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I
Pan Sonic salgono sul palco dello Spazio Boario con un
notevole ritardo (come consuetudine del posto), e lo
occuperanno per un'oretta circa con la loro formula live,
monolitica e monotematica come poche cose al mondo, il che
in questo caso non è da intendersi come un complimento.
La rinuncia alla dimensione minimale e intima della loro
sonorità in studio, costituita sostanzialmente da segnali
a-musicali, imperfetti, ottenuti campionando chissà cosa,
basata sul rifiuto del suono "pulito" così come
viene comunemente inteso, di creare insomma musica
prendendo il materiale residuo di un ipotetico scarto,
come novelli Einstruzende Neubauten che pescano da una
discarica ciò che diventerà strumento in mano loro, la
rinuncia a questo programma sonoro, dicevamo, che pure su
disco potrebbe aver portato a risultati apprezzabili col
suo stendere tappeti di frequenze timide, irraggiungibili,
fuori luogo, si svolge parallelamente all'infausta
adozione di un abusatissimo (e perciò, forse, ormai
scarico di verve comunicativa.) apparato rumorifico,
gettato allo sbaraglio a cavallo di una qualche base di
drum machine di fattura nemmeno troppo raffinata che ci
verrà riprodotta praticamente identica per un 5 minuti
fino alla scontata conclusione, in cui il marasma sonoro
creato da segnali di varia natura, bianchi, distorti o
diversamente rumorosi si annichilisce e sfocia nel
silenzio, prontamente segnalato dal comprimersi in una
linea verticale dello spettro sonoro proiettato alle
spalle dei finlandesi, unico elemento davvero affascinante
dello spettacolo.
Un po' di casino sparato a mille nei timpani fa sempre
bene; ma dopo un po', ogni volta che i due riattaccavano,
sembrava essere sempre una volta di troppo.
E' un mondo difficile.
Emanuele
"Maraska"
Dopo
una ventina di minuti di pausa arriva finalmente il
momento che tutti aspettano: Alan Vega e Martin Rev sono
sul palco. Look e presenza scenica sono kitsch oltre ogni
limite, ma se così non fosse si perderebbe sicuramente
una parte importante dello spettacolo. Rev si presenta con
un improbabile completino che manco i Devo ed un paio di
occhialoni quasi degni dell’Elton John dei tempi
d’oro. Spesso anziché suonare la sua tastiera, si
limita a prenderla a cazzotti. Vega dal canto suo oggi
sembra un incrocio bastardo tra Wanna Marchi e Renato
Zero. Vanta la stessa dinamicità di un’elefantessa
incinta, ma bene o male la voce regge ancora, per fortuna.
Entrambi vogliono darci l’impressione di avere numerose
cellule cerebrali compromesse da anni di stravizi chimici,
ma ci piacciono anche per questo.
Scaletta
di buona qualità, che privilegia soprattutto l’ultimo
“American Supreme” ed il primo capolavoro omonimo,
passando con disinvoltura da una “Wrong Decisions” a
una “Cheree” (riproposta, come gran parte del
repertorio più datato, con arrangiamenti completamente
stravolti), fino ad arrivare al primo momento topico della
serata, una “Ghostrider” verso la quale nessuno era più
in grado di sopportare l’attesa, accolta da un tripudio
quasi liberatorio.
Lo
show si conclude formalmente sulle note dell’allucinata
cover di “Stayin’ Alive”, ma i bis, anzi, IL bis, è
d’obbligo. Alan Vega e Martin Rev tornano così sul
palco assieme ai Pan Sonic per proporre una versione del
classico “Frankie Teardrop” tirata all’inverosimile,
tra distorsioni, feedback e rumorismo vario ed eventuale.
Potrei tranquillamente definirlo uno di quei momenti che
giustificano il prezzo del biglietto, non fosse che in
questo caso i prezzi siano stati oltremodo popolari: un
rapporto qualità-prezzo che pende indubbiamente verso la
prima voce. Un plauso finale all’acustica del
“Villaggio Globale”, praticamente perfetta, tra le
migliori nelle quali mi sia imbattuto fino adesso.
Tony
Aramini
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