DARK TRANQUILLITY

(opening acts: DARK LUNACY)

ROMA - CIRCOLO DEGLI ARTISTI - 26 NOVEMBRE 2003

Cosa ci aspettiamo dai Dark Tranquillity nel 2003? Una band di ragazzi maturi, che prima che attacchino a suonare potrebbero sembrare un gruppetto indie-rock a caso? Capelli corti? Volumi bassi? No ovviamente: gli svedesi non si sono (purtroppo?) scordati delle ultime due prove in studio, e salgono sul palco con la stessa attitudine che avevano quando hanno registrato Damage Done. Un macello. Già duramente provato dai Dark Lunacy, come al solito sopra le righe e dotati dell'arcana capacità di far pogare un locale intero al secondo ritornello (mica poco...), il povero (?) pubblico pagante viene, poco dopo il loro set, travolto da (quella che ho riconosciuto dopo un minuto essere) una brutale "The Sun fired Blanks". Certo, i DT non sono gli At the gates, e a maggior ragione fa piacere vedere come i 6 tengano il palco quasi da veri metallari incazzati.

 

Protagonisti dello spettacolo, più che il poco entusiasta Sundin (conciato come un incrocio fra Oscar Wilde ed il tipo degli American Hi Fi) e collega (che sfoggia dei meno sobri rastoni mezzi mosci), penalizzati da un suono confuso sui bassi, sono le tamarrissime keys di Martin, l'instancabile Mikael e quel pazzo del bassista dotato di boccia e maglietta "fuck you fucking fuck". Passano i minuti e il gruppo tiene: i nostri si contorcono, sorseggiano birra, ci regalano espressioni facciali memorabili; ma nel contempo alimentano la sensazione di essere solo degli (ottimi) professionisti che suonano le canzoni dei Dark Tranquillity. Nulla di più e qualcosa di meno: clean vocals non proprio impeccabili, bagaglio tecnico non eccelso, il refrain elettronico di ThereIn sostituito da feedback, battute di pausa e trincaggio di birra, una scaletta che predilige il controverso e anacronistico Damage Done (che dimostra di essere stato scritto pensando ad un contesto live, in cui i pezzi picchiano parecchio e le tastiere evidenziano con efficacia le linee melodiche).

 

Ad ogni attacco (in particolare Punish My Heaven) e/o riff tirato la gente si ammazza, il locale è un mare di folli che cercano di farsi più male possibile. Ce n'è per tutti i gusti: The Treason Wall, la già citata Punish my Heaven, Monochromatic Stains ed Haven gli episodi forse più concitati. La risposta è pazzesca anche quando Mikael (che afferma di amarci tutti) ci fa ascoltare in anteprima mondiale una canzone dell'album in uscita l'anno prossimo: "One Though" (oppure "One Fourth"?) -quattro accordi messi in croce che potrebbero uscire dal repertorio dei Linkin Park (leggi: stile Damage Done), ma stavolta sono conditi da ritmiche un po' strambe (sindrome di Haake?) e da blastbeats al rallenty.

 

Mentre sto tirando le somme della serata la musica si interrompe, si spengono le luci, i nostri salutano e lasciano il palco, salvo poi tornare acclamati a gran voce(per una decina di secondi appena... beh dai, per lo meno non si fanno pregare). Parte una melodia di pianoforte, la conoscono tutti; e non importa più niente, finalmente arriva l'emozione, quella vera, e almeno per stasera "Lethe" è la più bella canzone di sempre. E' un piacere vedere Mikael sgolarsi, ora, e Niklas, che da bravo dandy si attegia come se stesse avendo un amplesso con la chitarra, e il pubblico che urla, ulula, guaisce ogni parola del testo. Mancano 2 canzoni alla fine (e mica delle peggiori), ma per me il concerto può finire qui, con il clichè più scontato, eppure forse anche il riscatto della band in una serata "di mestiere". Più che convincente, per quello che possiamo aspettarci dai Dark Tranquillity nel 2003.

 

Emanuele "Maraska"