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Y KANT TORI READ
(Atlantic)
1988 |
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1. The Big Picture
2. Cool On Your Island
3. Fayth
4. Fire On The Side
5. Pirates
6. Floating City
7. Heart Attack At 23
8. On The Boundary
9. You Go To My Head
10. Etienne Trilogy
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Non molti sanno che prima di “Little Earthquakes”,
spesso considerato il suo esordio ufficiale, Tori Amos ha in realtà già inciso un altro disco. Il contratto che fino a tempi recenti la legava alla Atlantic fu infatti sottoscritto quando nel 1986 una Tori insediata a Los Angeles (e accompagnata da un gruppo che vedeva alla batteria il Matt Sorum di fama Cult e Guns N’Roses) inseguiva sogni di gloria proponendo un AOR abbastanza in linea con le principali proposte femminili del genere (vengono in mente gli Starship di “Nothing’s Gonna Stop Us Now” o qualcosa delle Heart post-1985). “Y Kant Tori Read”, uscito nel 1988, nonostante sfiori il pacchiano a più riprese non tutto
è da buttare: buoni risultati si registrano con “Cool On Your Island”, che rimanda alla Pat Benatar del medesimo periodo e, soprattutto, “Fire On The Side”, unico episodio in cui già si intravedono avvisaglie dei dischi a venire. Il resto però scorre via piatto affogando in un mare di clichè, sebbene qualitativamente non molto inferiore a tanti altri artisti della stessa risma che a quel tempo facevano il bello e cattivo tempo in cima alle classifiche. Sull’improbabile copertina (con annesso uso spropositato di lacca che fa sembrare la cantante un incrocio venuto male tra Lee Aaron e le Vixen) compare solo il titolo del disco (attribuito anche come nome della band), e nei credits interni la Amos viene indicata semplicemente come Tori: che anche lei stessa non fosse convinta a fondo della riuscita del lavoro ? La Atlantic tenta anche una lieve spinta promozionale finanziando un videoclip (invero più osceno della copertina) per “The Big Picture”, ma il disco non decollerà mai, rivelandosi un vero e proprio fallimento commerciale (si parla di sole novemila copie vendute). Nonostante ciò i piani alti decidono di non rescindere il contratto e continuare a puntare su di lei, che
in tutta risposta sottoporrà alla loro attenzione nuove composizioni basate essenzialmente su voce e pianoforte e che impiegheranno qualche anno (e qualche compromesso in fase di produzione) prima di essere accettate completamente.
Tony
Aramini
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LITTLE EARTHQUAKES
(Atlantic)
1992 |
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1. Crucify
2. Girl
3. Silent All These Years
4. Precious Thing
5. Winter
6. Happy Phantom
7. China
8. Leather
9. Mother
10. Tea In Your Hand
11. Me And A Gun
12. Little Earthquakes |
“Little Earthquakes” può a
tutti gli effetti essere considerato il disco della rinascita di Tori
Amos, che, lasciatasi alle spalle Los Angeles dopo un periodo poco
felice, prova a dare una sterzata anche alla sua musica, proponendo il
suo amato pianoforte in qualità di strumento portante dell’intero
lavoro. I temi alla base del disco sono quanto di più introspettivo la
cantautrice abbia mai prodotto in tutta la sua carriera, brani
probabilmente nati con l’urgenza di esorcizzare dolori recenti (“Me & A
Gun”, cronaca a cappella di uno stupro subito pochi anni prima ad L.A.)
e remoti (“Crucify”, metafora religiosa che trae probabilmente origine
dalla sua infanzia vissuta all’ombra di un padre reverendo metodista).
Leggermente penalizzato da una produzione sin troppo patinata, il
disco mostra a più riprese l’amore della Amos per Kate Bush (in “Girl”,
su tutte) e svela al mondo incredibili doti interpretative, che sfociano
in una serie di ballate per piano e voce tra le quali spicca
l’ottima “Winter”. Proprio “Me & A Gun” fu designata come primo singolo,
ma ci volle poco per rendersi conto dell’infelicità della scelta: era
oltremodo coraggioso (eufemismo) sperare che una nuova proposta si
imponesse al grande pubblico cantando a cappella di una violenza
carnale. Tanta audacia non fu premiata, si diceva: per ottenere i
meritati riconoscimenti si dovette aspettare l’immissione sul mercato di
un secondo singolo contenente la più ‘facile’ “Crucify” (sottoposta
comunque ad un secondo missaggio), la già citata “Winter” ed una serie
di cover (Nirvana, Led Zeppelin, Rolling Stones) a testimonianza della
sua passione, perdurante ancora oggi, per il conformare al proprio stile
brani di successo degli autori più disparati. Tanto bastò per trainare
“Little Earthquakes” all’insperato traguardo del milione di copie
vendute.
