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-Ah,
t’ho già detto che vado a vedere i Dissection ?
-No,
che cazzo, non vorrai mica portare i tuoi soldi a un pazzo
assassino che non tollera i gay ?
-Parli
te, che i suoi dischi li hai comprati DOPO che è andato
in galera…
-Vabbè,
ma Maha Kali fa cagare!
-E
mica Nodvedit è David Bowie, che se gli gira male ti fa
un tour suonando solo pezzi nuovi ?
-Sì,
ma non sono i veri Dissection, c’è solo Jon…
-Perché,
prima chi c’era ?
-Eh,
ma ora ci suona anche Davide Totaro…
-E’
una seconda scelta, Nodtveidt avrebbe preferito Tony
Murena, non fosse che è morto da una trentina d’anni.
Respect.
-Non
suonano live dal 1997, saranno più arrugginiti
dell’ennesima reunion degli Uriah Heep.
-Questo
lo vedremo…
Mai
un concerto è stato accompagnato da cotanto onanismo
cerebrale. Ammetto di aver avuto anch’io le mie
perplessità (specialmente dopo aver sentito ‘Maha
Kali’), ma il solo pensiero di vedere Jon Nodtveidt
proporre dal vivo una ‘Night’s Blood’ o una ‘Where
Dead Angels Lie’ evitava di farmi cadere in paranoie
sterili quanto inutili. Buona innanzitutto la scelta
dell’opening act: i Watain, pur ricalcando la maggior
parte dei cliches del black old style (dal look fatto di
borchie, corpse paint e brandelli di magliette dei Mayhem
fino ad un sound ispirato molto più al filone norvegese
che non a quello della loro natia Svezia), hanno dalla
loro un discreto impatto e riescono a portare a termine il
loro compito senza annoiare. Ottima soprattutto la
prestazione del cantante Erik Danielsson, i cui scream in
sede live si dimostrano superiori ad altri cantanti dello
stesso stile che mi è capitato di ascoltare in concerto;
un’esibizione piacevole.
L’inizio
del main event è invece affidato ad un rituale
autolesionista da mercatino delle pulci: sulle note di
“At The Fathomless Depths” (storica intro di “Storm
Of The Light’s Bane”) Jon Nodtveidt e Set Teitan
salgono sul palco, fumano una sigaretta dando le spalle al
pubblico e si procurano alcuni piccoli tagli all’altezza
della fronte. Insomma, il primo ed unico punto a favore di
chi fino all’ultimo ha preferito le seghe mentali
all’evento live. Ci tengo a precisare che m’importa
molto poco di tutto il teatrino costruito attorno
all’arresto di Nodtveidt ed alle sue ideologie; dopo un
lustro e mezzo di stasi forzata a parlare dovrebbe essere
essenzialmente la musica, ed il mio desiderio viene
soddisfatto quando i nostri attaccano con ‘Black
Horizons’, che sancisce ufficialmente l’inizio di una
performance intensa come poche altre.
L’acustica,
buona ma ben lontana dalla perfezione, penalizza spesso e
volentieri il lavoro della chitarra solista, ma durante
l’esecuzione di ‘Night’s Blood’ la cosa pare non
importare a nessuno:
il pubblico è fin troppo preso dall’evento per
dare peso a certi particolari. Jon è ovviamente al centro
della scena, canta con tutta la rabbia che ha in corpo; il
resto della band interpreta senza sbavature il ruolo di
degni comprimari. Anche in sede live “Maha Kali”,
titletrack del nuovo EP, scorre via in condizioni di
semi-anonimato, sebbene acquisti (involontariamente) un
po’ di spessore grazie ai suoni poco curati, con la
chitarrina maideniana relegata parecchio in secondo piano.
La scaletta comprende quasi in toto i due studio albums
della band, e ben presto arrivano i momenti più attesi,
tra cui vale la pena segnalare “Unhallowed” e “Where
Dead Angels Lie”, accolte da un plebiscito di urla ed
applausi. Momento di esaltazione personale quando i nostri
attaccano con “Elizabeth Bathory”, storica cover dei
Tormentor, perfetta ciliegina sulla torta.
C’è
spazio anche per un bis, “A Land Forlorn”, prima che
il massacro (perché di quello si è trattato) giunga al
poco sospirato termine, quasi quasi se ne vorrebbe ancora.
Alla fine i Dissection hanno parlato con i fatti: quasi
due ore e mezza ad altissimi livelli hanno spazzato via
qualunque chiacchiera o elucubrazione mentale. Poco
importa se il nuovo materiale non sarà all’altezza del
passato. Poco importa se Nodtveidt non diventerà mai
ambasciatore ufficiale della FAO. E’ sufficiente
assistere all’esecuzione di una “Thorns Of Crimson
Death” qualunque per ritenerci oltremodo soddisfatti.
Tony
Aramini
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