|
Giugno
2003, il più importante festival rock italiano si traveste da
Gods of Metal: headliner dell'edizione di quest'anno Metallica,
Bon Jovi, Iron Maiden.
Nelle
giornate del 13,14,15 non solo le due più grandi metal bands di
sempre e una band hard rock delle più influenti e note, ma una
serie di altre bands metal-oriented, che non si sarebbero mai
sognate di partecipare ad un festival mainstream.
Una
scommessa dell'organizzazione, una scommessa vinta: record di
presenze alla manifestazione...vittoria di un'organizzazione che
però non la meritava, visto il trattamento riservato a chi gli
garantisce la pagnotta giornaliera.
Giusta
e condivisibile la scelta di separare la massa di spettatori
stipata sotto il palco in tre "vasche" transennate, ma
qualcosa non va all'entrata: per evitare tragedie sotto il palco
si sono rischiate tragedie ai cancelli, quando, in anticipo di due
ore rispetto all'orario annunciato, si aprono le porte. Gente che
si calpesta, che corre e scavalca per assicurarsi il
"braccialetto" che gli consentirà di vedere i concerti
da vicino, lasciata libera di comportarsi in modo animalesco e di
fare prepotenza a chi è stato per ore diligentemente in fila. Ma
il nuovo dramma è dopo l'entrata: non si può più uscire
dall'autodromo senza ripagare il biglietto! Non c'è un
guardaroba! L'acqua costa 1.50 euro al mezzo litro, e quella
gratis, tanto pubblicizzata da giornali e media, esce solo dalle
"docce comuni", e quella da bere viene distribuita solo
a partire dal pomeriggio...e ora sono le 10 del mattino, ci sono
più di 30 gradi, e l'ombra è pochissima; vani sono i miei
tentativi di cercare qualcuno dell'organizzazione da cui farmi
spiegare la situazione.
Nel
campeggio allestito per l'evento la situazione non è migliore: le
"docce calde" (così recitava il simpatico cartello)
sono della temperatura dell'iceberg del Titanic, le condizioni
igieniche in generale abbastanza scadenti, e la stessa area su cui
migliaia di tende sono piantate (rigorosamente al buio) è non
campeggiabile!!! (con tanto di cartello).
Passiamo
alla musica che è molto meglio.
Venerdì
13:
Ad
aprire la tre giorni sono i nostrani Karnea, adatti ad
aprire un festival come questo, ma con tanta esperienza da fare.
Seguono
gli Extrema, altro gruppo made in Italy, che però di
esperienza sul palco ne ha tanta, e ha sempre raccolto troppo
poco: Tommy Massara e soci danno ancora una volta, e sicuramente
sul palco più importante della loro carriera, una prova
eccezionale della potenza che quattro ottimi musicisti possono
esprimere su un palco. Precisi, simpatici e possenti davanti ad un
pubblico già numeroso che risponde benone e si gode successi del
passato misti a pezzi dell'ultimo, ottimo album della band
milanese.
Si
cambia radicalmente genere con l'esibizione dei Punkreas, e
qui si comincia ad intuire che i soliti deficienti con la
"bottiglietta facile" non hanno declinato l'evento. La
band comunque si comporta bene, gioca sul fatto di essere
"pesce fuor d'acqua" con simpatia, e conclude un
degnissimo show.
Si
ricambia scenario quando salgono sul palco i Flint, band
alternativa simil-industrial di Keith Flint, cantante dei Prodigy...non
so, c'è qualcosa che non va, la proposta musicale non mi
entusiasma, e per rendere bene avrebbe bisogno di suoni migliori.
E'
il turno ora degli Stone Sour (curioso scambio nella
scaletta tra loro e i Flint), gruppo americano che annovera nel
suo schieramento Corey Taylor e James Root, rispettivamente
cantante e chitarrista dei più famosi Slipknot. Mi aspettavo un
ottimo concerto da loro, avendo ascoltato l'ottimo cd di debutto,
un Nu-Metal che spesso strizza l'occhio al rock più classico, e
conoscendo le eccezionali doti di frontman di Corey... Invece sono
rimasto abbastanza deluso da uno show con canzoni suonate bene, ma
con poca personalità e che dal vivo non rendono come dovrebbero.
Neanche Bother, la ballad-singolo che compare nella colonna sonora
di "Spiderman", suonata e cantata da Corey in acustico,
riesce a catturare il pubblico, e si trasforma, purtroppo, in un
qualcosa di troppo lungo e melenso. Gruppo di sicuro talento, ma
da rivedere sul palco.
Seguono
i Placebo, e la paura che la frangia demente del pubblico
non abbia fatto la scelta più intelligente, cioè andarsi a bere
una birra o a farsi una doccia, si materializza in tante piccole e
fastidiose bottigliette lanciate sul palco, dove il gruppo di
Brian Molko sta offrendo, in c..o a tutti, una prestazione
meravigliosa: grintosa, con ottimi suoni, con un'ottima
scaletta(grandiosi gli estratti da "Without you I'm nothing").