Tony
Aramini
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UNDER THE PINK
(Atlantic)
1994 |
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1. Pretty Good Years
2. God
3. Bells For Her
4. Past The Mission
5. Baker Baker
6. The Wrong Band
7. The Waitress
8. Cornflake Girl
9. Icicle
10. Cloud On My Tongue
11. Space Dog
12. Yes, Anastasia |
Possiamo considerare “Little Earthquakes”, per quanto buono, come una
semplice prova generale, dato che il suo successore resta a tutt’oggi il piccolo capolavoro di Tori Amos, una spanna
superiore a qualunque cosa sia venuta prima e dopo. Lo stile va assumendo connotati sempre più personali e “Under The Pink” ne diventa il manifesto, influenzando un’intera generazione di
cantautorato femminile a venire che vedrà l’epigono più dignitoso forse
nella Fiona Apple degli esordi. Messi al bando i suoni fin troppo
artificiosi del disco precedente in favore di una produzione più sobria
(curata da Eric Rosse assieme alla stessa cantautrice), Tori Amos
continua ad alternare struggenti ballate per piano e voce a pezzi più
ritmati in cui si fa accompagnare anche dal resto degli strumenti, ma la
principale novità è semmai un sensibile calo d’introspezione: la
protagonista delle storie messe in musica, infatti, non è più
necessariamente lei. Nonostante sembri piuttosto scarno e minimale ad un
primo impatto, è doveroso sottolineare come “Under The Pink” sia il suo
lavoro che forse coinvolge più
strumentisti, tra cui una nutrita sezione d’archi. Il primo singolo
stavolta non fallisce: “Cornflake Girl” riesce a guadagnarsi diverse
settimane di rotazione intensiva sulle tv musicali, restando ancora
adesso il suo più grande successo. Tra gli altri episodi degni di nota
vale la pena segnalare l’ottima “Past The Mission”, impreziosita
dall’inaspettato intervento vocale dell’amico Trent Reznor, e “God”,
metafora religiosa di turno, ma l’intero disco viaggia su livelli
qualitativi decisamente alti. Un classico degli anni novanta.
Tony
Aramini
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BOYS FOR PELE
(Atlantic/EastWest)
1996 |
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1. Beauty Queen
2. Horses
3. Blood Roses
4. Father Lucifer
5. Professional Widow
6. Professional Widow (Armand’s Star Trunk Funkin’ Mix)
7. Mr. Zebra
8. Marianne
9. Caught A Lite Sneeze
10. Muhammad My Friend
11. Hey Jupiter
12. Way Down
13. Little Amsterdam
14. Talula (The Tornado mix)
15. Not The Red Baron
16. Agent Orange
17. Doughnut Song
18. In The Springtime Of His Voodoo
19. Putting The Damage On
20. Twinkle
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La tradizione degli
alter ego che Tori Amos porterà avanti con Scarlet’s Walk lascia qui
spazio a Pele, dea vulcanica hawaiiana che trova diretto riferimento
soprattutto nel testo di “Muhammad My Friend” (uno degli highlights del
disco, che in un episodio live vedrà poi duettare la Amos con un grande
Maynard James Keenan, voce dei Tool): “I
know you've seen fire/But you've never seen fire/Until you've seen Pele
blow”. Analogamente al temperamento di una dea vulcanica, tra le canzoni
di questo album la Amos sfodera il meglio di sé in esplosioni di
ecletticismo uniche che lo consacrano tra i suoi episodi più riusciti,
nonostante dalla maggioranza della critica sia ritenuto il suo lavoro
più discontinuo ed eccessivamente complesso. Tale reputazione preferiamo
al limite spostarla sul successivo From The Choirgirl Hotel, perché a
differenza di questo, Boys For Pele è nutrito da non scarsi ma numerosi
piccoli capolavori: almeno fino a “Hey Jupiter” compresa, tutti gli
ammiratori della cantautrice ne conosceranno bene testo e musica.
