NINE INCH NAILS

LONDRA - ASTORIA THEATRE - 30 MARZO 2005

SETLIST:

Love Is Not Enough
You Know What You Are
March Of The Pigs
The Line Begins To Blur
Piggy
Terrible Lie
The Collector
Closer
Home (New Non-Album Release)
Burn
Gave Up
With Teeth
Even Deeper
Hurt
Wish
The Hand That Feeds
Starfuckers Inc.
Head Like A Hole

Dal Fragility Tour è passato un lustro. I NIN sono tornati in pista con un nuovo album, With Teeth, release date 3 maggio 2005. Le date del 30 e 31 marzo sono state le prime in Europa, precedute da 3 date americane e seguite da una lunga serie di altri concerti in giro per tutto il globo (tranne l’Italia per adesso, ci tengo a sottolineare), e dato che si tratta di warm-up gigs, cioè stuzzichini, il gruppo ha steso due setlist lievemente diverse che sta alternando tra una performance e l’altra: la differenza consiste nell’intro di The Frail e The Wretched (porca p**tana), l’evoluzione di Closer in The Only Time, oltre che la preferenza ad eseguire Reptile, The Big Come Down al posto di Love Is Not Enough, Home, The Collector. Insomma, la seconda scaletta lascia più spazio ai brani tratti dal capolavoro The Fragile, mentre la prima si concentra di più suoi nuovi brani. Non industrial, non ambient, non metal, non pop. Che roba è? Un ibrido di tutto: i Nine Inch Nails, appunto.

Il Tour Con I Denti vede il nostro BigJimReznor col radunato esercito di ottimi musicisti di cui solo il batterista Jerome Dillon si vede in bis, dopo l’esordio nel precedente Fragility Tour: Aaron North alla chitarra, Jeordie White (già, Twiggy!, direttamente dagli A Perfect Circle, fatto scambio con il tamarrissimo ed adorabile Danny Lohner) al basso, e –PARLAPà- l’italiano Alessandro Cortini alla tastiera. Cortini da dove d’abbia pescato di sa, dai Moodwheelmood, ma il come resta un interrogativo interessante. Non so se esiste un fan che non rimpiange Charlie Clouser. Non perché Cortini sia una mezza sega (…..), ma perché Clouser era un gran figo con i suoi cazzo di synth. YEAH.

Ad inaugurare l’evento si sono presentati sul palco i Dresden Dolls, giovane coppia uscita Nightmare Before Christmas di cui possiamo attualmente vedere il videoclip della “hit” “Coin Operated Boy” in rotazione sulle emittenti nazionali. Lui batterista e lei pianista, scoppiati quanto basta per regalare brani grezzi, semplici, non esattamente melodici ma a loro modo originali. Cinque o sei brani al massimo, e poi dopo i ringraziamenti (pare che i NIN abbiano scelto questo gruppo spalla amorosamente e specificatamente) ecco arrivare i nostri eroi, puntuali come un orologio, già che s’è in territorio britannico.

L’impostazione scenica è facilmente intuibile: l’Astoria è piccino, con picciol palco e picciola platea, la formazione 3-2 costringe batteria e tastiere in trincea, e l’allestimento scenografico è praticamente assente se si tolgono le viscere di cavi a terra (semplice e diretto, come volevano). Discorso delicato è da fare sull’audio: luogo piccolo e chiuso, chitarrone chirattazze e synth ne fanno un bunker terrorista e la resa della canzone viene un po’ a mancare. Peccato. Insomma, come hanno suonato? Il meglio di sé dicono di darlo sempre, condivido, è stato tantrico. Conflittuale come dicevo, per la delusione dei nuovi pezzi in sé ma devastante come impatto sonoro, emotivo, qualsiasi cosa, massacrante. Dateglieli, i vostri maledetti soldi, andateli a vedere, non ve ne pentirete.

Riguardo a questo concerto ho in realtà le idee un po’ sottosopra, e confesso questo turbamento non senza remore: l’atteggiamento da parte del self-absorbed frontman Trent Reznor, inquieta non poco (oltre che per il nuovissimo il collo taurino ed i bicipiti da Kurt Angle, e si ricorda che quest’uomo rientra negli -anta) se si prova ad andare al di là del suono, come se odiasse mortalmente il pubblico e più il pubblico si sente coinvolto più il nostro eroe si dimostrava pieno di odio. Il divario tra la sua presenza ed il resto del gruppo è abissale:  ottima impressione l’ha regalata il novello Aaron North, primo chitarrista (il secondo resta Reznor), una belva col pepe nel culo (un Matthew Bellamy elevato al cubo), mentre Dillon e White hanno preferito un coinvolgimento emotivo sincero ma marginale, non da ghiacciolo ma neanche da posseduti.

Invisibile Cortini, seppellito dai suoi synth nell’angolino in punizione, il cui volto non è stato facilmente sbirciabile. La comunione di questi elementi ha regalato al pubblico un’esecuzione molto fedele ai brani originali, magari condita di qualche fucking fucker mother suckin’ fucker in più, ma dal punto di vista strutturale o vocale non è loro abitudine rielaborare i pezzi.

