MARILYN MANSON

MILANO - MAZDA PALACE - 10 DICEMBRE 2003

La figura nera e spettrale di Herr Doktor si incomincia a intravedere tra fumo e luci colorate. Si presenta al suo osannante pubblico seduto su un finto trono di pietra, come un antico papa o un imperatore, come quello che è, o come quello che vuole far credere di essere, burattinaio e marionetta, re del suo mondo e schiavo dei suoi piaceri, maestro di cerimonia e saltimbanco di quel circo grottesco dal clima lussurioso e decadente dei primi del secolo scorso. A dispetto di tutte le polemiche, dei vani tentativi di censura e dell’ottusità preoccupante da parte di certe personalità del mondo della politica e della religione di Stato, Mr. Manson è riuscito a trascinare anche i fans italiani negli oscuri e voluttuosi meandri del suo baraccone, ospitato nel Mazda Palace.

Mentre nell’aria aleggia registrata Antichrist Superstar in una straordinaria versione strumentale adattata dai violoncelli della band di Toppinen, i fans si aspettano che Peaches apra lo show con la sua esibizione, e invece, a sorpresa è proprio Manson a materializzarsi quasi dal nulla sulle note di Theater, intro dell’ album The Golden Age of Grotesque, per poi scatenarsi subito nella travolgente e cattivissima This Is The New Shit. La presenza scenica di quest’ultimo incredibile trasformista del panorama del rock è davvero impressionante. Una sinuosa e imponente figura si staglia netta sui fasci variopinti di luce e, orgogliosa della sua fisicità, si mostra impudicamente ironica nell’occhio di bue, mandando i fans in delirio.

Con fare da perfetto dandy, da bravo gentleman, saluta e ringrazia Milano con un elegante inchino, mandando ai suoi fans un inaspettato bacio volante, proprio lui che, agli inizi di carriera, invitava il pubblico a sputargli addosso per poi rispondere alla stessa maniera, ma si corregge subito, e, stavolta, invita tutti a salutare coloro che si sono opposti strenuamente al concerto con il dito medio alzato. Manco a dirlo, l’ordine viene prontamente e spettacolarmente eseguito da parte degli ottomila presenti. Così, subito dopo, si può incominciare a pogare sull’irresistibile ritmo di Disposable Teens, seguita a ruota da Use Your Fist And Not Your Mouth e dalla più lenta e apocalittica Great Big White World. Invece Rock is Dead è introdotta da un breve e blasfemo discorsetto da Anticristo, che finisce con la frase “If God is alive, then Rock is dead!”.  Subito dopo è la volta di mOBSCENE, con tanto di coreografie danzanti portate in scena da succinte ballerine in divisa militaresca, come quelle che si possono ammirare nel videoclip della stessa canzone.

La cover dei Soft Cell, Tainted Love, viene accolta da un’ovazione, non altrettanto forte quanto quella che esplode qualche minuto dopo sulla vecchia Tourniquet, forse uno dei pezzi più belli e struggenti del mitico album Atichrist Superstar. E, tanto per battere il ferro finché è caldo, l’audience si sgola immediatamente dopo sull’ironica Dope Show, uno dei pezzi trainanti di Mechanical Animals. Sulla platea piove una nuvola di coriandoli rossi che, illuminata da una potente luce a giorno, rende la scena degna di un’atmosfera onirica e incantata, con Manson che si applica delle finte braccia per esibirsi in uno spettacolo da teatrino dei burattini. Senza concedersi un attimo di tregua passa a sAINT, un pezzo al vetriolo, probabilmente ispirato a una sua ex.

Ed ecco finalmente il momento di presentare la title track dell’ultimo album, The Golden Age Of Grotesque, una canzone tecnicamente non facile da eseguire, specie nelle appositamente stonate parti vocali, ma Manson si prodiga in una splendida performance, corredata dalle finte gemelle siamesi sedute a un bel pianoforte a coda. Con raffinato frac grigio e cilindro, Manson si propone qui al massimo delle sue capacità di lascivo tentatore, provocando, però, con un tocco di classe in più rispetto al passato. Senza spogliarsi dei panni del dandy si scatena sul divertente ritornello scioglilingua di Doll Dagga Buzz Buzz Ziggety Zag, le cui ritmiche sono eredi del punk e gli assolo di chitarra derivano dal buon vecchio rock’n’roll.

Ma l’audience salta su quando, appena terminato il pezzo, la band accenna l’intro strumentale della cover degli Eurhythmics. Fu proprio questa versione cupa e inquietante di Sweet Dreams a far rimbalzare i Marilyn Manson in testa alle classifiche Billboard ormai dieci anni fa, e probabilmente a questo pezzo devono parte della loro popolarità ancora oggi. Inutile dire che il pubblico la conosce a memoria e Manson potrebbe perfino restare in silenzio tanto i fans la eseguono a puntino. L’unica nota dolente è che ormai a questo punto si è in dirittura finale, difatti l’istrionico rocker lascia il palco sulla triste melodia di Obsequey, perfetto sottofondo del carrozzone che smonta, delle luci della ribalta che si spengono sullo spettacolo e sugli artisti, pronti per ripartire verso una nuova meta, in un’altra città, sotto l’ennesimo tendone.

Ma non è ancora venuto il momento di chiudere il sipario, e sull’insistente richiamo della folla, il maestro cerimoniere torna sotto i riflettori, truccato come un clown in bianco e nero, con un buffo copricapo dalle grandi orecchie di topo, e intona, da un pulpito che ricorda quello del video di Antichrist Superstar, la canzoncina che accoglie generazioni di grandi e piccini a Disneyland, così, dopo “it’s a small small world after all…”, parte forsennata The Fight Song. Sullo sfondo, intanto, compaiono gigantografie di Manson in versione Mickey Mouse firmate dal noto fotografo Gottfried Hilnwein, e, proprio alle spalle dell’eclettico artista, appare la stessa immagine, ma stavolta riprodotta in una scultura.

C’è però ancora qualcosa che manca, così Manson  si lancia nell’esecuzione di un altro pezzo da novanta dell’ album Antichrist Superstar, ma con The Beautiful People, stavolta, lo spettacolo, durato poco più di un’ora, è davvero terminato, e i fans lo sanno. Dopo la rituale demolizione della batteria, nonostante lo stoico Ginger continui a suonare per portare a termine la canzone con i pezzi dello strumento rimasti, Manson lascia definitivamente la scena, seguito poi dal resto della band. Ormai è del tutto inutile richiamarli a gran voce, così la moltitudine si avvia ordinata e soddisfatta verso l’uscita. Nugoli di ragazzi dalle mise a volte un po’ azzardate, non foss’altro per il freddo davvero polare, si fermano fuori, incuranti della fastidiosa pioggerella e dell’aria gelida, per commentare lo spettacolo, salutarsi, scambiarsi indirizzi e raccontarsi a caldo le emozioni di un evento a lungo atteso e più volte rimandato, nella speranza di poterlo rivivere al più presto, alla faccia di chi non vuole.

Margie Realmonte