L’ispirazione per l’album, registrato quasi tutto in una chiesa
irlandese, arriva alla rottura della sua lunga relazione con Eric
Rosse, co-produttore di Little Earthquakes e Under The Pink: non a caso,
questo è il primo disco che produce da sola. Ad aprire le danze è la
breve “Beauty Queen” che, non apparendo formalmente numerata in
scaletta, funge da intro per “Horses”, seguita a ruota da canzoni
altrettanto grandi fino a giungere al singolo, che non è la versione
normale di Professional Widow bensì il suo remix, il cui testo pare sia
dedicato alla Baronessa Courtney Love (e sia chiaro che non sono parole
d’amore: “Give me peace, love and a hard cock”). Non in pochi si sono
dedicati alle interpretazioni dei testi di Boys For Pele, fermandosi
soprattutto su “Caught A Lite Sneeze” (peraltro passato alla storia
anche per essere stato il primo brano in assoluto scaricabile legalmente
gratis da internet), brano da qualcuno definito come riferito all’AIDS e
da qualcun altro ad una sua presunta storia finita male con Trent Reznor,
suo amico intimo di vecchia data. Altra canzone legata al suo passato è
“Marianne”, dedicata ad una sua vecchia compagna di scuola morta in
circostanze poco chiare. In ogni caso, con le sue censure al booklet (in
qualche Stato sono state rimosse le foto in lui lei allatta un maiale),
ai testi e in qualche caso anche con modifica di tracklist per qualche
edizione (rimossa “In The Springtime Of His Voodoo”, messa la Tornado
Version di “Talula” al posto della normale, ed inserito il remix di
“Professional Widow”), grazie al successo raccolto col precedente “Under
The Pink” Tori Amos riesce di qui in avanti a produrre la sua musica da
sola, e considerato quanto ciò sia di valore per un disco così
importante, sarebbe riprovevole ignorarne lo slancio di sperimentazione
che mai più la Amos riuscirà ad indagare in maniera tanto armonica e
meritevole: feroce con il pianoforte, angelica con gli archi e maliziosa
con fugaci toccate al jazz e al gospel, finchè il gioco delle parti non
si inverte combinandosi in 19 meraviglie (14 canzoni principali e 5
interludi) tutte diverse tra di loro. Imprescindibile.
Tiziana Brombin
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FROM THE CHOIRGIRL HOTEL
(EastWest)
1998 |
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1. Spark
2. Cruel
3. Black-Dove (January)
4. Raspberry Swirl
5. Jackie's Strength
6. I I e e e
7. Liquid Diamonds
8. She's Your Cocaine
9. Northern Lad
10. Hotel
11. Playboy Mommy
12. Pandora's Aquarium |
Controverso, nevrotico, disordinato: From The Choirgirl Hotel è il
risultato di tutto il malessere di Tori Amos dopo un aborto naturale -subìto
al termine del tour mondiale di Boys For Pele- che non supererà se non
dopo molto tempo (crudele con se stessa nelle liriche di “Spark”: “She’s
convinced she could hold back a glacier/But she couldn’t keep baby alive”),
distaccando il proprio stile sia dagli album anteriori sia da quelli a
venire, soprattutto per lo spazio che viene concesso alle percussioni e
alle manipolazioni elettroniche ad esse legate. Ad una Tori Amos che si
sposta dal pianoforte al synth si accompagnano infatti le marimbe e le
batterie di Matt Chamberlain, canonicamente coperti dagli archi
dell’Orchestra sinfonica londinese e da altri turnisti per le chitarre.
