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Di
sicuro si tratta del più importante evento rock della mia città
da molto tempo a questa parte. Sto parlando naturalmente della
tappa in quel di Napoli dei R.E.M., un gruppo che al di là dei
gusti personali, ha lasciato un segno indelebile nella musica rock
dell’ultimo ventennio. A proposito di gusti personali, chi mi
conosce sa dell’amore che nutro nei confronti di Micheal Stipe e
soci, da sempre uno dei miei gruppi preferiti, ragion per cui mai
e poi mai avrei potuto mancare l’appuntamento con loro a pochi
passi da casa mia. Arrivo presso L’Arenile poco prima delle sei
del pomeriggio, orario ideale per godermi in santa pace le
esibizioni dei supporters e per conquistare posti decenti in vista
del “main event” della serata. Tra gli antipasti ero ansioso
di vedere gli Sparklehorse, gruppo Indie britannico che su disco
mi ha sempre impressionato positivamente.
Aprono la giornata (suonando sul palco secondario) I Giardini
Di Mirò, formazione Post-Rock tra le più promettenti della
nostra penisola. Seguo con notevole interesse la loro esibizione
(inizialmente minata da qualche inconveniente tecnico), scoprendo
un gruppo che in sede live sa davvero il fatto suo. Nella
mezz’ora o poco più a loro disposizione hanno passato in
rassegna la crema del loro repertorio, offrendo sia le ostiche (e
acide) fughe strumentali del loro debutto, che composizioni
cantate tratte dal loro ultimo album, maggiormente ancorate ad una
forma canzone canonica, ma non per questo meno valide.
Con un po’ di ritardo (dovuto probabilmente alla
riparazione degli inconvenienti tecnici di cui si parlava in
precedenza), salgono sul palco i Yuppie Flu, secondo gruppo a
passare in rassegna sul palco secondario. La loro proposta
musicale non mi entusiasma molto, ne approfitto così per bere
qualcosa e fare un giro tra i vari stand situati in loco,
perdendomi anche l’esibizione del gruppo successivo.
E’ ormai ora di inaugurare il palco principale,
l’affluenza inizia a crescere (alla fine sono state contate ben
25000 anime!), ed io conquisto un’ottima postazione sul
centro-destra, a ridosso delle prime file. L’idea di vedere i
R.E.M. a distanza così ravvicinata non mi sembra ancora vera,
quando ad interrompere i miei pensieri arriva l’ingresso sul
palco dei simpatici Feeder. Devo ammettere di aver apprezzato l’Alternative-Pop-Punk
della band dal vivo molto più che su disco. In concerto i pezzi
acquistano una dinamica notevolmente più forte, in più la band
ha una buona presenza scenica ed il cantante instaura da subito un
simpatico feeling con il pubblico. Vengono passati in rassegna
tutti i loro successi più famosi, dalle nuove “Just The Way
I’m Feeling” e “Come Back Around” fino all’ormai
classico smash-hit “Buck Rogers”, sulle cui note la folla
inizia a scaldarsi ulteriormente. Da segnalare la presenza dietro
le pelli di Mark Richardson (ex Little Angels/Skunk Anansie), che
ha sostituito Jon Lee, tragicamente suicidatosi lo scorso anno. 45
minuti all’insegna del divertimento e dell’allegria, ottima
prova.
Dopo circa un quarto d’ora di pausa arrivano sul palco i da
me tanto attesi Sparklehorse. Mi duole dirlo, ma sono stati la più
cocente delusione della serata. L’unica colpa che mi sento di
assegnare loro è l’aver scelto una scaletta poco coinvolgente
in relazione al loro repertorio, per il resto il fiasco è stato
determinato da un’acustica da codice penale e da un pubblico che
invece di apprezzare la buona volontà della band, che ce l’ha
messa tutta nonostante condizioni tecniche al limite dell’umana
sopportazione, ha preferito andarci giù pesante con fischi ed
insulti. E’ vero che i suoni erano praticamente inascoltabili,
ma che colpa ha di ciò una band che comunque prova a dare il
massimo impegno ? La mamma degli imbecilli è sempre incinta…
Il pubblico accoglie il termine dello show degli Sparklehorse
come la fine di un supplizio. Dopo un altro quarto d’ora di
pausa salgono sul palco Michael Stipe e soci, la folla esplode in
un boato. La scaletta comprende molti pezzi risalenti agli albori
della carriera del combo di Athens, e a dire il vero fa sempre
piacere riascoltare classici come “Orange Crush”, “Talk
About The Passion” e “The One I Love”. Michael Stipe è in
vera forma, un autentico animale da palcoscenico, non sta fermo un
attimo. Dopo aver attaccato con i primi 3 o 4 pezzi in rapida
successione, facendo presagire un’esibizione alquanto fredda,
finalmente inizia a prendere confidenza con il pubblico, finendo
per parlare scherzare ripetutamente tra una canzone e l’altra.