La band è comunque indispettita dal pubblico, e taglia (pare)
parte del set... Peccato, difficile che dopo un'esperienza del
genere la band acconsenta in futuro di esibirsi a festival in
Italia.
Ma
in verità in quel frangente ci si pensa poco, il gran momento sta
per giungere: dopo un'assenza dall'Italia di quattro anni, salirà
sul palco la band per cui almeno quarantamila persone si stanno
assiepando sotto il palco dell'Heineken: i Metallica. Alle
nove e mezzo spaccate,i Four Horsemen fanno terminare la tape
degli AC/DC, prima di dare ordine di far partire l'intro storica
dei concerti della band: The ecstasy of gold di Ennio Morricone...ed
è delirio, Lars fa il suo ingresso sulla seguente intro di
Battery e si parte in quarta, con le prime due canzoni del
celeberrimo Master of Puppets, con la title-track suonata per
intero. Si torna ancora indietro, con un pezzo, come ammette lo
stesso James, che i 'tallica non suonano da una vita: Ride the
lightning, con relativo errore (voluto?!) di James nel riff
iniziale, e ripartenza tra le risate di Lars. Segue Welcome Home,
e sembra essere nel tour dell' 86, impressione aumentata dal nuovo
membro Rob Truijllo, il cui stile è molto più simile a quello
del compianto Cliff Burton che a quello dell'uscente Jason Newsted.
Proprio all'ex Suicidal Tendencies è dedicato un siparietto di
James, a mio parere il migliore dei frontman in circolazione, che
presenta velocemente la band per andare a chiudere con la
presentazione del "last Metallica brother", a cui lascia
l'intro di For whom the bell tolls.
L'appena
nato St.Anger viene rappresentato solo da due pezzi, Frantic e la
title-track, mentre il tuffo nel passato contuinua con brani quali
No Remorse, Seek and Destroy, Creeping death, Blackened, Harvester
of sorrow. Uno show tiratissimo, non c'è tempo e spazio per
rilassarsi, i quattro di Frisco appaiono vogliosi, divertiti, e in
gran forma... E quando l'immancabile Nothing else matters, durante
la quale, giuro, ho visto gente piangere(!!!), sembra allentare il
ritmo, Lars e soci rispolverano la violentissima Damage Inc., a
ricordare che la voglia di spaccare il mondo, in sede live, ancora
gli è propria. Il secondo "bis" è dedicato al Black
Album, con Sad but true e la conclusiva Enter Sandman, che chiude
lo show, che però in pratica continua per i buoni dieci minuti in
cui la band scherza, gioca col pubblico in delirio. Non molto
altro da aggiungere: si potrà discuterli per le uscite non metal,
per gli sgarbi a Napster (e qui ci sarebbe una bella parentesi da
aprire), ma dal vivo sono i migliori, come sempre, non ce n'è per
nessuno. Attendo con trepidazione di rivederli, e, parole di Lars
"See you in March or April".
Sabato
14:
Non
mi interessa praticamente nulla della giornata più soft della
rassegna, e faccio il mio ingresso nell'autodromo solo poco prima
delle 21, per assistere allo show dei sempre verdi Bon Jovi.
E sono rimasto deluso, mi aspettavo, da un gruppo così solido e
capace, tutt'un altro tipo di esibizione. La scaletta è stata
buona, tra il presente e il passato sono passate in rassegna fior
fiori di canzoni, dai classici "Living on a prayer",
"Wanted dead or alive", "You give love...",
"Keep the faith", alle più recenti e ottime "Bounce",
"It's my life", "One wild night". Ma non c'è
tensione da concerto, non c'è tiro, non sembra esserci molta
voglia, Jon non ha un filo di voce: canta tutto un'ottava sotto e
si trova spesso a fare i controcanti agli altri membri del gruppo
che cantano più di lui. E anche l'attitudine è pessima, non da
serio musicista alla soglia dei 50 anni, ma troppo affetta da
reminiscenze glam... e allora l'italoamericano si lascia andare a
sculettamenti, ammicamenti al pubblico, e tristi balletti che non
fanno altro che aumentargli ancora di più lo sforzo per terminare
il set, e aumentargli gli aloni di sudore sulla camicia di pelle
rossa. Nel complesso comunque non si può dire che sia stato un
brutto show, solo che da una band che suona insieme da più di 20
anni, sentivo di potermi aspettare qualcosa in più, e magari
anche una delle tanto celebri quanto belle ballate della
discografia del gruppo.
Domenica
15:
Eccoci
all'atto conclusivo della tre-giorni imolese. Il caldo torrido non
ci ha abbandonato, e le bands interessanti oggi per me iniziano
presto. Aprono i Domine, band power metal italiana; lo dico
subito, non sono un fan del power, e ancor meno un loro fan, ma il
vocalist Morby merita attenzione, e per questo sopporto il sole e
vado a vedere il loro concerto. Le canzoni non mi piacciono, ma sì,
effettivamente Morby è grandioso, una voce veramente fuori dalla
norma, forse sprecata per quello che fa, ma tant'è. Da
sottolineare che è comunque solo la bravura del singer che mi fa
resistere alla tentazione di tornare all'ombra per ben due
canzoni!
