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Discografia:
-Difference Of Potential
(Ape Must Not Kill Ape, 2002)
-The Wicked EP (Sorry,
2002)
-3 Sides Dead (Lilac Sky,
2003)
-The Underdark (Alone,
2005)
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Ormai da qualche tempo anche l’ondata screamo-core e derivati è arrivata, come prevedibile, alla frutta, satura di gruppi che spesso si limitano a svolgere il compitino e poco più. Fortunatamente ogni tanto veniamo sorpresi da eccezioni inaspettate e quantomeno eclatanti, come nel caso dei Funeral Diner, quintetto di San Francisco che con “The Underdark” ci ha regalato uno dei migliori lavori del 2005, in cui la furia dell’hardcore viene coniugata ad atmosfere malinconiche e dilatate senza perdere un’oncia del proprio impatto. Ne abbiamo approfittato per porre qualche domanda a Matt Bajda, di professione batterista.
Nonostante suoniate assieme dal 1998 sono ancora in molti a non conoscervi: ti andrebbe di riassumere le puntate precedenti in favore degli assenteisti?
(Matt Bajda) Dave (chitarrista nda.), io e Daniel (chitarrista/cantante nda.) eravamo in un gruppo chiamato Nexus 6, anche se, a dire il vero, abbiamo sempre suonato assieme sin da quando abbiamo preso in mano i nostri rispettivi strumenti. Eravamo tutti e tre parenti di sangue o acquisiti, e siamo cresciuti ad Half Moon Bay, una piccola città della California, così è stato naturale per noi restare uniti. Seth (cantante nda.) si è unito ai Funeral Diner dopo aver lasciato i Walken, mentre Ben (bassista nda.) è arrivato subito prima del tour europeo del 2003: da allora siamo rimasti sempre noi cinque.
Prima di uscire con l’ottimo “The Underdark” avete pubblicato una quantità notevole di singoli, split, ep, molti dei quali in edizioni limitate: avete mai pensato di ristampare parte di quel materiale e renderlo di nuovo disponibile senza affanni?
(M.B.) Il pensiero c’è stato di sicuro. Durante le prove talvolta abbiamo discusso di ristampare i 10” e i 7” più apprezzati, ma a volte le cose restano ancora più speciali se disponibili in piccole quantità. La Ape Must Not Kill Ape Records sta lavorando ad una ristampa in cd di “Difference Of Potential”, il nostro primo full lenght, quindi come vedi alcune ripubblicazioni sono imminenti.
Come siete arrivati al nome Funeral Diner? E’ per caso ispirato all’omonima canzone di Wumpscut?
(M.B.) E’ sempre difficile venir fuori con un nome in grado di mettere tutti d’accordo. Io avevo “Mesner Tracks”, il disco di Wumpscut, e durante il periodo in cui stava nascendo la band lo prestai a Dan affinché lo ascoltasse. Proprio lui propose di chiamare la band Funeral Diner, dato che quella canzone piaceva molto ad entrambi; anche gli altri furono d’accordo, così lo tenemmo.
La prima volta che ho messo le mani su “The Underdark”, ad un rapido sguardo di artwork e titoli delle canzoni pensavo di aver a che fare con un gruppo doom o simili. Dopo l’ascolto è stata forte la sorpresa: fare uso di temi così oscuri penso dia un tocco di personalità ed imprevedibilità alla vostra musica, non sei d’accordo?
(M.B.) “The Underdark” può sembrare un disco doom, black metal o anche death metal, è vero; se n’è già discusso qualche volta. L’artwork comunque non dovrebbe categorizzare il sound di un gruppo: è un po’ triste l’idea di poter dire cosa suona una band solo guardando la copertina di un disco, ma è anche vero che in un negozio la cosa potrebbe aiutare i potenziali compratori. L’album è incentrato sulla società in declino e la lotta quotidiana; ci è sembrato giusto che questa cosa si riflettesse anche sull’aspetto grafico, ed è per questo che abbiamo deciso di adottare le litografie di Dorè dell’inferno di Dante, erano molto funzionali all’idea.
I pezzi del disco suonano molto ‘unitari’, come se fossero stati composti in un lasso di tempo piuttosto breve. C’è un concept di fondo che li lega?
(M.B.) Abbiamo discusso riguardo il fare un concept verso la fine del tour del 2003; ci piaceva l’idea di poter creare qualcosa da ascoltare come se fosse un’unica lunga canzone. L’intenzione era quella di ottenere un prodotto finale che suonasse davvero coeso, è per questo che abbiamo lavorato al disco canzone per canzone, anziché prendere alla rinfusa brani composto in periodi diversi e metterli assieme per farne un album. Ogni pezzo è stato composto allo scopo di ritrarre un certo tipo di emozione, dopodichè è stato sistemato affinché s’incastrasse bene con l’umore generale del disco.
Questa cosa ha influito anche sui testi? Alcuni di essi, tipo "It Is Good That We Never Met" and "We All Have Blood On Our Hands", mi hanno colpito molto.
(M.B.) I testi sono quelli che sono. L’idea alla base dell’album è quella di una società in declino; i versi sono intenzionalmente vaghi in modo che l’ascoltatore possa farsi un’idea personale riguardo al significato. Seth compone ovviamente seguendo i suoi pensieri e le sue emozioni, ma è ben conscio del fatto che altra gente, ascoltando le stesse canzoni, possa attribuirgli significati differenti.
