R.E.M.

(opening acts: GIARDINI DI MIRO' / YUPPIE FLU / FEEDER / SPARKLEHORSE)

NAPOLI - L'ARENILE - 24 LUGLIO 2003

Di sicuro si tratta del più importante evento rock della mia città da molto tempo a questa parte. Sto parlando naturalmente della tappa in quel di Napoli dei R.E.M., un gruppo che al di là dei gusti personali, ha lasciato un segno indelebile nella musica rock dell’ultimo ventennio. A proposito di gusti personali, chi mi conosce sa dell’amore che nutro nei confronti di Micheal Stipe e soci, da sempre uno dei miei gruppi preferiti, ragion per cui mai e poi mai avrei potuto mancare l’appuntamento con loro a pochi passi da casa mia. Arrivo presso L’Arenile poco prima delle sei del pomeriggio, orario ideale per godermi in santa pace le esibizioni dei supporters e per conquistare posti decenti in vista del “main event” della serata. Tra gli antipasti ero ansioso di vedere gli Sparklehorse, gruppo Indie britannico che su disco mi ha sempre impressionato positivamente.

 

Aprono la giornata (suonando sul palco secondario) I Giardini Di Mirò, formazione Post-Rock tra le più promettenti della nostra penisola. Seguo con notevole interesse la loro esibizione (inizialmente minata da qualche inconveniente tecnico), scoprendo un gruppo che in sede live sa davvero il fatto suo. Nella mezz’ora o poco più a loro disposizione hanno passato in rassegna la crema del loro repertorio, offrendo sia le ostiche (e acide) fughe strumentali del loro debutto, che composizioni cantate tratte dal loro ultimo album, maggiormente ancorate ad una forma canzone canonica, ma non per questo meno valide.

 

Con un po’ di ritardo (dovuto probabilmente alla riparazione degli inconvenienti tecnici di cui si parlava in precedenza), salgono sul palco i Yuppie Flu, secondo gruppo a passare in rassegna sul palco secondario. La loro proposta musicale non mi entusiasma molto, ne approfitto così per bere qualcosa e fare un giro tra i vari stand situati in loco, perdendomi anche l’esibizione del gruppo successivo.

 

E’ ormai ora di inaugurare il palco principale, l’affluenza inizia a crescere (alla fine sono state contate ben 25000 anime!), ed io conquisto un’ottima postazione sul centro-destra, a ridosso delle prime file. L’idea di vedere i R.E.M. a distanza così ravvicinata non mi sembra ancora vera, quando ad interrompere i miei pensieri arriva l’ingresso sul palco dei simpatici Feeder. Devo ammettere di aver apprezzato l’Alternative-Pop-Punk della band dal vivo molto più che su disco. In concerto i pezzi acquistano una dinamica notevolmente più forte, in più la band ha una buona presenza scenica ed il cantante instaura da subito un simpatico feeling con il pubblico. Vengono passati in rassegna tutti i loro successi più famosi, dalle nuove “Just The Way I’m Feeling” e “Come Back Around” fino all’ormai classico smash-hit “Buck Rogers”, sulle cui note la folla inizia a scaldarsi ulteriormente. Da segnalare la presenza dietro le pelli di Mark Richardson (ex Little Angels/Skunk Anansie), che ha sostituito Jon Lee, tragicamente suicidatosi lo scorso anno. 45 minuti all’insegna del divertimento e dell’allegria, ottima prova.

 

Dopo circa un quarto d’ora di pausa arrivano sul palco i da me tanto attesi Sparklehorse. Mi duole dirlo, ma sono stati la più cocente delusione della serata. L’unica colpa che mi sento di assegnare loro è l’aver scelto una scaletta poco coinvolgente in relazione al loro repertorio, per il resto il fiasco è stato determinato da un’acustica da codice penale e da un pubblico che invece di apprezzare la buona volontà della band, che ce l’ha messa tutta nonostante condizioni tecniche al limite dell’umana sopportazione, ha preferito andarci giù pesante con fischi ed insulti. E’ vero che i suoni erano praticamente inascoltabili, ma che colpa ha di ciò una band che comunque prova a dare il massimo impegno ? La mamma degli imbecilli è sempre incinta…

 