Testata
la mia non predisposizione per quel tipo di sonorità mi tengo
lontano dai Vision Divine.
Torno
nella zona palco, fortemente interessato, per i Lacuna Coil,
che vedo per la quarta volta, e sempre con immenso piacere:
concerto come al solito ottimo, purtroppo con poco tempo a
disposizione rispetto ad un loro normale set, che costringe
qualche taglio (un delitto sacrificare "When a dead man walks"!),
ma non impedisce alla band di fare il suo figurone quotidiano
anche di fronte ai molti che non li conoscevano. Uniche pecche la
voce di Andrea, non in forma, che prende un paio di stecche
clamorose, e la cassa di Cris che non emerge come dovrebbe su
brani come "Delight dancer" o "Tight Rope", ma
la prestazione in generale è veramente ottima, non deludono mai.
E'
appena si esce dal terreno considerato VERO METAL dai tanti
dementi presenti alla manifestazione, che il clima si fa teso e
poco gradevole: così quando salgono sul palco i Murderdolls,
band side-project di Joey Jordison (drummer degli Slipknot,che qui
si presenta alla chitarra), dediti ad un misto di glam e di
industrial alla Manson, che la natura stupida, supponente e
arrogante dei "metallari senza compromessi" viene a
galla, sotto forma delle solite fastidiose bottigliette lanciate
verso il palco. E ancora una volta a subire il vandalismo è una
delle bands migliori della giornata, autore di un set
spettacolare, incisivo, con ottimi suoni.
E
per qualche strano motivo neanche quando rispunta il metal con i Cradle
of Filth, i "bottigliatori" si placano! Nessuno
forse pensa a far notare agli idioti che non c'è speranza che i
Maiden suonino di più cacciando via Dani Filth e soci, e quindi
il lancio di oggetti si fa abbastanza fitto e una bottiglia prende
in pieno Dani, che forse nell'occasione è fin troppo diplomatico
e continua come nulla fosse. Dal lato musicale i Filth stavolta mi
hanno stupito, perchè i suoni sono ottimi e la prestazione non è
impastata e confusa come spesso accaduto in precedenti esibizioni
alla band. Ottimo concerto, ottima scaletta (viaggio globale
all'interno della loro discografia), con chicche del calibro di
"Funeral in Carpathia", e buon feeling. Spero che siano
più numerose le opportunità che si daranno alla band di suonare
con dei suoni all'altezza del valore indiscutibile di Dani e
compagni.
E
arriva l'atto conclusivo, l'ultimo concerto dell'Heineken Jammin
Festival 2003, quello degli Iron Maiden.
Gli
inglesi si sono portati il loro palco, con le loro scenografie e i
loro pupazzoni, ed entrano in scena in modo roboante sulle note
della grandiosa "Number of the beast", luci, fumo e sei
pazzi scatenati che corrono qua e là per il palco fanno da
perfetta cornice all'ottima prestazione musicale della band, che
propone una scaletta molto particolare. Lasciati fuori pezzi
storici come "Two minutes to midnight","Wrathchild","Aces
high", inserite canzoni che da un po’ mancavano nella set
list, prima fra tutte la splendida "The clansman", in
cui Steve Harris è alle prese con il basso acustico.
"22 Acacia Avenue", "Wickerman",
"Brave new world", e le calssiche "Iron Maiden",
"Helloweed by thy name", "Fear of the dark",
"Run to the hills" arricchiscono il set.
La
prestazione è senza dubbio ottima, da sottolineare la gran forma
di Nico McBrian alle pelli, e la solo discreta prestazione di
Bruce Dickinson, che parte male (ha corso talmente tanto
all'inizio del concerto che già a metà di "Number of the
beast" era vocalmente affaticato), si riprende, ricala sul
finale, ma se la cava con mestiere, facendo cantare il pubblico e
interpretando in modo meno faticoso gli acuti. Se una critica si
vuole muovere, forse è la troppo ingombrante vena "cabarettistica"
di Bruce, impegnato in lunghi discorsi semi-seri che fanno un
po’ calare la tensione tra un pezzo e l'altro. In effetti, due
ore di concerto potevano essere sfruttate per suonare più
canzoni, e non per lunghi intermezzi e una pausa sfinente prima
del bis.
Fine
della tre giorni tanto interessante e appagante, quanto faticosa
e, ripeto, organizzata approssimativamente.
Da far
notare ancora che, secondo dati ufficiali, si è registrato il
nuovo record di presenze all'evento, segno che di interessati alla
musica pesante in Italia ce ne sono eccome! Chissà che non lo
stia capendo anche la "macchina" mainstream, e che
eventi del genere non si possano replicare in futuro.
Marco
Mazzetti
|