può
certo dire che la loro musica sia bella, con un
chitarrista che ogni tanto si risveglia per grattare
qualche riffaccio e la cantante che più che contorcersi
come una tarantolata…dicono che però sia molto sexy a
fare così, ma allora potrebbe farlo anche intorno ad un
palo e senza cantare, no? Sopravvalutati fino alla morte.
Ero
curioso invece di vedere questi LCD Soundsystem, rappresentanti definitivi della scena punk-funk
newyorkese. Ovvero la scena più cool del momento, a
sentire le riviste che contano. L’inizio
è tentennante, con James Murphy che si rivela tutto
tranne che un frontman: look sciatto, orecchio da
produttore pignolo che prova ogni strumento ed armeggia
continuamente con nastro adesivo per mettere a posto la
batteria. Lo show però non tarda a decollare, e ben
presto lo stadio pieno per metà si ritrova a ballare
indiavolato. Chiarito a scanso di equivoci che ad un
concerto dei Talking Heads del 1980 avremmo ascoltato più
o meno la stessa roba, gli LCD hanno un groove ed un tiro
che non ti aspetteresti. Tirano fuori un sacco di bei
suonini, e lo stesso Murphy è un falsettista di tutto
rispetto. Poi: la celebre “Losing My Edge” è davvero
notevole, ed il finale con una digressione
“screamadelica” è da paura. Non saranno dei geni ma
sono bravi, e parecchio.
La
notte è giovane, e da buon metallaro che vuol fare quello
aperto di mente mi precipito al centro congressi per la
lunga appendice disco di Elettrowave. Quattro piste, un
sacco di gente impasticcata ed altrettanti rocker curiosi
con tanto di maglie di Slayer, Iron, Rancid, Quireboys
(quello ero io).
Nella
stanza principale c’è gente tipo Farfa, la pista indiana con Talvin
Singh tra gli altri è ahimè poco frequentata, ma
d’altronde anch’io come tutti sono curioso soprattutto
di vedere la gente di Soulwax e LCD Soundsystem nella
veste di dj. Prima però c’è una bizzarra giapponesina
di nome Mu, che
fa capriole e squittisce improperi su una base
preregistrata di disco-punk tamarrissima. Disgustorama.
La
sorpresa (qualcuno parlerà di evento) è che 2
Many Dj’s e James Murphy collaborano d’amore e d’accordo, si alternano e si
uniscono in consolle per un lungo percorso all’insegna
del groove definitivo. Molta electro, molto funk più o
meno punk, parecchia house. Piuttosto limitati gli
incongrui inserti rock che hanno fatto coniare il termine
bastard pop: ricordo solo una deplorevole versione remix
di “Sweet Child O’Mine”. Comunque i capoccioni sul
palco pompano di brutto, peccato che ad una certa ora
finisco per cedere e andare a dormire, da buon discotecaro
improvvisato.
La
mattina successiva arrivo al Wake Up Stage con quella
mezz’ora di ritardo che mi fa perdere i veneti Eterea,
ma purtroppo non buona parte dello spettacolo del pugliese
Mauro Petri.
Reggae roots con testi peace&love. Ma io odio il
reggae roots con testi peace&love.
Rodolfo
Montuoro, artista selezionato dalla rivista Strumenti
Musicali, è un cantautore e poeta accompagnato da un
nutrito gruppo che permette sofisticati arrangiamenti.
Sicuramente raffinato, però alle 11 di mattina dopo una
notte passata a ballare non è l’ideale contro il
torpore.
I
molisani Poa
non sarebbero neanche male nel loro hard rock italiano
alla Ritmo Tribale di “Mantra”, peccato che la loro
prospettiva inizi e finisca con il grunge, e di tutto
quello che c’è stato fuori dal periodo ’91-’95 non
sembrano affatto curarsi. Comunque con soli tre pezzi non
c’è tempo di annoiarsi.
Finalmente
però arriva il momento degli attesissimi Offlaga
Disco Pax, gruppo già di culto a giudicare dai testi
recitati a memoria da buona parte del pubblico.
“Socialismo Tascabile” è certamente il disco italiano
rivelazione degli ultimi tempi, e l’esecuzione di buona
parte dei suoi fantastici pezzi non può che convincere.
Anche se il gruppo non pare certo nato per suonare dal
vivo: Collini diverte ma è un po’ estenuante
nell’ostentare seriosità, gli altri due sono
estremamente precisi ma non certo scenografici nel
cambiare continuamente strumenti e spippolare le manopole
delle basi. Comunque spassosi ed intelligenti, con i
momenti clou rappresentati dai lanci al pubblico di wafer
Tatranky e chewing gum al Cinnamon.
Dopo
la pausa pranzo con giro in centro storico è già il
momento del Psycho stage, inaugurato dai Planet
Brain,uno dei tanti gruppi indie italiani cui pare
indispensabile cantare come Jeff Buckley (che poi ci
riuscissero) e adottare i suoni dei Radiohead dei primi
dischi. Loro condiscono il tutto in salsa Smashing
Pumpkins, ma non si innalzano di molto dalla mediocrità.
Avendone
letto una delirante intervista ero curioso di vedere Miss
Violetta Beauregarde, che in effetti si conferma
artista che sa puntare allo shock anziché al facile
consenso. Ascoltatrice di grind e hardcore, non riesce a
legare con nessun gruppo e allora ha deciso di sbraitare
le sue paturnie su velocissime e pesantissime basi
elettroniche vagamente alla Atari Teenage Riot. Tra rutti,
urlacci e spasmi vari non si può dire che la sua proposta
non sia disturbante, ma certo il concetto di piacere
d’ascolto pare così biecamente reazionario?