La band è in ottima forma, da segnalare la presenza dietro le
pelli del nuovo batterista (ex Ministry) Bill Rieflin, che, vi
giuro, è invecchiato in una maniera assurda. E’ vero che nel
poster dei Ministry che c’è sulla parete della mia stanza Bill
ha dieci anni di meno, ma quando l’ho visto in concerto, beh,
pensavo avesse dato forfait in favore di qualcun altro dato che
per lui pare siano passati almeno 25 anni anziché solamente
dieci… Ad ogni modo ho potuto constatare che il suo tocco non si
è affatto ammorbidito con gli anni, con le bacchette tra le mani
è ancora un fenomeno, tiene molto bene il ritmo e sa andarci
anche giù piuttosto pesantuccio quando ci vuole.
Le intro di molti pezzi vengono spesso e volentieri
modificate a discrezione della band, difatti per riconoscere
“Drive” o la bellissima “The Great Beyond” ho dovuto
aspettare l’inizio della parte cantata. Il pezzo più gradito
della prima parte del concerto è stato senz’altro la strepitosa
ballata “Daysleeper”, cantata interamente da tutti i presenti.
Da segnalare l’esecuzione di “Animal”, gustosa anteprima in
vista del nuovo album, in uscita il prossimo anno. Micheal Stipe
in un’intervista aveva annunciato che le nuove canzoni sarebbero
state le più dure mai scritte dalla band, il che non rispecchia
esattamente questa “Animal” che, seppur più movimentata della
maggior parte dei pezzi del rilassato “Reveal”, si dimostra un
pezzo nel più classico stile R.E.M., molto buono tra l’altro.
Dopo circa un’ora di musica molto intensa Stipe annuncia
l’esecuzione di un pezzo che “appartiene a noi del pubblico e
che a lui fa molto piacere cantare”. Partono i primi accordi di
“Losing My Religion”, la folla esplode in un autentico boato,
il sottoscritto compie il suo caratteristico salto di 3 metri e
mezzo su sé stesso e via ad urlare le strofe assieme a Michael.
Inutile dirvi che dopo questo pezzo buona parte della mia voce era
ormai andata (bene o male mi succede ad ogni concerto), ma
sicuramente lo spettacolo che i R.E.M. stavano offrendo mi
ripagava ampiamente. Con mia grande sorpresa il singer annuncia
l’esecuzione di quello che definisce il suo pezzo preferito, e
la band attacca con “Country Feedback”, un’altra delle mie
preferite in assoluto, non avrei mai pensato che sarebbe stata
inserita in scaletta, infatti erano in molti a non conoscerla
mentre il sottoscritto, ormai esaltato, la urlava con un filino di
voce.
Dopo più di un’ora e mezza di concerto i nostri eseguono,
ancora una volta con mia immensa gioia, “Man On The Moon”,
resa in una versione intensissima e coinvolgente, dopodiché
tornano dietro le quinte. I bis però sono d’obbligo, e allora
dopo pochi minuti la band torna sul palco offrendo la doppietta
formata da
“Everybody Hurts” e “She Just Wants To Be”, ma non
è ancora abbastanza, il pubblico ne vuole ancora. E’ il momento
di “Imitations Of Life”, altro pezzo accolto con notevole
calore, prima che Michael introduca sul palco un’ospite
d’eccezione. Signore e signori… nientemeno che Patti Smith,
che avrebbe dovuto suonare nello stesso luogo il giorno seguente!
Iniziano a diffondersi le note di una tiratissima versione del
classico dei classici “It’s the end of the world as we know it”,
e la folla si scatena in un selvaggio pogo. Vi giuro, non ho mai
visto una cosa del genere nemmeno ad un concerto heavy metal, pogo
davvero selvaggio, anche se non era la classica versione avente lo
scopo di rompere le ossa (e il ca@#o) degli altri. Il sottoscritto
di solito si chiama sempre fuori da cose del genere, ma, quando
suo malgrado coinvolto, come questa volta, riesce a farsi valere
molto molto bene nonostante la sua stazza fisica non sia
esattamente di quelle consigliate per cose del genere (1,77 di
altezza per 53 di peso per chi ci tenesse a saperlo).
Dopo
un momento così infuocato il concerto finisce per davvero, non mi
resta che tornare a casa pensando ancora a quanto appena successo.
Ho visto dal vivo nella mia città una delle mie bands preferite
di sempre e l’esibizione ha letteralmente sovrastato le mie
aspettative. L’unico appunto potrebbe essere non aver ascoltato
nessun pezzo tratto dal mitico “Monster”, ma per una volta
soprassedere non sarebbe un peccato capitale.
Tony
Aramini
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