La vostra musica ha subito un processo di costante evoluzione, rispetto agli esordi suonate in maniera molto più complessa ed originale. Personalmente ho apprezzato molto l’uso intelligente delle tastiere in “It Is Good That We Never Met”, tra le altre cose.
(M.B.) Più suoni e più diventi bravo con il tuo strumento, oppure vedi bands che provano a fare cose insolite: tutto ciò non può far altro che ispirare nuove idee da inserire nella tua musica. Quando abbiamo iniziato i Funeral Diner i nostri ascolti non erano ancora smaliziati come adesso. Oggi ognuno nella band ha gusti che spaziano parecchio, e ciò si riflette sul processo compositivo senza alcuna paura.
Dunque cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove canzoni?
(M.B.) Stiamo lavorando ad un nuovo EP che promuoveremo durante il tour giapponese con i Zann il prossimo marzo. Le canzoni sono piuttosto vicine allo stile di “The Underdark”, sebbene ce ne sia qualcuna che ancora richiama il nostro passato remoto.
Da anni siete perennemente su un palco, come se fosse la cosa più naturale del mondo: cosa apprezzate di più della vita on the road?
(M.B.) Suonare dal vivo dà alle persone l’opportunità di vederti di persona, così possono scoprire da sé se sei onesto o no. Inoltre andare in tour permette alla band di conoscere il mondo ed entrare in contatto con culture differenti. La cosa difficile semmai è che al termine di ogni giro di concerti i membri della band tornano a casa e si ritrovano indebitati. I Funeral Diner chiudono i tour sempre con delle perdite; non ti parlo di qualche centinaia di dollari, ma migliaia di dollari ognuno, quindi capirai che non è una cosa che facciamo esattamente per soldi. Ad ogni modo è divertente viaggiare, avere la possibilità di suonare in giro la musica che ami, incontrare gente e renderla partecipe del tuo messaggio.
Qualche episodio capitato in tour che ti piacerebbe ricordare?
(M.B.) Ce ne sono davvero troppi. Andare in tour è una delle cose migliori e peggiori allo stesso tempo. A volte capitano brutte cose e ci si può arrabbiare, ma quando ci ripensi successivamente ti ci fai una bella risata sopra. Il tour del 2005 è stato probabilmente il più selvaggio dei nostri, ma una domanda del genere in realtà dovresti pormela di persona, dato che ci sarebbe così tanto da dire. Potrei andare avanti per ore…
Come hai iniziato a suonare la batteria?
(M.B.) Dan imparò a suonare la chitarra nello stesso periodo in cui iniziò Dave. A quel tempo io e Dan iniziammo a recarci a Berkley, a Gilman per l’esattezza, a vedere concerti di gruppi punk e hardcore; lui voleva assolutamente formare una band e mi disse che avrei dovuto imparare a suonare la batteria, ed è quello che feci. Iniziai suonando scatole e bidoni per la spazzatura nel garage della casa di mia madre, ma dopo un paio di mesi le cose presero una piega più seria. Non puoi pensare di fare musica senza possedere una batteria, così per 150 dollari comprai una Slingerland degli anni ’70 che desidererei tanto avere ancora. Non era la migliore del mondo, ma se l’avessi rimessa a nuovo sarebbe stata un’autentica meraviglia. E insomma, mi sedevo nel garage, ascoltavo gruppi come Econochrist, 411, Born Against, Monsula e Fuel cercando di suonare sulle loro canzoni. Avevo un libro che spiegava le basi, ma il grosso l’ho imparato suonando canzoni e guardando altri batteristi durante i concerti: cercavo di imparare le loro ritmiche ed i loro stacchi. A dire il vero lo faccio ancora, penso sia un buon modo per impratichirsi.
Mirate a qualche obbiettivo in particolare? C’è qualche sogno che ti piacerebbe realizzare con i Funeral Diner?
(M.B.) Parliamo spesso di quanto sarebbe bello andare in tour e tornare a casa senza perdite o con un po’ di soldi in attivo. Vivere a San Francisco è davvero dispendioso, così se partiamo per un tour particolarmente lungo alcuni di noi devono mollare i propri lavori e sfittare l’appartamento in cui vivono; ciò ovviamente rende particolarmente difficile la vita nel momento in cui poi, finiti tutti gli impegni concertistici, torni a casa. Insomma, sarebbe bello riuscire a guadagnare un po’ di soldi che ti permettano di pagare l’affitto ed avere un posto in cui tornare quando il tour è finito. A parte quello, non abbiamo altri grandi obbiettivi per la band; suoniamo, ci divertiamo, andiamo in tour, pubblichiamo dischi… Se le cose dovessero diventare noiose poi esiste sempre la possibilità di mettere in piedi un side-project o comunque qualcosa di nuovo.
Era la mia ultima domanda. Grazie per il tuo tempo, Matt. C’è altro che vorresti aggiungere?
(M.B.) Vorremmo ringraziare tutti quelli che ci hanno aiutato nel corso degli anni, incluso te Tony, per questa intervista. C’è tanta gente che meriterebbe riconoscimento per il supporto che ci ha dato, sia che si trattasse di offrirci vitto e alloggio, di organizzarci concerti, di aiutarci coi dischi, di farci da autisti durante i tour, di mostrarci bei posti nelle loro città, di comprare il nostro merchandising o semplicemente di venirci a vedere dal vivo. Purtroppo è dura rimanere in contatto con tutti, dato che col tempo cambiano tante cose: ciò comunque non significa che non apprezziamo ciò che avete fatto per noi. Grazie.
Tony Aramini
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