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La
figura nera e spettrale di Herr Doktor si incomincia a
intravedere tra fumo e luci colorate. Si presenta al suo
osannante pubblico seduto su un finto trono di pietra,
come un antico papa o un imperatore, come quello che è, o
come quello che vuole far credere di essere, burattinaio e
marionetta, re del suo mondo e schiavo dei suoi piaceri,
maestro di cerimonia e saltimbanco di quel circo grottesco
dal clima lussurioso e decadente dei primi del secolo
scorso. A dispetto di
tutte le polemiche, dei vani tentativi di censura e
dell’ottusità preoccupante da parte di certe personalità
del mondo della politica e della religione di Stato, Mr.
Manson è riuscito a trascinare anche i fans italiani
negli oscuri e voluttuosi meandri del suo baraccone,
ospitato nel Mazda Palace.
Mentre
nell’aria aleggia registrata Antichrist Superstar
in una straordinaria versione strumentale adattata dai
violoncelli della band di Toppinen, i fans si aspettano
che Peaches apra lo show con la sua esibizione, e invece,
a sorpresa è proprio Manson a materializzarsi quasi dal
nulla sulle note di Theater, intro dell’ album The
Golden Age of Grotesque, per poi scatenarsi subito
nella travolgente e cattivissima This Is The New Shit.
La presenza scenica di
quest’ultimo incredibile trasformista del panorama del
rock è davvero impressionante. Una sinuosa e imponente
figura si staglia netta sui fasci variopinti di luce e,
orgogliosa della sua fisicità, si mostra impudicamente
ironica nell’occhio di bue, mandando i fans in delirio.
Con
fare da perfetto dandy, da bravo gentleman, saluta e
ringrazia Milano con un elegante inchino, mandando ai suoi
fans un inaspettato bacio volante, proprio lui che, agli
inizi di carriera, invitava il pubblico a sputargli
addosso per poi rispondere alla stessa maniera, ma si
corregge subito, e, stavolta, invita tutti a salutare
coloro che si sono opposti strenuamente al concerto con il
dito medio alzato. Manco a dirlo, l’ordine viene
prontamente e spettacolarmente eseguito da parte degli
ottomila presenti. Così, subito dopo, si può
incominciare a pogare sull’irresistibile ritmo di Disposable
Teens, seguita a ruota da Use Your Fist And Not
Your Mouth e dalla più lenta e apocalittica Great
Big White World. Invece
Rock is Dead è introdotta da un breve e blasfemo
discorsetto da Anticristo, che finisce con la frase “If
God is alive, then Rock is dead!”.
Subito dopo è la volta di mOBSCENE, con
tanto di coreografie danzanti portate in scena da succinte
ballerine in divisa militaresca, come quelle che si
possono ammirare nel videoclip della stessa canzone.
La
cover dei Soft Cell, Tainted Love, viene accolta da
un’ovazione, non altrettanto forte quanto quella che
esplode qualche minuto dopo sulla vecchia Tourniquet,
forse uno dei pezzi più belli e struggenti del mitico
album Atichrist Superstar. E,
tanto per battere il ferro finché è caldo, l’audience
si sgola immediatamente dopo sull’ironica Dope Show,
uno dei pezzi trainanti di Mechanical Animals. Sulla
platea piove una nuvola di coriandoli rossi che,
illuminata da una potente luce a giorno, rende la scena
degna di un’atmosfera onirica e incantata, con Manson
che si applica delle finte braccia per esibirsi in uno
spettacolo da teatrino dei burattini. Senza concedersi un
attimo di tregua passa a sAINT, un pezzo al
vetriolo, probabilmente ispirato a una sua ex.
Ed
ecco finalmente il momento di presentare la title track
dell’ultimo album, The Golden Age Of Grotesque,
una canzone tecnicamente non facile da eseguire, specie
nelle appositamente stonate parti vocali, ma Manson si
prodiga in una splendida performance, corredata dalle
finte gemelle siamesi sedute a un bel pianoforte a coda.
Con raffinato frac grigio e cilindro, Manson si propone
qui al massimo delle sue capacità di lascivo tentatore,
provocando, però, con un tocco di classe in più rispetto
al passato. Senza spogliarsi dei panni del dandy si
scatena sul divertente ritornello scioglilingua di Doll
Dagga Buzz Buzz Ziggety Zag, le cui ritmiche sono
eredi del punk e gli assolo di chitarra derivano dal buon
vecchio rock’n’roll.
Ma
l’audience salta su quando, appena terminato il pezzo,
la band accenna l’intro strumentale della cover degli
Eurhythmics. Fu proprio questa versione cupa e inquietante
di Sweet Dreams a far rimbalzare i Marilyn Manson
in testa alle classifiche Billboard ormai dieci anni fa, e
probabilmente a questo pezzo devono parte della loro
popolarità ancora oggi. Inutile dire che il pubblico la
conosce a memoria e Manson potrebbe perfino restare in
silenzio tanto i fans la eseguono a puntino. L’unica
nota dolente è che ormai a questo punto si è in
dirittura finale, difatti l’istrionico rocker lascia il
palco sulla triste melodia di Obsequey, perfetto
sottofondo del carrozzone che smonta, delle luci della
ribalta che si spengono sullo spettacolo e sugli artisti,
pronti per ripartire verso una nuova meta, in un’altra
città, sotto l’ennesimo tendone.
Ma
non è ancora venuto il momento di chiudere il sipario, e
sull’insistente richiamo della folla, il maestro
cerimoniere torna sotto i riflettori, truccato come un
clown in bianco e nero, con un buffo copricapo dalle
grandi orecchie di topo, e intona, da un pulpito che
ricorda quello del video di Antichrist Superstar,
la canzoncina che accoglie generazioni di grandi e piccini
a Disneyland, così, dopo “it’s a small small world
after all…”, parte forsennata The Fight Song.
Sullo sfondo, intanto, compaiono gigantografie di Manson
in versione Mickey Mouse firmate dal noto fotografo
Gottfried Hilnwein, e, proprio alle spalle
dell’eclettico artista, appare la stessa immagine, ma
stavolta riprodotta in una scultura.
C’è
però ancora qualcosa che manca, così Manson
si lancia nell’esecuzione di un altro pezzo da
novanta dell’ album Antichrist Superstar,
ma con The Beautiful People, stavolta, lo
spettacolo, durato poco più di un’ora, è davvero
terminato, e i fans lo sanno. Dopo la rituale demolizione
della batteria, nonostante lo stoico Ginger continui a
suonare per portare a termine la canzone con i pezzi dello
strumento rimasti, Manson lascia definitivamente la scena,
seguito poi dal resto della band. Ormai è del tutto
inutile richiamarli a gran voce, così la moltitudine si
avvia ordinata e soddisfatta verso l’uscita. Nugoli di
ragazzi dalle mise a volte un po’ azzardate, non
foss’altro per il freddo davvero polare, si fermano
fuori, incuranti della fastidiosa pioggerella e
dell’aria gelida, per commentare lo spettacolo,
salutarsi, scambiarsi indirizzi e raccontarsi a caldo le
emozioni di un evento a lungo atteso e più volte
rimandato, nella speranza di poterlo rivivere al più
presto, alla faccia di chi non vuole.
Margie
Realmonte
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