Chi segue i Nine Inch Nails da tempo o chi non è disarmato neofita, non si sorprende nel notare il totale e brutale distacco dei nuovi brani rispetto agli antecedenti. Il gruppo evolve e mostra una nuova sfaccettatura della propria versatile natura ad ogni occasione, e prescindendo dalla stima ci si può ritrovare in ogni caso come in questo delusi, in qualche modo sofferenti, rimpiangendo i “bei tempi”, non accettando l’evoluzione, schiavizzando la musica e mettendosi contro di essa, e questo è sbagliato, ma difficilmente evitabile. E’ nella natura umana patire di nostalgia, gelosia e via dicendo. Ma chiusa questa noiosa parentesi, l’impatto dell’esibizione dal vivo è il primo e fondamentale aspetto da considerare. E se c’è una cosa che ai Nine Inch Nails non manca, è la capacità di travolgere, anche in modo un po’ ambiguo, il pubblico, che gli si fa vittima, succube ai bombardamenti sonori ed emotivi.

Analiticamente parlando, la scelta dei brani è stata brutalmente mirata a ricercare l’aggressività, il diretto, l’inarrestabile, il “carro armato che ti punta e ti passa sopra manco fossi la vecchia del primo piano”. Ma del resto Reznor in data 22 gennaio aveva già mosso chiare minacce nello scambio di dom\risp coi fan che giostra sul sito ufficiale con la promessa: “We are preparing to destroy you”.

Scordatevi The Fragile.

Scordatevi tutto, ri-conosceteli.

Punto primo promesso: Brutale. Ergo tra i vari “halo” NINiani sono stati a rigor di logica scelti il primo Pretty Hate Machine (per Terribile Lie e Head Like a Hole), Broken (per Gave Up e Wish), The Downward Spiral (per March Of The Pigs, Piggy, Closer, Hurt, e di sicuro i momenti più intensi, specie la devastante MOTP dopo la quale ho temuto di aver perso qualche arto od organo tra la calca di fan), aggiungendo la solitaria Burn estrapolata dalla colonna sonora di Assassini Nati (che Reznor ha curato e prodotto) e la misteriosa Home, rapita dalla versione esclusivamente ed ovviamente deluxe limitata del nuovo full-lenght With Teeth. E da With Teeth ha presentato le restanti Love Is Not Enough (dalla lirica palesemente vissuta e filosofica), You Know What You Are (bordata meglio nota come Don’t you fuckin know what the fucking fuck you are), The Line Begins To Blur (la cui batteria fu originariamente registrata da Dave Grohl, ma eseguita ora et semper da Jerome Dillon), The Collector (dall’audace vittimismo lirico), appunto With Teeth (meglio nota come auìffa tìffa), l’esilarante franzferdinandiana The Hand That Feeds, che si sta guadagnando recentemente l’ascesa nella classifica di Top Of The Pops (!) e non vuole commenti perché parla da sola. E dal doppio The Fragile? Quelle più regolari ed in contrasto col resto del disco: Even Deeper e Starfuckers, inc. Bizzarro sarà stato per il gruppo notare quanto bene il pubblico conoscesse i testi di “alcuni” nuovi brani ancor prima che esca il disco, segno rassicurante che internet è diventato uno strumento di pubblico dominio, sicché questo entusiasmo è stato premiato con un bombardamento di bottiglie d’acqua che, con l’apparente caritatevole pretesto di rinfrescare e preservare la vita ai fan morenti in cotanto oscuro bunker, è servito da buona valvola di sfogo. Solo adesso finalmente comprendo il valore della promessa “Ci stiamo preparando a distruggervi”.

Una cosa m’ha colpito ma non così tanto: non c’è stato nessun rientro sul palco sull’imbrunirsi della sera: finita l’esecuzione a mitraglia sono andati a casa e buonanotte a tutti.

Senza sezionare i nuovi brani (questo compito spetta alla recensione del disco) posso anticipare che al contrario di The Downward Spiral e di the Fragile il nuovo disco si presenta melodicamente melodico. Vale a dire che la struttura delle canzoni è prettamente dolorosamente normale, verse-chorus-verse se si può dire così, dal motivetto di facile presa, fatte come ci si aspettava minuziosamente bene. Un disco pressoché alla portata di tutti, bambini e adulti, cani e porci, senza offendere nessuno. Poi certo, il ”viverlo” è un lusso.

Un rammarico speciale va al fatto che sono stati accantonati comunque pezzi miliari come Mr. Self Destruct, Somewhat Damaged, Last, Down In It o La Mer, certo per ovvi motivi di coerenza sonora\tematica (prime citate a parte, il che mi ha stupito), rivelandosi in questo senso grande motivo di patimento.

I risultati insomma sono quelli in cui sperava, in primis un sold out pressoché interplanetario a parlar da solo. 

Una data italiana come ho già detto non è stata ancora ufficializzata, i rumors sono stati tanti ma tutti infondati. Non resta che attendere, e attendere, cosicché il disco sarà già assorbito in toto.

Esibizione intensa, 20 sterline certamente non sprecate, da non perdere assolutamente se non si è ancora visto il gruppo all’opera. Sconsigliato ai cardiopatici.

 

Tiziana Brombin