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SETLIST:
Love
Is Not Enough
You Know What You Are
March Of The Pigs
The Line Begins To Blur
Piggy
Terrible Lie
The Collector
Closer
Home (New Non-Album Release)
Burn
Gave Up
With Teeth
Even Deeper
Hurt
Wish
The Hand That Feeds
Starfuckers Inc.
Head Like A Hole
Dal
Fragility Tour è passato un lustro. I NIN sono tornati in
pista con un nuovo album, With Teeth, release date 3
maggio 2005. Le date del 30 e 31 marzo sono state le prime
in Europa, precedute da 3 date americane e seguite da una
lunga serie di altri concerti in giro per tutto il globo
(tranne l’Italia per adesso, ci tengo a sottolineare), e
dato che si tratta di warm-up gigs, cioè stuzzichini, il
gruppo ha steso due setlist lievemente diverse che sta
alternando tra una performance e l’altra: la differenza
consiste nell’intro di The Frail e The Wretched (porca
p**tana), l’evoluzione di Closer in The Only Time, oltre
che la preferenza ad eseguire Reptile, The Big Come Down
al posto di Love Is Not Enough, Home, The Collector.
Insomma, la seconda scaletta lascia più spazio ai brani
tratti dal capolavoro The Fragile, mentre la prima si
concentra di più suoi nuovi brani. Non industrial, non
ambient, non metal, non pop. Che roba è? Un ibrido di
tutto: i Nine Inch Nails, appunto.
mortgage loan refinance home loanIl
Tour Con I Denti vede il nostro BigJimReznor col radunato
esercito di ottimi musicisti di cui solo il batterista
Jerome Dillon si vede in bis, dopo l’esordio nel
precedente Fragility Tour: Aaron North alla chitarra,
Jeordie White (già, Twiggy!, direttamente dagli A Perfect
Circle, fatto scambio con il tamarrissimo ed adorabile
Danny Lohner) al basso, e –PARLAPà- l’italiano
Alessandro Cortini alla tastiera. Cortini da dove
d’abbia pescato di sa, dai Moodwheelmood, ma il come
resta un interrogativo interessante. Non so se esiste un
fan che non rimpiange Charlie Clouser. Non perché Cortini
sia una mezza sega (…..), ma perché Clouser era un gran
figo con i suoi cazzo di synth. YEAH.
Ad
inaugurare l’evento si sono presentati sul palco i
Dresden Dolls, giovane coppia uscita Nightmare Before
Christmas di cui possiamo attualmente vedere il videoclip
della “hit” “Coin Operated Boy” in rotazione sulle
emittenti nazionali. Lui batterista e lei pianista,
scoppiati quanto basta per regalare brani grezzi,
semplici, non esattamente melodici ma a loro modo
originali. Cinque o sei brani al massimo, e poi dopo i
ringraziamenti (pare che i NIN abbiano scelto questo
gruppo spalla amorosamente e specificatamente) ecco
arrivare i nostri eroi, puntuali come un orologio, già
che s’è in territorio britannico.
L’impostazione
scenica è facilmente intuibile: l’Astoria è piccino,
con picciol palco e picciola platea, la formazione 3-2
costringe batteria e tastiere in trincea, e
l’allestimento scenografico è praticamente assente se
si tolgono le viscere di cavi a terra (semplice e diretto,
come volevano). Discorso delicato è da fare sull’audio:
luogo piccolo e chiuso, chitarrone chirattazze e synth ne
fanno un bunker terrorista e la resa della canzone viene
un po’ a mancare. Peccato. Insomma, come hanno suonato?
Il meglio di sé dicono di darlo sempre, condivido, è
stato tantrico. Conflittuale come dicevo, per la
delusione dei nuovi pezzi in sé ma devastante come
impatto sonoro, emotivo, qualsiasi cosa, massacrante.
Dateglieli, i vostri maledetti soldi, andateli a vedere,
non ve ne pentirete.
Riguardo
a questo concerto ho in realtà le idee un po’
sottosopra, e confesso questo turbamento non senza remore:
l’atteggiamento da parte del self-absorbed frontman
Trent Reznor, inquieta non poco (oltre che per il
nuovissimo il collo taurino ed i bicipiti da Kurt Angle, e
si ricorda che quest’uomo rientra negli -anta) se si
prova ad andare al di là del suono, come se odiasse
mortalmente il pubblico e più il pubblico si sente
coinvolto più il nostro eroe si dimostrava pieno di odio.
Il divario tra la sua presenza ed il resto del gruppo è
abissale: ottima
impressione l’ha regalata il novello Aaron North, primo
chitarrista (il secondo resta Reznor), una belva col pepe
nel culo (un Matthew Bellamy elevato al cubo), mentre
Dillon e White hanno preferito un coinvolgimento emotivo
sincero ma marginale, non da ghiacciolo ma neanche da
posseduti.
concepto de credito fiscalInvisibile
Cortini, seppellito dai suoi synth nell’angolino in
punizione, il cui volto non è stato facilmente
sbirciabile. La comunione di questi elementi ha regalato
al pubblico un’esecuzione molto fedele ai brani
originali, magari condita di qualche fucking fucker mother
suckin’ fucker in più, ma dal punto di vista
strutturale o vocale non è loro abitudine rielaborare i
pezzi.
