SLINT

BOLOGNA - TPO - 4 MARZO 2005

Oltre alle consuete quantità industriali di ganja (peculiarità tipica del punto di ritrovo per tossici quale il TPO effettivamente è), quel che si respira stasera è il profumo dell’evento: Slint riuniti nella formazione originale (è presente pure il primo bassista, un energumeno di due metri che pare un incrocio tra Julian Cope e Maniac) per la prima e unica data italiana di tutta la loro carriera. Il luogo deputato al concerto (un immenso capannone che, per capienza e potenza dell’impianto di amplificazione, potrebbe senza difficoltà ospitare gli U2) è quasi pieno, e oltre ai soliti punkabbestia con rottweiler latrante al seguito si possono riconoscere diverse centinaia di facce che hanno stampata in volto l’espressione dell’attesa febbricitante e totale, in tutti i dialetti possibili. Un senso di attesa che rende superflui persino gli ottimi Radian, che salgono sul palco puntualissimi alle 22.30 spaccate e per circa tre quarti d’ora snocciolano un inappuntabile repertorio a base di glitcherie assortite, imponenti drones di basso, tricche-tracche di laptop impazziti, scricchiolii, friggimenti e schegge ritmiche impazzite da una drum machine con l’esaurimento nervoso, un’esibizione senz’altro interessante e a tratti indubbiamente coinvolgente (complice anche l’impeccabile resa sonora) benché sostanzialmente inadatta per una serata come questa; gran parte del pubblico infatti non raccoglie, qualcuno accenna qualche applauso di pura cortesia ma si capisce che l’intera platea è altrove, con la testa e con il cuore. Dopo un rapido cambio di palco e qualche rissa tra i botoli dei punkabbestia di cui sopra a suon di ringhi, guaiti e cagnara varia, si spengono nuovamente le luci e parte una lunghissima intro elettroacustica che mina ulteriormente il sistema nervoso di ognuno dei presenti; così passano circa cinque interminabili minuti, durante i quali si intravede qualcosa muoversi sul palco. Sono gli Slint che prendono posizione sul palco, posizione che – ohimè – manterranno del tutto inalterata per l’intero show. Improvvisamente si accende una serie di fari blu e la band attacca For Dinner…, la strumentale di Spiderland; è solo con la successiva Breadcrumb Trail, accolta con un boato apocalittico dal pubblico letteralmente in delirio, che entra in scena il singer Brian MacMahan, forse l’unico ad aver avuto una carriera del tutto paritaria (se non superiore) agli standard qualitativi della band madre (i suoi For Carnation in effetti furono la sola realtà capace di riprendere e proseguire il discorso interrotto con lo split degli Slint). Vederlo ora che sembra un sosia di Michael Stipe (andatura caracollante, berrettino e movenze frocesche comprese) è decisamente strano, almeno tanto quanto trovare in carne e ossa e a pochi metri di distanza gente di cui per anni hai ascoltato i dischi immaginando quali facce potessero avere (la sfocata e approssimativa foto di copertina di Spiderland poco aiutava all’identificazione). A guardarli in faccia sembrerebbe proprio che il tempo non fosse mai passato: gli Slint sembrano fuori dal tempo, né giovani né vecchi, e anche a sentirli suonare proprio non ci si accorge che dall’ultimo disco ad oggi sono passati la bellezza di tre lustri. Ed è questo il maggior pregio, ma allo stesso tempo il peggiore difetto dell’esibizione di stasera: è esattamente come mettere su Spiderland per l’ennesima volta nella solitudine della propria cameretta, i brani suonano assolutamente identici, stessa voce, stesse assurde geometrie di chitarra e stesso delirio di tempi dispari, persino la voce di MacMahan è in tutto e per tutto la stessa, che intoni il lamento funebre di Washer o che biascichi la tiritera a malapena udibile di Nosferatu Man. Anche la scaletta è più o meno la stessa che avrei potuto pensare io se mi fosse venuto in mente di assemblare un casalingo best of degli Slint su una cassetta da 90 minuti: potendo contare su un repertorio di due soli album e un EP di due pezzi, la band ripropone Spiderland per intero, 3/4 di Tweez e un pezzo dall’EP senza titolo, quest’ultimo l’unico eseguito con qualche seppur minima variazione (una lunga e dilatata coda strumentale). Le sole differenze sono le pause di cinque minuti tra un brano e l’altro, e il fatto che le casse del TPO sono trecento volte lo stereo di casa mia. Per il resto non cambia nulla: le canzoni, come detto, sono del tutto identiche agli originali, la band immobile e il trasporto pari allo zero assoluto (Mac Mahan, che ad un certo punto si toglierà il berrettino e si rivelerà essere una specie di sosia magro di Ben Affleck, a momenti dà le spalle alla platea). A questo punto verrebbe da chiedersi perché gli Slint siano qui ora, a parte la probabile necessità di raggranellare qualche soldo extra per pagare i debiti accumulati in quel di Louisville; per tutta l’esibizione non un accenno di interazione con l’adorante pubblico, non un grazie, manco un crepa. Ora, capisco che gli Slint non siano propriamente la E-Street Band, e che il genere proposto ben poco si presti a trascinare l’audience, ma una cosa è fare degnamente il proprio mestiere, un’altra è farlo di malavoglia, visibilmente scazzati e con la mente magari impegnata a pensare cosa scongelarsi per cena, quasi che degnarci della propria presenza fosse una grazia ricevuta o chissà che. Nessuno ha chiesto agli Slint di riunirsi (beh, a parte Steve Albini), e personalmente posso dire che avrei continuato a campare benissimo anche senza assistere a questo concerto, che perlomeno è servito a dimostrare che la band dal vivo non è ancora alla frutta (a parte il coinvolgimento nullo l’esecuzione dei brani è stata impeccabile, questo glielo si deve riconoscere) come invece possono esserlo tante patetiche cariatidi che tuttora si trascinano per i palchi di mezzo mondo con assoluta mancanza di misura e pudore. Resta comunque un po’ poco, nel complesso: la musica è cambiata dal 1991 a oggi, il rock è andato avanti ed ha dimostrato di riuscire a sopravvivere anche senza Slint. E per fortuna: perché deputare le sorti del rock tutto a un gruppo che di fatto ha cessato di esistere quindici anni fa sarebbe immensamente triste. Oggi gli Slint sono sicuramente più ricchi, ma pur con tutta la stima che si può nutrire per quanto in passato siano stati capaci di fare non si può dire che questa sera sia effettivamente successo qualcosa di esaltante. Il concerto della vita è dunque rimandato a data da destinarsi, magari a giugno di quest’anno – quando probabilmente i Social Distortion arriveranno anche qui da noi – o al peggio non appena Chris Spencer deciderà di tornare in Italia. Non stasera, no esta noche.

 

Dragone Nervoso