Diciamo
che la giovane età giustifica i (ebbene sì, non
appartengo alla crescente schiera dei recensori fighetti
che omettono l’articolo davanti al nome dei gruppi) Thepublic
a copiare in ciascuna canzone un nome diverso del pop-rock
britannico. Starsailor, U2, Placebo, Radiohead fino ai
Muse, suonati malignamente dal dj subito dopo lo show
tanto per ribadire la clonazione.
Ali
De Siati è una graziosissima pugliese trapiantata a
Londra, noto volto di Mtv e personalità magnetica sul
palcoscenico. Stile classico da cantautrice femminile, con
scarno accompagnamento semi-acustico. Purtroppo Ali sembra
ritenere che una gran voce, una bella presenza e la giusta
attitudine rock la dispensino dallo scrivere canzoni che
almeno tentino di sfuggire alla più trita banalità.
I
Marta Sui Tubi
sono certo un gruppo con estro ed originalità, con un
cantante dotatissimo che si ispira a Demetrio Stratos. Il
loro è uno spettacolo convincente ed apprezzato, anche se
a volte si fatica a seguirli nella continua alternanza tra
serio e faceto. Troppo sbilanciamento poi tra la cura
posta alle liriche e quella alla musica. Comunque il pezzo
finale è da paura, per un gruppo in forte ascesa.
Stanco
ma ancora motivato di fronte alla mia ultima serata di
festival arrivo allo stadio mentre stanno per iniziare gli
Yumi Yumi,
bizzarra coppia di giapponesini che urlano e schitarrano
sulla basi di una drum machine affidata ad un orsacchiotto
di peluche! Non faccio in tempo a pensare che di basi
sintetiche se ne sono già viste un po’ troppe che la
demenziale proposta dei due inizia a prendermi. Essenziale
punk rock alla Ramones “with a twist”: simpatico,
anche se alla lunga stanca. Almeno non hanno pretese.
Non
so se abbia pretese il collettivo degli Instituto,
ma sicuramente il doppio cantato banalmente hip hop
prevarica gli elementi percussivi della musica della
propria terra, il Brasile. Spettacolo che ha riassunto ai
miei occhi tutti gli elementi negativi delle precedenti
esibizioni di Cibelle e Peuple De L’Herbe. Ovviamente
c’era chi ballava.
Certo
non migliora la situazione con Vic Thrill & The Saturn Missile, uno svitato che vira in chiave
rockabilly il sound punk funk già sentito con gli LCD.
Buona o meno che sia l’idea di base, certo è che la sua
concretizzazione nello specifico è assolutamente
fastidiosa e petulante. Vic si fa notare quando dopo il
concerto getta al pubblico le proprie mutande di fronte ad
una esterrefatta Maugeri.
Per
fortuna arriva come un raggio di sole la misconosciuta Rebecca
Bakken, biondissima e altissima cantante norvegese che
-diciamolo pure- si fa subito ben volere per il fatto di
essere quella che si può ragionevolmente definire una
strafica della madonna. Tra il pubblico non si contano le
proposte di matrimonio e quelle più prosaiche di
spogliarsi, ma lei non si scompone e porta avanti il suo
show di pop sofisticato con suggestioni jazz, folk e funk.
Tra Norah Jones e Anastacia, certo stilisticamente troppo
mainstream per il festival ma non disprezzabile. Lei poi
ha una bella voce, e sicuramente non le avrà fatto
piacere che il peggioratissimo Mixo (che a vederlo sembra
ormai un incrocio tra Maccarini e Amadeus)
nell’intervista post-show non faccia altro che dirgli
quanto è bella e non quanto è brava.
Comunque
per quel che mi riguarda sarebbe potuta restare sul palco
altre tre ore anche senza fare niente, invece deve
lasciare il posto ai Negramaro,
attesissimi da buona parte del pubblico composto da
ragazzine del fan club. Un seguito da boy band in ascesa,
ma una caratura artistica che non si può snobbare tanto
facilmente. Gli inviti ad andare al Festivalbar degli
sparuti contestatori sono ineccepibili, però va anche
riconosciuta la diabolica abilità di un gruppo che sa
essere terribilmente orecchiabile. Se si aggiungono suoni
spettacolari e arrangiamenti azzeccati ci troviamo di
fronte ad un vero e proprio incubo: roba tipo Vibrazioni,
Velvet e Sugarfree, però bravi. E quando ce ne liberiamo
più? Loro intanto danno in pasto alla massa i singoloni
per poi permettersi di chiudere con una vibrante cover di
“Indian Summer” dei Doors ed una personale rilettura
di musica salentina. Premio per i migliori paraculi
dell’anno.
Dopo
di loro prevedibilmente parte della platea si svuota, e
non è certo un male restare pochi ma buoni per l’intimo
spettacolo offerto da Antony
& the Johnsons: due archi, fisarmonica, acustica,
basso ed il suo piano a coda per un suono clamorosamente
da camera eppure capace d’incantare un intero stadio.
Prima del concerto non avevo mai sentito neanche una nota
del pupillo di Lou Reed, quindi è stato ancora più
suggestivo scoprire dal vivo la sua straordinaria voce.
Canto angelico e trasporto emotivo da pelle d’oca.
Sebbene timbrica e genere musicale siano diversissimi, la
mole e l’espressività enfatica mi hanno ricordato Meat
Loaf. In chiusura una versione di “Candy Says” dei
Velvet Underground che stranamente non mi ha toccato più
di tanto, sarei stato curioso piuttosto di sentire la sua
rinomata versione di “Perfect Day”. Piccola macchia di
uno spettacolo di grande spessore, che ha coronato nel
migliore dei modi la mia esperienza aretina.
Alessandro
Viti
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