WELCOME TO THE MODERN DANCE HALL (Sonica Factory/Mercury - 1999)

01. Ball Room
02. Perfect Lover
03. Out Of Breath
04. White Star Line
05. She's So Disco
06. Royalsucker
07. I Am The Ocean
08. Pop Song
09. Lisa Little Racket
10. Don't Say You Need Love (I Know You Do)
11. Monster
12. Dizzy
13. Bass Shivering Bass

E’ proprio per una label nostrana, la fiorentina Sonica Factory cara ai Marlene Kuntz, che ad un anno dall’EP apripista di “Royalsucker” il primo full-length dei Venus irrompe silenziosamente in un mercato discografico impegnato al momento a promuovere sonorità un po’ distanti da quelle proposte (Eminem, Beck, Britney Spears). La strumentazione di cui il nostro neonato quintetto di Bruxelles (1997) si avvale costituisce il primo punto forte: per dare al suono un’impronta “cameristica”, attorno al perno della chitarra elettrica si affiancano un violino, un contrabbasso ed una batteria senza charleston, grazie ai quali le possibilità di gestire i suoni vengono moltiplicate senza il supporto di attrezzatura elettrica. Così Christian Schreurs, Walter Janssens, Thomas Van Cottom e Patric Carpentier diretti dalla voce di Marc Huyghens generano un rock acustico esuberante e sicuramente interpretato in chiave a suo modo innovative, lasciando critico il compito di indovinare affinità con altri gruppi; loro stessi citano Jon Spencer Blues Explosion, Velvet Underground e musica tradizionale fiamminga. La condensazione di ritmi e sensazioni eterogenee in “Welcome to the modern dance hall” (dove per dance hall si intende la televisione, e non la comune pista da ballo) è poi un secondo punto chiave: se era impossibile restare indifferenti all’energia di “White Star Line” e “Royalsucker” in cui gli archi giocano le loro carte con la potenza di una chitarra elettrica, viene altrettanto difficile non lasciarsi ammaliare dalla malinconica morbidezza di “I Am The Ocean” (co-scritta con la bassista degli Scisma, Giorgia Poli), in cui l’arpeggio dell’acustica cede il passo agli archi in maniera semplicemente sublime. Se la prima metà del disco è quella più carica di “hit”, la seconda è forse quella in cui scivolano i pezzi meno canonici: dalla breve “Lisa Little Racket” il cui missaggio di chitarra e voce pare essere in grezzissimo mono, all’angoscioso contrabbasso di “Monster” che si sposta serpeggiando come una biscia, fino al crescendo strumentale di “Bass Shivering Bass”, vera perla posta in chiusura del disco. Ma la vera bellezza sta nella trasposizione in sede live: chi ha avuto il piacere di vederli a Prato o in qualche altro festival, ricorderà non solo la curata scenografia (uno di essi, Patric, è scenografo di ruolo nel gruppo), ma soprattutto l’impronta improvvisata grazie alla quale la sperimentazione acustica riesce ad armonizzarsi su solide basi. Consigliatissimo.

Voto: 8

 

VERTIGONE (Capitol/EMI - 2003)

01. Happiness
02. Beautiful Day
03. Wanda Wulz
04. Million Miles Away
05. Sand Dollar
06. Asia
07. Daystar
08. Kallenovsky
09. Little Hotel
10. Vertigone
11. Running At Full Speed
12. Navajo Dream
13. Big Waste Ground