La screziatura dance che su Boys For Pele era stata appagata da un remix
trova qui posto in “Raspberry Swirl”, canzone che paradossalmente nel
1999 ricevette la nomination ai Grammy Awards per Miglior performance
femminile rock. Seguita dalla più zuccherina “Jackie’s Strenght”, in cui
presenta le vicende della celebre Jaqueline Kennedy, i salti all’etnica
di “I i e e e” quando non al rock di “She’s Your Cocaine” manifestano sì
la proverbiale energia della nostra cantautrice del North Carolina, ma
l’esecuzione dei brani nell’insieme non nasconde una potente dose di
freddezza e “cattiveria” che si para come un muro sull’ascolto, anche
quando ci si trova davanti un pezzo come la dolce ma avvilita “Northern
Lad”. Quasi paradossalmente, il pezzo più penetrabile pare essere
proprio la opener “Spark”, una delle migliori performance in assoluto
della Amos. Nonostante il corpus malamente amalgamato dei brani, From
The Choirgirl Hotel resta un episodio di indiscusso peso nella
discografia di Tori Amos, merito delle brillanti intuizioni in esso
sviluppate e, come sempre, delle ventate di aria fresca che la nostra sa
gettare sulla legione cantautorale del fronte statunitense.
Tiziana Brombin
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TO VENUS AND BACK
(Atlantic/EastWest)
1999 |
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CD 1: VENUS ORBITING (STUDIO)
1. Bliss
2. Juarez
3. Concertina
4. Glory of the 80's
5. Lust
6. Suede
7. Josephine
8. Riot poof
9. Datura
10. Spring Haze
11. 1,000 Oceans
CD 2: VENUS LIVE. STILL ORBITING (LIVE)
1. Precious Things
2. Cruel
3. Cornflake Girl
4. Bells For Her
5. Girl
6. Cooling
7. Mr. Zebra
8. Cloud On My Tongue
9. Sugar
10. Little Earthquakes
11. Space Dog
12. Waitress
13. Purple People |
Uno dei pareri più comuni sul conto della nostra Tori (al secolo Myra
Ellen) è ben impersonato dalle parole di un giornalista americano, il
quale sostiene che “deciphering some lyrics is more trying than reading
Egyptian hierglyphics”. Se ciò può ben valere per molti degli album di
Tori Amos, voglia tuttavia scollarsi questa etichetta di dosso To Venus
And Back: concepito in origine come una raccolta di outtakes, b-sides e
rarità, il primo dei due dischi (Venus Orbiting) ha finito per essere un
inedito che focalizza tutta l’attenzione sulla parte strumentale,
fertilizzata da abbondanti quantità di ambient elettronico abbastanza
avvolgenti da renderlo più idoneo all’ascolto fine a se stesso che non
piuttosto materiale da indagine. Tori Amos stessa si dichiara più serena
rispetto al periodo traumatico di From The Coirgirl Hotel, e sebbene
l’ispirazione compositiva non tocchi qui i livelli più alti, Venus
Orbiting risulta essere un piacevole e leggero ascolto in cui la
struttura ostica degli album precedenti pare essere stata accantonata in
favore della delicata semplicità che rappresentano bene i due pezzi
delimitanti, ovvero le incantevoli “Bliss” e “1,000 Oceans”. Diverso
discorso per il secondo disco, “Venus Live – Still Orbiting”,
assortimento dei momenti migliori del Plugged Tour ’98 che prende le
veci di un ancora inedito greatest hits accogliendo un’interpretazione
di altri due inediti, “Cooling” e “Space Dog”. Vuoi anche per la
puntuale accuratezza della resa dal vivo (ricordiamo che il tecnico del
suono ad accompagnarla così di frequente è Mark Hawley, suo marito),
grazie a questo live possiamo renderci conto al meglio del valore di
Tori Amos, la quale, col sostegno dei fedeli strumentisti Steve Caton
(chitarre), Jon Evans (basso) e Matt Chamberlain (percussioni), trova la
sua dimensione ideale per sprigionare un’energia senza pari: impossibile
non lasciarsi conquistare da classici come “Precious Things”, “Cornflake
Girl”, “Cloud On My Tongue” e “Waitress”, qui dilatata in una lunga
improvvisazione. Se To Venus And Back non saprà forse assoggettare nuovi
ammiratori, placherà in compenso l’appetito dei fan più fedeli.