Chi
segue i Nine Inch Nails da tempo o chi non è disarmato
neofita, non si sorprende nel notare il totale e brutale
distacco dei nuovi brani rispetto agli antecedenti. Il
gruppo evolve e mostra una nuova sfaccettatura della
propria versatile natura ad ogni occasione, e prescindendo
dalla stima ci si può ritrovare in ogni caso come in
questo delusi, in qualche modo sofferenti, rimpiangendo i
“bei tempi”, non accettando l’evoluzione,
schiavizzando la musica e mettendosi contro di essa, e
questo è sbagliato, ma difficilmente evitabile. E’
nella natura umana patire di nostalgia, gelosia e via
dicendo. Ma chiusa questa noiosa parentesi, l’impatto
dell’esibizione dal vivo è il primo e fondamentale
aspetto da considerare. E se c’è una cosa che ai Nine
Inch Nails non manca, è la capacità di travolgere, anche
in modo un po’ ambiguo, il pubblico, che gli si fa
vittima, succube ai bombardamenti sonori ed emotivi.
Analiticamente
parlando, la scelta dei brani è stata brutalmente mirata
a ricercare l’aggressività, il diretto,
l’inarrestabile, il “carro armato che ti punta e ti
passa sopra manco fossi la vecchia del primo piano”. Ma
del resto Reznor in data 22 gennaio aveva già mosso
chiare minacce nello scambio di dom\risp coi fan che
giostra sul sito ufficiale con la promessa: “We are
preparing to destroy you”.
Scordatevi
The Fragile.
Scordatevi
tutto, ri-conosceteli.
bankinter hipoteca inversa
Punto
primo promesso: Brutale. Ergo tra i vari “halo”
NINiani sono stati a rigor di logica scelti il primo
Pretty Hate Machine (per Terribile Lie e Head Like a Hole),
Broken (per Gave Up e Wish), The Downward Spiral (per
March Of The Pigs, Piggy, Closer, Hurt, e di sicuro i
momenti più intensi, specie la devastante MOTP dopo la
quale ho temuto di aver perso qualche arto od organo tra
la calca di fan), aggiungendo la solitaria Burn
estrapolata dalla colonna sonora di Assassini Nati (che
Reznor ha curato e prodotto) e la misteriosa Home, rapita
dalla versione esclusivamente ed ovviamente deluxe
limitata del nuovo full-lenght With Teeth. E da With Teeth
ha presentato le restanti Love Is Not Enough (dalla lirica
palesemente vissuta e filosofica), You Know What You Are
(bordata meglio nota come Don’t you fuckin know what the
fucking fuck you are), The Line Begins To Blur (la cui
batteria fu originariamente registrata da Dave Grohl, ma
eseguita ora et semper da Jerome Dillon), The Collector
(dall’audace vittimismo lirico), appunto With Teeth
(meglio nota come auìffa tìffa), l’esilarante
franzferdinandiana The Hand That Feeds, che si sta
guadagnando recentemente l’ascesa nella classifica di
Top Of The Pops (!) e non vuole commenti perché parla da
sola. E dal doppio The Fragile? Quelle più regolari ed in
contrasto col resto del disco: Even Deeper e Starfuckers,
inc. Bizzarro sarà stato per il gruppo notare quanto bene
il pubblico conoscesse i testi di “alcuni” nuovi brani
ancor prima che esca il disco, segno rassicurante che
internet è diventato uno strumento di pubblico dominio,
sicché questo entusiasmo è stato premiato con un
bombardamento di bottiglie d’acqua che, con
l’apparente caritatevole pretesto di rinfrescare e
preservare la vita ai fan morenti in cotanto oscuro
bunker, è servito da buona valvola di sfogo. Solo adesso
finalmente comprendo il valore della promessa “Ci stiamo
preparando a distruggervi”.
Una
cosa m’ha colpito ma non così tanto: non c’è stato
nessun rientro sul palco sull’imbrunirsi della sera:
finita l’esecuzione a mitraglia sono andati a casa e
buonanotte a tutti.
Senza
sezionare i nuovi brani (questo compito spetta alla
recensione del disco) posso anticipare che al contrario di
The Downward Spiral e di the Fragile il nuovo disco si
presenta melodicamente melodico. Vale a dire che la
struttura delle canzoni è prettamente dolorosamente
normale, verse-chorus-verse se si può dire così, dal
motivetto di facile presa, fatte come ci si aspettava
minuziosamente bene. Un disco pressoché alla portata di
tutti, bambini e adulti, cani e porci, senza offendere
nessuno. Poi certo, il ”viverlo” è un lusso.
Un
rammarico speciale va al fatto che sono stati accantonati
comunque pezzi miliari come Mr. Self Destruct, Somewhat
Damaged, Last, Down In It o La Mer, certo per ovvi motivi
di coerenza sonora\tematica (prime citate a parte, il che
mi ha stupito), rivelandosi in questo senso grande motivo
di patimento.
street girlsenigma machine applet
I
risultati insomma sono quelli in cui sperava, in primis un
sold out pressoché interplanetario a parlar da solo.
Una
data italiana come ho già detto non è stata ancora
ufficializzata, i rumors sono stati tanti ma tutti
infondati. Non resta che attendere, e attendere, cosicché
il disco sarà già assorbito in toto.
Esibizione
intensa, 20 sterline certamente non sprecate, da non
perdere assolutamente se non si è ancora visto il gruppo
all’opera. Sconsigliato ai cardiopatici.
information bankruptcyTiziana
Brombin
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