LADYTRON

(opening act: Reverse Engineering)

ROMA - CIRCOLO DEGLI ARTISTI - 24 MARZO 2007

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Felice ed inaspettato sold out per la data romana dei Ladytron, segno di una popolarità in netta crescita per la band di Liverpool, ormai definitivamente affrancatasi dall’electroclash della prima ora. “Witching Hour”, nuovo album uscito in Europa da oltre un anno ma solo di recente arrivato qui da noi, rilegge infatti le influenze new wave e synth-pop con un impatto più rock e tinge il tutto con qualche inaspettata sfumatura shoegaze. Il risultato ha entusiasmato anche nomi illustri: Trent Reznor in persona li ha scelti per aprire la fase europea del nuovo tour dei Nine Inch Nails (a breve di passaggio anche qui in Italia).

Tanto clamore viene comunque supportato da una prova dal vivo maiuscola e con ben poche pecche. La band non ama fare uso di samples, di qui la decisione di avvalersi dell’ausilio di un batterista (peraltro piuttosto bravo e, soprattutto, regolare) e di una bassista: inevitabile che i pezzi escano dal trattamento con un flavour più rock e meno ‘dance’, ma il gioco vale decisamente la candela. Sfatato anche il mito che vuole il Circolo degli Artisti come posto dall’acustica infima, dato che, almeno in quest’occasione, i suoni si sono rivelati di buona qualità e non hanno offerto problemi di sorta.

Partenza d’impatto sulle note di “High Rise”, ma la scaletta riserva belle sorprese, pescando in egual misura da tutti e tre gli album del gruppo. Sul palco la più vivace è sicuramente Helen, che di in tanto non perde occasione di dimenarsi, a differenza dei compagni, che sembrano peccare ancora un po’ in presenza scenica. Tra i momenti più intensi sicuramente la doppietta che a metà serata mette in fila “Sugar”, uno dei pezzi dell’ultimo disco più adatti a fare sfracelli in pista da ballo, e “Seventeen”, che fu singolo trainante del precedente “Light & Magic”. Chiusura affidata ad una “Play Girl” ottantina fino al midollo (primissimo successo della band, ormai datato 2000), prima di un terzetto di bis che parte con l’inaspettata quanto vincente cover di “Send Me A Postcard” degli Shocking Blue per trovare infine il suo culmine nella devastante dancefloor hit “Destroy Everything You Touch”, che in versione leggermente più tirata magari perde un po’ d’incisività, ma non si può dire che non riesca ad esaltare la folla.

Concerto forse un po’ breve (70 minuti scarsi: non ci sarebbe dispiaciuto l’inserimento in scaletta di una “Blue Jeans” o di una “Commodore Rock”), ma potenzialmente la consacrazione di un gruppo che forse ora è qualcosa di più che una giovane promessa.

Tony Aramini