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Oltre
alle consuete quantità industriali di ganja (peculiarità
tipica del punto di ritrovo per tossici quale il TPO
effettivamente è), quel che si respira stasera è il
profumo dell’evento: Slint riuniti nella formazione
originale (è presente pure il primo bassista, un
energumeno di due metri che pare un incrocio tra Julian
Cope e Maniac) per la prima e unica data italiana di tutta
la loro carriera. Il luogo deputato al concerto (un
immenso capannone che, per capienza e potenza
dell’impianto di amplificazione, potrebbe senza
difficoltà ospitare gli U2) è quasi pieno, e oltre ai
soliti punkabbestia con rottweiler latrante al seguito si
possono riconoscere diverse centinaia di facce che hanno
stampata in volto l’espressione dell’attesa
febbricitante e totale, in tutti i dialetti possibili. Un
senso di attesa che rende superflui persino gli ottimi
Radian, che salgono sul palco puntualissimi alle 22.30
spaccate e per circa tre quarti d’ora snocciolano un
inappuntabile repertorio a base di glitcherie assortite,
imponenti drones di basso, tricche-tracche di laptop
impazziti, scricchiolii, friggimenti e schegge ritmiche
impazzite da una drum machine con l’esaurimento nervoso,
un’esibizione senz’altro interessante e a tratti
indubbiamente coinvolgente (complice anche l’impeccabile
resa sonora) benché sostanzialmente inadatta per una
serata come questa; gran parte del pubblico infatti non
raccoglie, qualcuno accenna qualche applauso di pura
cortesia ma si capisce che l’intera platea è altrove,
con la testa e con il cuore. Dopo un rapido cambio di
palco e qualche rissa tra i botoli dei punkabbestia di cui
sopra a suon di ringhi, guaiti e cagnara varia, si
spengono nuovamente le luci e parte una lunghissima intro
elettroacustica che mina ulteriormente il sistema nervoso
di ognuno dei presenti; così passano circa cinque
interminabili minuti, durante i quali si intravede
qualcosa muoversi sul palco. Sono gli Slint che prendono
posizione sul palco, posizione che – ohimè –
manterranno del tutto inalterata per l’intero show.
Improvvisamente si accende una serie di fari blu e la band
attacca For Dinner…,
la strumentale di Spiderland; è solo con la successiva Breadcrumb
Trail, accolta con un boato apocalittico dal pubblico
letteralmente in delirio, che entra in scena il singer
Brian MacMahan, forse l’unico ad aver avuto una carriera
del tutto paritaria (se non superiore) agli standard
qualitativi della band madre (i suoi For Carnation in
effetti furono la sola realtà capace di riprendere e
proseguire il discorso interrotto con lo split degli Slint).
Vederlo ora che sembra un sosia di Michael Stipe (andatura
caracollante, berrettino e movenze frocesche comprese) è
decisamente strano, almeno tanto quanto trovare in carne e
ossa e a pochi metri di distanza gente di cui per anni hai
ascoltato i dischi immaginando quali facce potessero avere
(la sfocata e approssimativa foto di copertina di
Spiderland poco aiutava all’identificazione). A
guardarli in faccia sembrerebbe proprio che il tempo non
fosse mai passato: gli Slint sembrano fuori dal tempo, né
giovani né vecchi, e anche a sentirli suonare proprio non
ci si accorge che dall’ultimo disco ad oggi sono passati
la bellezza di tre lustri. Ed è questo il maggior pregio,
ma allo stesso tempo il peggiore difetto dell’esibizione
di stasera: è esattamente come mettere su Spiderland per
l’ennesima volta nella solitudine della propria
cameretta, i brani suonano assolutamente identici, stessa
voce, stesse assurde geometrie di chitarra e stesso
delirio di tempi dispari, persino la voce di MacMahan è
in tutto e per tutto la stessa, che intoni il lamento
funebre di Washer
o che biascichi la tiritera a malapena udibile di Nosferatu
Man. Anche la scaletta è più o meno la stessa che
avrei potuto pensare io se mi fosse venuto in mente di
assemblare un casalingo best of degli Slint su una
cassetta da 90 minuti: potendo contare su un repertorio di
due soli album e un EP di due pezzi, la band ripropone
Spiderland per intero, 3/4 di Tweez e un pezzo dall’EP
senza titolo, quest’ultimo l’unico eseguito con
qualche seppur minima variazione (una lunga e dilatata
coda strumentale). Le sole differenze sono le pause di
cinque minuti tra un brano e l’altro, e il fatto che le
casse del TPO sono trecento volte lo stereo di casa mia.
Per il resto non cambia nulla: le canzoni, come detto,
sono del tutto identiche agli originali, la band immobile
e il trasporto pari allo zero assoluto (Mac Mahan, che ad
un certo punto si toglierà il berrettino e si rivelerà
essere una specie di sosia magro di Ben Affleck, a momenti
dà le spalle alla platea). A questo punto verrebbe da
chiedersi perché gli Slint siano qui ora, a parte la
probabile necessità di raggranellare qualche soldo extra
per pagare i debiti accumulati in quel di Louisville; per
tutta l’esibizione non un accenno di interazione con
l’adorante pubblico, non un grazie, manco un crepa. Ora,
capisco che gli Slint non siano propriamente la E-Street
Band, e che il genere proposto ben poco si presti a
trascinare l’audience, ma una cosa è fare degnamente il
proprio mestiere, un’altra è farlo di malavoglia,
visibilmente scazzati e con la mente magari impegnata a
pensare cosa scongelarsi per cena, quasi che degnarci
della propria presenza fosse una grazia ricevuta o chissà
che. Nessuno ha chiesto agli Slint di riunirsi (beh, a
parte Steve Albini), e personalmente posso dire che avrei
continuato a campare benissimo anche senza assistere a
questo concerto, che perlomeno è servito a dimostrare che
la band dal vivo non è ancora alla frutta (a parte il
coinvolgimento nullo l’esecuzione dei brani è stata
impeccabile, questo glielo si deve riconoscere) come
invece possono esserlo tante patetiche cariatidi che
tuttora si trascinano per i palchi di mezzo mondo con
assoluta mancanza di misura e pudore. Resta comunque un
po’ poco, nel complesso: la musica è cambiata dal 1991
a oggi, il rock è andato avanti ed ha dimostrato di
riuscire a sopravvivere anche senza Slint. E per fortuna:
perché deputare le sorti del rock tutto a un gruppo che
di fatto ha cessato di esistere quindici anni fa sarebbe
immensamente triste. Oggi gli Slint sono sicuramente più
ricchi, ma pur con tutta la stima che si può nutrire per
quanto in passato siano stati capaci di fare non si può
dire che questa sera sia effettivamente successo qualcosa
di esaltante. Il concerto della vita è dunque rimandato a
data da destinarsi, magari a giugno di quest’anno –
quando probabilmente i Social Distortion arriveranno anche
qui da noi – o al peggio non appena Chris Spencer
deciderà di tornare in Italia. Non stasera, no esta noche.
Dragone
Nervoso
cooking madriddll usa
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