SUICIDE

(opening act: PAN SONIC)

ROMA - CSIA VILLAGGIO GLOBALE  - 22 GENNAIO 2005

 

 

 

 

 

I Pan Sonic salgono sul palco dello Spazio Boario con un notevole ritardo (come consuetudine del posto), e lo occuperanno per un'oretta circa con la loro formula live, monolitica e monotematica come poche cose al mondo, il che in questo caso non è da intendersi come un complimento.


La rinuncia alla dimensione minimale e intima della loro sonorità in studio, costituita sostanzialmente da segnali a-musicali, imperfetti, ottenuti campionando chissà cosa, basata sul rifiuto del suono "pulito" così come viene comunemente inteso, di creare insomma musica prendendo il materiale residuo di un ipotetico scarto, come novelli Einstruzende Neubauten che pescano da una discarica ciò che diventerà strumento in mano loro, la rinuncia a questo programma sonoro, dicevamo, che pure su disco potrebbe aver portato a risultati apprezzabili col suo stendere tappeti di frequenze timide, irraggiungibili, fuori luogo, si svolge parallelamente all'infausta adozione di un abusatissimo (e perciò, forse, ormai scarico di verve comunicativa.) apparato rumorifico, gettato allo sbaraglio a cavallo di una qualche base di drum machine di fattura nemmeno troppo raffinata che ci verrà riprodotta praticamente identica per un 5 minuti fino alla scontata conclusione, in cui il marasma sonoro creato da segnali di varia natura, bianchi, distorti o diversamente rumorosi si annichilisce e sfocia nel silenzio, prontamente segnalato dal comprimersi in una linea verticale dello spettro sonoro proiettato alle spalle dei finlandesi, unico elemento davvero affascinante dello spettacolo.


Un po' di casino sparato a mille nei timpani fa sempre bene; ma dopo un po', ogni volta che i due riattaccavano, sembrava essere sempre una volta di troppo.
E' un mondo difficile.

 

Emanuele "Maraska"

 

Dopo una ventina di minuti di pausa arriva finalmente il momento che tutti aspettano: Alan Vega e Martin Rev sono sul palco. Look e presenza scenica sono kitsch oltre ogni limite, ma se così non fosse si perderebbe sicuramente una parte importante dello spettacolo. Rev si presenta con un improbabile completino che manco i Devo ed un paio di occhialoni quasi degni dell’Elton John dei tempi d’oro. Spesso anziché suonare la sua tastiera, si limita a prenderla a cazzotti. Vega dal canto suo oggi sembra un incrocio bastardo tra Wanna Marchi e Renato Zero. Vanta la stessa dinamicità di un’elefantessa incinta, ma bene o male la voce regge ancora, per fortuna. Entrambi vogliono darci l’impressione di avere numerose cellule cerebrali compromesse da anni di stravizi chimici, ma ci piacciono anche per questo.

 

Scaletta di buona qualità, che privilegia soprattutto l’ultimo “American Supreme” ed il primo capolavoro omonimo, passando con disinvoltura da una “Wrong Decisions” a una “Cheree” (riproposta, come gran parte del repertorio più datato, con arrangiamenti completamente stravolti), fino ad arrivare al primo momento topico della serata, una “Ghostrider” verso la quale nessuno era più in grado di sopportare l’attesa, accolta da un tripudio quasi liberatorio. 

 

Lo show si conclude formalmente sulle note dell’allucinata cover di “Stayin’ Alive”, ma i bis, anzi, IL bis, è d’obbligo. Alan Vega e Martin Rev tornano così sul palco assieme ai Pan Sonic per proporre una versione del classico “Frankie Teardrop” tirata all’inverosimile, tra distorsioni, feedback e rumorismo vario ed eventuale. Potrei tranquillamente definirlo uno di quei momenti che giustificano il prezzo del biglietto, non fosse che in questo caso i prezzi siano stati oltremodo popolari: un rapporto qualità-prezzo che pende indubbiamente verso la prima voce. Un plauso finale all’acustica del “Villaggio Globale”, praticamente perfetta, tra le migliori nelle quali mi sia imbattuto fino adesso.

 

Tony Aramini