Tiziana Brombin
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STRANGE LITTLE GIRLS
(Atlantic/EastWest)
2001 |
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1. New Age
2. 97' Bonnie & Clyde
3. Strange Little Girl
4. Enjoy The Silence
5. Rattlesnakes
6. I'm Not In Love
7. Time
8. Heart Of Gold
9. I Don't Like Mondays
10. Raining Blood
11. Happiness Is A Warm Gun
12. Real Men
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Dopo l’interlocutorio “To Venus And Back”, metà live e metà raccolta di avanzi, prosegue il periodò di sterilità creativa di Tori Amos, che, passati due anni, anziché tornare con l’agognato nuovo lavoro decide di analizzare il rapporto tra i due sessi con “Strange Little Girls”, album in cui si impegna a rileggere 12 canzoni di altrettanti artisti uomini che trattano proprio la donna come tema centrale. Pubblicato con un booklet che permette di scegliere tra ben dodici copertine differenti, ognuna delle quali ritraente la Amos truccata e travestita rispecchiando ciascuna delle strane ragazze di cui si parla nei brani, il disco colpisce innanzitutto per l’eterogeneità con cui sono stati selezionati gli autori da coverizzare: dagli Stranglers (la cui “Strange Little Girl” oltre a fungere da semi-titletrack fu anche scelta come ottimo singolo/video apripista) a Tom Waits, passando per Eminem, i Depeche Mode e addirittura gli Slayer. A parte un paio di eccezioni (“Heart Of Gold” di Neil Young ed “Happiness Is A Warm Gun” dei Beatles) i pezzi sono tutti riletti in scarne versioni per piano e voce, prevedibilmente conformati allo stile della Amos.
Rifacimento più riuscito è quello di “I Don’t Like Mondays” dei Boomtown Rats di Bob Geldof, mentre quello di “Raining Blood” degli Slayer è senza dubbio il più coraggioso; per il resto, poco altro da segnalare. Già in passato avevamo imparato a conoscere la passione della cantautrice per questo tipo di cover (si veda ad esempio la “Smells Like Teen Spirit” sul singolo di “Crucify”), “Strange Little Girls” è però la prova che un intero disco costruito su detta passione è fin troppo pesante da digerire, specialmente se dato in pasto come ennesimo riempitivo.
Tony
Aramini
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SCARLET'S WALK
(Atlantic/EastWest)
2002 |
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1. Amber Waves
2. A Sorta Fairytale
3. Wednesday
4. Strange
5. Carbon
6. Crazy
7. Wampum Prayer
8. Don't Make Me Come To Vegas
9. Sweet Sangria
10. Your Cloud
11. Pancake
12. I Can't See New York
13. Mrs. Jesus
14. Taxi Ride
15. Another Girl's Paradise
16. Scarlet's Walk
17. Virginia
18. Gold Dust |
Sfogata la vena eclettica e l’insofferenza per l’omogeneità, con Scarlet’s Walk la nostra ritorna con un piccolo concept che, per pacatezza e linearità, è accostabile solo al più grande Little Earthquakes, ma che qui si fermi il paragone, dato che proprio l’eccessiva linearità pare essere il suo punto più debole. Scarlet’s Walk è indubbiamente la sua prova più compatta e “meno criptica” finora, animata dall’esigenza di raccontare una storia in buono stile Joni Mitchell, e più precisamente quella di una donna che attraversa l’America per accompagnare un’amica ai Porno Awards di Las Vegas, e che qui diventa l’alter ego della cantautrice. Al classico dialogo piano/voce si incorporano le chitarre acustiche-elettriche di Robbie McIntosh (ex-Pretenders) e del jazzman David Torn, che con la loro esperienza ed il supporto dell’Orchestra Sinfonica di Londra per gli archi riescono a rendere le atmosfere molto morbide ed organiche. Buffa la nomination che Scarlet’s Walk ha ricevuto per i Grammy Awards 2004, vale a dire “Miglior edizione speciale”, tendenza che da qui in poi va specializzandosi spesso anche in tentativo di compensare i contenuti. Unico riferimento “fuori tema” pare essere “I Can't See New York” (ispirata dagli avvenimenti dell’11 settembre 2001), ma in generale Scarlet’s Walk resta una piccola consolazione per mettere a tacere le voci sul suo calo di rendimento artistico, perché sebbene anche qui non manchino i momenti morti (vuoi anche per la durata effettiva di 75 minuti) globalmente resta un buon lavoro ricco di momenti avvolgenti e piacevoli (A Sorta Fairytale sopra tutte, non a caso singolo e bellissimo videoclip con Adrien Brody) che, considerato il salto abissale a dividerlo dal peggiore
The Beekeeper
partorito due anni più tardi, forse rischiamo persino di sopravvalutare.
Tiziana Brombin
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