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Jesi
è un paesino situato su una collina delle Marche, fatto
di verde, vecchie casupole e monumenti notevoli (un grosso
castello, una bella chiesa). La piazza centrale è
pertanto scenario assolutamente suggestivo per assistere a
uno show quale Antony + Coil. Il palco è gigantesco,
copre quasi per intero uno dei lati della piazza. Il tempo
è ottimo. I posti a sedere quantomai utili per chi la
sera prima ha visto !!! e Stooges a centinaia di
chilometri di distanza.
Si
spengono quasi tutte le luci. Ne rimane solo una, puntata
sul pianoforte, solitario al centro del palco. Spuntano
come due timide ombre Antony e Julia. Lui si siede al
pianoforte, lei alle sue spalle col violoncello. Ci
guardano, lui saluta con la manina, in un gesto
dinoccolato che ricorda quello dei bambini quando
"fanno ciao". Quindi azzarda un sottilissimo:
"Hi" e attacca le prime note. Introduzione
quantomai vaga, probabilmente improvvisata al momento. Poi
il brano prende forma. Il pubblico lo riconosce e subito
scattano gli apprezzamenti: "Cripple And The Starfish"
ci dà il benvenuto nel mondo parallelo di questo
singolare personaggio. Il violoncello fornisce il riff, ma
fra i due strumenti la spunta il pianoforte, potente e
scintillante. E su entrambi, la voce di Antony, di cui
carpiamo ogni singolo frammento. Lui ci guarda di sbieco,
ciondolando la testa intorno al microfono, creando strane
smorfie che trasformano il suo viso rubicondo in una
giostrina di periferia. E' l'essenza del patetismo -
teatrale ovviamente - sempre in bilico fra il pianto e il
sorriso, impreziosito da un sapientissimo senso di
esagerazione. Nella sua voce possiamo sentire i tremolii
dovuti alla respirazione sofferta che una tale performance
richiede. Questo soul operistico è come magia. Il
pubblico ne è rapito.
Non
conoscevo i brani successivi, ma dalle presentazioni di
Antony ho intuito un estratto dal mini con i Current 93 e
un excursus sul disco la cui uscita è prevista per
l'autunno. Concerto breve (appena quaranta minuti), ma
molto intenso e arricchito da alcuni momenti
extra-musicali molto divertenti: un saluto in stile
"tragico addio da film di Hollywood" a un
aeroplano il cui rumore aveva disturbato un intermezzo di
Julia, e una esilarante "There's a frog in the
piano" esclamata per giustificare il finale di un
brano in cui lo strumento veniva praticamente martellato.
Un
quarto d'ora di pausa, i tecnici che montano la
strumentazione sul palco e i Coil sono pronti. Il concerto
viene equamente diviso fra brani del nuovo "Black
Antlers" (venduto solo per posta e nei concerti) e
una manciata di classici. Luci spente e ecco avvicinarsi
alle due postazioni con i marchingegni elettronici, due
strane "cose" coperte da un lenzuolo disposto in
forma cilindrica. Le due "cose" contengono
ovviamente chi quei marchingegni li manipola dal lontano
1984: flussi di sporcizia sonora che implodono, boati e
oscillazioni ovattate che ti prendono allo stomaco,
tastiere cosmiche deturpate e ridotte quasi a
scricchiolio. Dietro, un enorme telo bianco colorato da
figure caleidoscopiche che giocano su sfumature arancioni
e rosse. Ecco che mentre suoni e colori giocano a mettere
in scena la putrefazione del sole, si avvicina al centro
del palco John Balance, lo storico leader della
formazione, per l'occasione avvolto da un abito bianco che
sembra un incrocio fra tunica greca e camicia di forza,
pieno di lembi inutili che pendono da ogni dove come
cenci. "Sometimes I fear myself" ripete dopo
essersi avventato sul microfono, scalando gradualmente da
un baritonale molto wave all'urlo isterico. Il secondo
brano è più ritmico, giocato su tocchi di vibrafono
alternati a pulviscoli vocali preregistrati e schizzi
sinfonici mandati in crash. Le immagini sono viceversa
molto meno geometriche: nuvole verdi in continua mutazione
e fari che le attraversano occasionalmente.
Il
primo classico presentato è il traditional "All The
Pretty Little Horses", arrangiato in maniera del
tutto fedele alla storica versione dei Current 93 e
assolutamente rispettato nella sua natura di ninnananna
catacombale. Sfondo vuoto. Secondo classico: "Teenage
Lightning". La faccenda si complica: non fosse stato
per il cantato, dubito che gli astanti l'avrebbero
riconosciuta. Una chitarra intermittente vagamente
floydiana, ululati di sintetizzatore a perforare i timpani
e ancora vibrafono a scandire il tutto: vortici di saette
sullo sfondo a rappresentare un brano effettivamente denso
di elettricità, dal suono saturo fino al rumorismo
spinto. Si spengono nuovamente i filmati sul telo e
Bilance intona una melodicissima "Bang Bang" (sì,
proprio quella di Nancy Sinatra), accompagnato solamente
da un pianoforte. Il pubblico apprezza l'ironia della
mossa e gli applausi sono calorosi. "Amethyst
Deceivers", anche questa rivoltata come un guanto, è
l'apice della serata. Frequenze distorte senza struttura
ritmica che pressano sulle tempie, declamazione
apocalittica che serra la gola, immani crescendo di
tastiere e luci bianche intermittenti crudelmente puntate
sul pubblico. Non si sopportano: molti desistono e
abbassano lo sguardo, salvo rialzarlo ogni tanto per voler
vedere il volto di chi gli sta sfondando le interiora col
suono dell'apocalisse, ma poi impotenti tornano sul
pavimento. Solo a intervalli sono pertanto riuscito
a vedere il balletto assurdo di Balance durante gli
intermezzi strumentali, fatto di scatti psicotici e
simulazioni di autolesionismo.
L'ascesa
è clamorosa, il suono procede per accumulo fino al
sinfonismo totale, toccando vertici da classica del
ventunesimo secolo e sbriciolando i propri lineamenti fino
al terrorismo. Un ipotetico epilettico fra il pubblico non
sarebbe sopravvissuto. Si applaude frastornati ma
quantomai soddisfatti. Eppure Balance non è contento. La
sua faccia assume un'espressione irritata (abbiamo pensato
a qualche problema tecnico). Si chiude con una delle
"new song", molto suggestiva e certo più
rilassante del brano che l'ha preceduta. Nessun bis,
probabilmente dovuto al fatto che Balance si fosse ormai
indispettito. Ad ogni modo non ci si può lamentare,
avendo i signori suonato per un'ora e venti abbondante, a
livelli di intensità atroce. Si esce quindi dalla piazza,
dopo aver invocato invano il ritorno del quintetto. I
"darkettoni", per una volta non pacchiani e
vestiti in maniera decisamente appropriata, appaiono
soddisfatti. Così tutti gli altri. L'impressione è di
aver assistito a una serata con punte di bellezza che solo
i grandi possono regalare.
Federico
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