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Napoli
frostbitten. Nel giro di un paio di giorni si è passati
da temperature semi-estive ad un freddo che non si
avvertiva da tempo, ed allora come dar torto ad Eirik
Glambek Bøe che viene a dirci che Napoli, “con le sue
strade pavimentate in pietra ed il suo gelo”, gli
ricorda molto la sua Bergen ? Sta di fatto che ho
rischiato di arrivare assiderato al teatro Augusteo, luogo
scelto dai Kings Of Convenience per la loro tappa
partenopea.
Mi
sono avvicinato a questo concerto con un minimo di
diffidenza, anche perché “Riot On An Emty Street”,
ultimo album del duo norvegese, mi ha entusiasmato meno
rispetto a “Quiet is the new loud”: a parte un paio di
pezzi al fulmicotone diventa fin troppo evidente (ed, in
un certo senso, ‘svergognato’) il dazio che i nostri
pagano a due signori di nome Paul & Art, colpa anche
di un songwriting in parte meno ispirato; insomma,
stavolta non sono bastati arrangiamenti semplici quanto
sobri e raffinati a salvare la barca.
Nonostante
i miei dubbi però, il concerto si è rivelato oltremodo
piacevole. Sarà che qui a Napoli di eventi live
‘importanti’ non ne passano molti, magari ci si
accontenta con poco, anche se con questo non voglio
affatto sminuire la convincente prova dei due scandinavi.
Da segnalare un sold-out difficilmente ipotizzabile alla
vigilia, ed i biglietti per l’occasione non numerati
(fatto decisamente inusuale per un concerto in teatro). La
pacata atmosfera teatrale è comunque la più adatta per
la proposta del duo, che si presenta su un palco addobbato
in maniera ovviamente scarna: tre sgabelli (poi capiremo
perché), due chitarre, ed una tastiera alla quale, a
seconda dei pezzi, si alternano sia Eirik che Erlend Øye.
Illuminazione affidata a due fili di luce (uno a testa)
che cambiano colore dall’oro al rosso (e tonalità
intermedie) a seconda delle esigenze.
ww usach clIl
concerto prende il via, ed i nostri iniziano a snocciolare
pezzi più e meno noti del loro repertorio, seguendo una
scaletta incentrata per lo più sull’ultimo disco (dal
precedente “Quiet Is The New Loud” giusto due/tre
estratti, tra cui una “Toxic Girl” suonata tra i bis
per esaudire la richiesta di un fan in prima fila), e così
le varie “Cayman Islands” e “Homesick” dal vivo
acquistano valore, risultando forse anche più piene e
consistenti rispetto alle versioni in studio. Riescono
dunque benissimo gli arrangiamenti ancora più scarni,
visto che, a causa della mancanza di archi e percussioni,
il tutto viene riproposto da due voci e due chitarre (o
all’occorrenza una chitarra ed un piano): il risultato
è una sorpresa abbastanza positiva, per fortuna.
Quello
che colpisce di più in questo primo frangente è
senz’altro l’atteggiamento affabile ed alla mano dei
due ragazzi, che non si atteggiano per nulla a rock stars,
anzi, tra un pezzo e l’altro interagiscono ripetutamente
col pubblico. Imperdibile un monologo di Eirik circa la
comodità degli sgabelli che il teatro ha messo loro a
disposizione ed il design fastidiosamente scomodo delle
sedie made in Italy che si sono visti costretti ad usare
durante le precedenti tappe del tour tricolore (portarvi
due sgabellini norsk frostbitten da casa vostra no, eh ?).
Erlend successivamente rilancia tra il compiaciuto e il
divertito, dicendo di aver letto una recensione italiana
del nuovo disco degli U2 in cui un loro brano viene
paragonato al sound dei Kings Of Convenience. In più
racconta di quando lo scorso settembre, dopo aver
soggiornato in Sicilia, è ripartito dimenticando in
albergo i suoi occhialoni arancioni (quelli visibili in
gran parte delle foto promozionali), e di aver incaricato
un ragazzo conosciuto lì di recuperarli. Per la
restituzione si sono dati appuntamento alla successiva
calata italica del gruppo, e, scena degna di un programma
della Carrà o della De Filippi, proprio a Napoli gli
occhiali ritornano tra le mani del legittimo proprietario.
Non sarà l’unico ‘regalo’ ricevuto da Erland: un
ragazzo riesce a passargli i demo del suo gruppo, mentre
un plettro gli viene donato da uno dei due amici con cui
mi sono recato in teatro.
Circa
a metà della serata viene proposta, molto a sorpresa, la
cover di “Boys Don’t Cry” dei Cure, chiusa però
subito dopo il primo ritornello… Di lì a poco la band
invita il pubblico ad alzarsi dalle poltroncine e
sistemarsi ai piedi del palco: il concerto entra nel vivo.
Sul palco il terzo sgabello viene occupato dal bassista Davide Bertolini
(italiano emigrato in Norvegia, produttore di “Riot On
An Empty Street”), ed è il momento dei pezzi che tutti
aspettavano, a partire da una “Stay Out Of Trouble”
che sopperisce alla mancanza dei violini col pubblico che
ne fischietta la melodia, per arrivare al tripudio di una
“Misread” ancora più incisiva, grazie alla solista
suonata da Erland con la chitarra anziché col piano. In
chiusura, oltre alla già citata “Toxic Girl”, da
ricordare “I’d Rather Dance With You” riarrangiata
senza l’ausilio di percussioni e cantata a gran voce da
tutti i presenti: probabilmente la pop song definitiva
dell’anno 2004. Infine, quando dopo la prima chiusura
ritornano sul palco per i consueti bis, ne approfittano
per testare le reazioni del pubblico ad un pezzo nuovo di
zecca, intitolato presumibilmente “I Can’t Belong To
You”, stilisticamente vicino al resto della loro
produzione, e dal ritornello abbastanza immediato.
Fa
piacere aver assistito per una volta ad un concerto
dall’acustica impeccabile (eccezion fatta per un
amplificatore che durante le battute iniziali ha emesso
qualche piccolo ronzio, inconveniente sistemato abbastanza
in fretta), ma fa ancora più piacere aver apprezzato un
evento per il quale nutrivo aspettative decisamente più
basse: in sede live i Kings Of Convenience hanno convinto
molto più che su disco, è una considerazione sufficiente
a farmi tornare a casa soddisfatto ed incurante del clima
semi-Lappone.
Tony
Aramini
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