COIL

(opening act: Antony with Julia Kent)

JESI - PIAZZA DELLA REPUBBLICA - 11 LUGLIO 2004

Jesi è un paesino situato su una collina delle Marche, fatto di verde, vecchie casupole e monumenti notevoli (un grosso castello, una bella chiesa). La piazza centrale è pertanto scenario assolutamente suggestivo per assistere a uno show quale Antony + Coil. Il palco è gigantesco, copre quasi per intero uno dei lati della piazza. Il tempo è ottimo. I posti a sedere quantomai utili per chi la sera prima ha visto !!! e Stooges a centinaia di chilometri di distanza.

 

Si spengono quasi tutte le luci. Ne rimane solo una, puntata sul pianoforte, solitario al centro del palco. Spuntano come due timide ombre Antony e Julia. Lui si siede al pianoforte, lei alle sue spalle col violoncello. Ci guardano, lui saluta con la manina, in un gesto dinoccolato che ricorda quello dei bambini quando "fanno ciao". Quindi azzarda un sottilissimo: "Hi" e attacca le prime note. Introduzione quantomai vaga, probabilmente improvvisata al momento. Poi il brano prende forma. Il pubblico lo riconosce e subito scattano gli apprezzamenti: "Cripple And The Starfish" ci dà il benvenuto nel mondo parallelo di questo singolare personaggio. Il violoncello fornisce il riff, ma fra i due strumenti la spunta il pianoforte, potente e scintillante. E su entrambi, la voce di Antony, di cui carpiamo ogni singolo frammento. Lui ci guarda di sbieco, ciondolando la testa intorno al microfono, creando strane smorfie che trasformano il suo viso rubicondo in una giostrina di periferia. E' l'essenza del patetismo - teatrale ovviamente - sempre in bilico fra il pianto e il sorriso, impreziosito da un sapientissimo senso di esagerazione. Nella sua voce possiamo sentire i tremolii dovuti alla respirazione sofferta che una tale performance richiede. Questo soul operistico è come magia. Il pubblico ne è rapito.

 

Non conoscevo i brani successivi, ma dalle presentazioni di Antony ho intuito un estratto dal mini con i Current 93 e un excursus sul disco la cui uscita è prevista per l'autunno. Concerto breve (appena quaranta minuti), ma molto intenso e arricchito da alcuni momenti extra-musicali molto divertenti: un saluto in stile "tragico addio da film di Hollywood" a un aeroplano il cui rumore aveva disturbato un intermezzo di Julia, e una esilarante "There's a frog in the piano" esclamata per giustificare il finale di un brano in cui lo strumento veniva praticamente martellato.

 

Un quarto d'ora di pausa, i tecnici che montano la strumentazione sul palco e i Coil sono pronti. Il concerto viene equamente diviso fra brani del nuovo "Black Antlers" (venduto solo per posta e nei concerti) e una manciata di classici. Luci spente e ecco avvicinarsi alle due postazioni con i marchingegni elettronici, due strane "cose" coperte da un lenzuolo disposto in forma cilindrica. Le due "cose" contengono ovviamente chi quei marchingegni li manipola dal lontano 1984: flussi di sporcizia sonora che implodono, boati e oscillazioni ovattate che ti prendono allo stomaco, tastiere cosmiche deturpate e ridotte quasi a scricchiolio. Dietro, un enorme telo bianco colorato da figure caleidoscopiche che giocano su sfumature arancioni e rosse. Ecco che mentre suoni e colori giocano a mettere in scena la putrefazione del sole, si avvicina al centro del palco John Balance, lo storico leader della formazione, per l'occasione avvolto da un abito bianco che sembra un incrocio fra tunica greca e camicia di forza, pieno di lembi inutili che pendono da ogni dove come cenci. "Sometimes I fear myself" ripete dopo essersi avventato sul microfono, scalando gradualmente da un baritonale molto wave all'urlo isterico. Il secondo brano è più ritmico, giocato su tocchi di vibrafono alternati a pulviscoli vocali preregistrati e schizzi sinfonici mandati in crash. Le immagini sono viceversa molto meno geometriche: nuvole verdi in continua mutazione e fari che le attraversano occasionalmente.

 

Il primo classico presentato è il traditional "All The Pretty Little Horses", arrangiato in maniera del tutto fedele alla storica versione dei Current 93 e assolutamente rispettato nella sua natura di ninnananna catacombale. Sfondo vuoto. Secondo classico: "Teenage Lightning". La faccenda si complica: non fosse stato per il cantato, dubito che gli astanti l'avrebbero riconosciuta. Una chitarra intermittente vagamente floydiana, ululati di sintetizzatore a perforare i timpani e ancora vibrafono a scandire il tutto: vortici di saette sullo sfondo a rappresentare un brano effettivamente denso di elettricità, dal suono saturo fino al rumorismo spinto. Si spengono nuovamente i filmati sul telo e Bilance intona una melodicissima "Bang Bang" (sì, proprio quella di Nancy Sinatra), accompagnato solamente da un pianoforte. Il pubblico apprezza l'ironia della mossa e gli applausi sono calorosi. "Amethyst Deceivers", anche questa rivoltata come un guanto, è l'apice della serata. Frequenze distorte senza struttura ritmica che pressano sulle tempie, declamazione apocalittica che serra la gola, immani crescendo di tastiere e luci bianche intermittenti crudelmente puntate sul pubblico. Non si sopportano: molti desistono e abbassano lo sguardo, salvo rialzarlo ogni tanto per voler vedere il volto di chi gli sta sfondando le interiora col suono dell'apocalisse, ma poi impotenti tornano sul pavimento.  Solo a intervalli sono pertanto riuscito a vedere il balletto assurdo di Balance durante gli intermezzi strumentali, fatto di scatti psicotici e simulazioni di autolesionismo.

 

L'ascesa è clamorosa, il suono procede per accumulo fino al sinfonismo totale, toccando vertici da classica del ventunesimo secolo e sbriciolando i propri lineamenti fino al terrorismo. Un ipotetico epilettico fra il pubblico non sarebbe sopravvissuto. Si applaude frastornati ma quantomai soddisfatti. Eppure Balance non è contento. La sua faccia assume un'espressione irritata (abbiamo pensato a qualche problema tecnico). Si chiude con una delle "new song", molto suggestiva e certo più rilassante del brano che l'ha preceduta. Nessun bis, probabilmente dovuto al fatto che Balance si fosse ormai indispettito. Ad ogni modo non ci si può lamentare, avendo i signori suonato per un'ora e venti abbondante, a livelli di intensità atroce. Si esce quindi dalla piazza, dopo aver invocato invano il ritorno del quintetto. I "darkettoni", per una volta non pacchiani e vestiti in maniera decisamente appropriata, appaiono soddisfatti. Così tutti gli altri. L'impressione è di aver assistito a una serata con punte di bellezza che solo i grandi possono regalare.

 

Federico