Escluso il disco live “The Man Who Was Already Dead” (registrato al Cirque Royal con l’Ensemble Musiques Nouvelles, 2000) che non compare nel listino dei dischi ufficiali, sono passati così quattro anni dal precedente “Welcome to the modern dance hall”, e si fanno fortemente sentire: il cambio di etichetta consente in primis un lavoro sul sound che, se da una parte migliora nettamente in qualità di missaggio ed arrangiamenti, dall’altro è decisamente meno irrequieto e forse più sereno che in passato, facendo sì che Vertigone suoni molto più accessibile e che il gruppo riesca quindi a portarlo in tour rastrellando più spettatori. Il 2003 vede infatti la rinnovata formazione con Marc A. Huyghens (voce e chitarra, ex-membro dei So), Christian Schreurs (violino e chitarra), Pierre Jacqmin (basso e contrabbasso, ex-membro dei Mec Yec) e Jean-Marc Butty (batteria e percussioni, leader del side-project White Hotel) impegnata in oltre cento concerti tra Belgio, Svizzera, Italia e Francia, conquistandosi inoltre il posto tra le file di prestigiosi festival europei come quello di Werchter. Nelle sale cinematografiche esce “Immortal” di Enki Bilal ed è colta al volo l’occasione non solo di pubblicare la presente “Beautiful Days” come singolo di Vertigone, ma di lavorare col regista per altri momenti della colonna sonora e di forgiarsi le basi per realizzare le musiche di molti altri cortometraggi. L’altro singolo “Wanda Wulz” è un’ulteriore sorpresa da parte dei Venus: la rapsodia del pianoforte e della tastiera ricorda i momenti più felici dei Muse (i primi due album) e la nuova svolta pop-rock è quasi consacrata. Altri momenti pregevoli di Vertigone si hanno con la marcia percussionistica della title-track, con i sinuosi archi di “Kallenovsky”, con la strumentale “Little Hotel” (reminiscente del collega Yann Tiersen e omonima del side-project del cantante) e con la malinconica “Million Miles Away”, in cui la voce di Mark Huyghens pare avvicinarsi parecchio al Thom Yorke di “No Surprises” e di “Exit Music (For A Film)”. Forse l’unico punto di contatto con “Welcome to the modern dance hall” resta la splendida “Navajo Dream”, ma l’alba di un nuovo giorno è ormai giunta.

Voto: 7+

 

THE RED ROOM (Tôt ou Tard/Bang ! - 2006)

01. Here & Now
02. Everybody Wants To Be Loved
03. Love & Loss
04. Mother's Voice
05. Underwater
06. Everything That Rises Must Converge
07. The Red Room
08. Add Stars To The Sky
09. Who The Fuck Gave You This Invitation?
10. The Northern Cross
11. I Spoke Too Soon
12. Poison
13. Unknown

Le vesti dei Venus cambiano ulteriormente: con il 2006 il terzo full-length gode della pubblicazione sotto la nuova etichetta Tôt Ou Tard, il missaggio torna ad essere un po’ più rudimentale e le tracce paiono essere moderatamente legate da un concept: la “stanza rossa” è il luogo dove puoi trovare rifugio quando vuoi restare da solo, spiega il loro sito, ma anche uno spazio ambiguo di benessere o di alienazione, dove “tutto è possibile ma altrettanto incerto”. (Tant’è vero che Chris Vrenna avrebbe forse risposto con “the attraction to all things uncertain”, nda). In tale dimensione Marc A. Huyghens afferma di aver scritto le liriche di tutte le canzoni eccetto “Everybody Wants To Be Loved”, le cui parole sono prese dal monologo di Gena Rowland in “Opening Night” (di John Cassavetes). Tutto “The Red Room” ha il sapore di un soliloquio in cui tutte le espansioni sonore europeistiche che li avevano contagiati con “Vertigone” sono state accantonate. Nel nostro caso questa svolta rappresenta un merito, perché se l’album convince è soprattutto per l’identità ritrovata del quintetto che ripropone idee semplici e chiare come agli esordi, pur essendo da allora lontani anni luce. Pregevole anche il contributo di Head (già con Massive Attack, PJ Harvey e Marianne Faithfull) alla co-produzione, che si estende all’esecuzione di pianoforte ed ai cori in “I Spoke Too Soon”. Eppure quello che pare mancare in “The Red Room” è un arrangiamento penetrante e fulmineo che aveva fatto di “Welcome to the modern dance hall” un esordio col botto e che in fondo si adatta al loro stile: nonostante la bellezza di brani come la “Underwater”, “Everything That Rises Must Converge” e “The Northen Cross” (in cui l’arpeggio di acustica ricorda lo stile di Danny Elfman), le tredici tracce di “The Red Room” non sanno ancora convincere pienamente, ma conoscendo i Venus c’è tutto il tempo perché il disco della maturità sia ancora da venire, e siamo certi che allora saranno grandi cose.

Voto: 7

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