Il pubblico accoglie il termine dello show degli Sparklehorse come la fine di un supplizio. Dopo un altro quarto d’ora di pausa salgono sul palco Michael Stipe e soci, la folla esplode in un boato. La scaletta comprende molti pezzi risalenti agli albori della carriera del combo di Athens, e a dire il vero fa sempre piacere riascoltare classici come “Orange Crush”, “Talk About The Passion” e “The One I Love”. Michael Stipe è in vera forma, un autentico animale da palcoscenico, non sta fermo un attimo. Dopo aver attaccato con i primi 3 o 4 pezzi in rapida successione, facendo presagire un’esibizione alquanto fredda, finalmente inizia a prendere confidenza con il pubblico, finendo per parlare scherzare ripetutamente tra una canzone e l’altra. La band è in ottima forma, da segnalare la presenza dietro le pelli del nuovo batterista (ex Ministry) Bill Rieflin, che, vi giuro, è invecchiato in una maniera assurda. E’ vero che nel poster dei Ministry che c’è sulla parete della mia stanza Bill ha dieci anni di meno, ma quando l’ho visto in concerto, beh, pensavo avesse dato forfait in favore di qualcun altro dato che per lui pare siano passati almeno 25 anni anziché solamente dieci… Ad ogni modo ho potuto constatare che il suo tocco non si è affatto ammorbidito con gli anni, con le bacchette tra le mani è ancora un fenomeno, tiene molto bene il ritmo e sa andarci anche giù piuttosto pesantuccio quando ci vuole.

 

Le intro di molti pezzi vengono spesso e volentieri modificate a discrezione della band, difatti per riconoscere “Drive” o la bellissima “The Great Beyond” ho dovuto aspettare l’inizio della parte cantata. Il pezzo più gradito della prima parte del concerto è stato senz’altro la strepitosa ballata “Daysleeper”, cantata interamente da tutti i presenti. Da segnalare l’esecuzione di “Animal”, gustosa anteprima in vista del nuovo album, in uscita il prossimo anno. Micheal Stipe in un’intervista aveva annunciato che le nuove canzoni sarebbero state le più dure mai scritte dalla band, il che non rispecchia esattamente questa “Animal” che, seppur più movimentata della maggior parte dei pezzi del rilassato “Reveal”, si dimostra un pezzo nel più classico stile R.E.M., molto buono tra l’altro.

 

Dopo circa un’ora di musica molto intensa Stipe annuncia l’esecuzione di un pezzo che “appartiene a noi del pubblico e che a lui fa molto piacere cantare”. Partono i primi accordi di “Losing My Religion”, la folla esplode in un autentico boato, il sottoscritto compie il suo caratteristico salto di 3 metri e mezzo su sé stesso e via ad urlare le strofe assieme a Michael. Inutile dirvi che dopo questo pezzo buona parte della mia voce era ormai andata (bene o male mi succede ad ogni concerto), ma sicuramente lo spettacolo che i R.E.M. stavano offrendo mi ripagava ampiamente. Con mia grande sorpresa il singer annuncia l’esecuzione di quello che definisce il suo pezzo preferito, e la band attacca con “Country Feedback”, un’altra delle mie preferite in assoluto, non avrei mai pensato che sarebbe stata inserita in scaletta, infatti erano in molti a non conoscerla mentre il sottoscritto, ormai esaltato, la urlava con un filino di voce.

 

Dopo più di un’ora e mezza di concerto i nostri eseguono, ancora una volta con mia immensa gioia, “Man On The Moon”, resa in una versione intensissima e coinvolgente, dopodiché tornano dietro le quinte. I bis però sono d’obbligo, e allora dopo pochi minuti la band torna sul palco offrendo la doppietta formata da  “Everybody Hurts” e “She Just Wants To Be”, ma non è ancora abbastanza, il pubblico ne vuole ancora. E’ il momento di “Imitations Of Life”, altro pezzo accolto con notevole calore, prima che Michael introduca sul palco un’ospite d’eccezione. Signore e signori… nientemeno che Patti Smith, che avrebbe dovuto suonare nello stesso luogo il giorno seguente! Iniziano a diffondersi le note di una tiratissima versione del classico dei classici “It’s the end of the world as we know it”, e la folla si scatena in un selvaggio pogo. Vi giuro, non ho mai visto una cosa del genere nemmeno ad un concerto heavy metal, pogo davvero selvaggio, anche se non era la classica versione avente lo scopo di rompere le ossa (e il ca@#o) degli altri. Il sottoscritto di solito si chiama sempre fuori da cose del genere, ma, quando suo malgrado coinvolto, come questa volta, riesce a farsi valere molto molto bene nonostante la sua stazza fisica non sia esattamente di quelle consigliate per cose del genere (1,77 di altezza per 53 di peso per chi ci tenesse a saperlo).

 

Dopo un momento così infuocato il concerto finisce per davvero, non mi resta che tornare a casa pensando ancora a quanto appena successo. Ho visto dal vivo nella mia città una delle mie bands preferite di sempre e l’esibizione ha letteralmente sovrastato le mie aspettative. L’unico appunto potrebbe essere non aver ascoltato nessun pezzo tratto dal mitico “Monster”, ma per una volta soprassedere non sarebbe un peccato capitale.

Tony Aramini