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Discografia:
-Sanctuary Medicines (EMI,
1999)
-Crazier EP (Artful,
2003) [with Gary Numan]
-Violent Silences (Manufractured/Artful,
2004)
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Scozzese, autore di due sottovalutatissimi album tra synthpop, rock, industrial, triphop e chi più ne ha più ne metta, passati criminalmente sotto silenzio a causa dello scarso supporto delle rispettive etichette discografiche, Rico si appresta a tornare sulle scene promettendo scintille.
Mi piacerebbe iniziare l’intervista chiedendoti delle tue origini italiane. So che l’estate scorsa sei stato in vacanza qui, tra l’altro.
(Rico) Mio padre è nato al sud: ha vissuto in un piccolo paese di nome Santo Padre, vicino Cassino. Personalmente amo l’Italia, mi piace la gente ed il cibo è ottimo. Penso sia un paese che sta provando a mantenere integra la propria identità e la propria cultura, non c’è stata ancora una grande ‘americanizzazione’, e spero che le cose continuino a restare così.
Arriviamo alla musica: quali sono i tuoi progetti al momento? Ormai sono trascorsi quasi tre anni dal tuo ultimo disco.
(R.) Sto lavorando a del nuovo materiale, spero di avere qualcosa di pronto entro quest’estate. Non ci sono concerti in programma al momento, ma vedremo di fare qualcosa nel corso dell’anno.
Qualche anticipazione sulle nuove composizioni? In che direzione ti stai muovendo rispetto a “Violent Silences”?
(R.) Davvero non saprei dirti… Penso che il nuovo album sarà più sperimentale del solito, sono un po’ impazzito ultimamente.
A quasi tre anni di distanza, sei soddisfatto di “Violent Silences” o ne cambieresti qualcosa se ne avessi la possibilità?
(R.) Sono contento dell’aspetto musicale, ma ho avuto decisamente una brutta esperienza con la Artful, l’etichetta che lo ha pubblicato. Credo abbiano fatto davvero poco per promuovere il disco, così li ho lasciati ed ho deciso che per un po’ sarebbe meglio evitare di affidarmi alle case discografiche, altrimenti potrei finire con l’uccidere qualcuno.
Ma quel disco non era uscito per la Manufractured, tua etichetta personale?
(R.) No, in realtà uscì per la Artful. La Manufractured è una imprint label, più che una vera etichetta.
Il tuo primo album invece fu pubblicato addirittura per la EMI: che differenze hai riscontrato tra il lavorare per un’indipendente ed una così grande major?
(R.) Ad essere onesti, non mi è piaciuto né lavorare per una major né per un’etichetta indipendente. La cosa buona della EMI, la cui sigla per me sta per Empire of Musical Invalids (impero degli invalidi musicali nda.), è che avevano più soldi, e ciò permetteva a me e alla band di essere seguiti meglio e di poter andare in tour più spesso. Ad ogni modo entrambi i tipi di etichette si sono comportati allo stesso modo con me, cioè male.
Mi piacerebbe che approfondissi il concetto di ‘silenzi violenti’ che hai voluto esprimere sia con il titolo che con la copertina del tuo ultimo disco, sulla quale sei raffigurato imbavagliato da una corda.
(R.) Ho passato un periodo piuttosto brutto durante la composizione e la registrazione di questo disco. A volte quando attorno a te non c’è gente e non c’è alcun suono il silenzio può realmente diventare assordante. Questo è normale quando i tuoi demoni prendono il sopravvento, puoi sentirti quasi paralizzato dal punto di vista emotivo.
Ho molto apprezzato la tua cover di “Psycho Killer” dei Talking Heads, completamente conformata al tuo stile. Com’è nata l’idea di rileggerla in questo modo?
(R.) Tutto iniziò un giorno in cui stavo lavorando alla musica per il verso di una mia canzone. Quella sera stessa, mentre ero in un bar di Glasgow, passarono il pezzo dei Talking Heads; iniziai a canticchiarci la melodia a cui stavo lavorando quella mattina, e mi accorsi che legava perfettamente. Il giorno dopo registrai la linea vocale di “Psycho Killer” sulla musica che avevo scritto, e da lì tutto il resto… E’ successo un po’ per caso, insomma.
Sul brano “Recommended Dose” invece figura Tricky come ospite. Avevi già lavorato con lui ad un singolo chiamato “Mixed Up Faces”, ma alla fine non è mai arrivato nei negozi, giusto?
(R.) purtroppo no. E’ stata la classica stronzata delle case discografiche, ma si è trattato in ogni caso di una gran bella esperienza. Adoro Tricky, è stato davvero un’influenza importante per me. La sua musica è onesta e ci sono stati molti lampi di genio nei suoi lavori: è tutto ciò che un artista dovrebbe essere, per me.
Un’altra collaborazione prestigiosa è quella con Gary Numan: come sei venuto in contatto con lui?
(R.) Fui invitato a supportarlo in alcuni dei suoi show nel Regno Unito, ed in quell’occasione discutemmo della possibilità di lavorare a qualcosa insieme, e da lì in poi le cose si sono evolute. Inizialmente non c’era alcun idea di base per la canzone, poi ho messo insieme qualche idea ed a Gary è piaciuta molto, ed a quel punto la casa discografica decise di far uscire questo singolo. Ci siamo divertiti molto, e Gary si è comportato davvero bene con me. E’ un gran bel tipo, lo considero un buon amico.
Si conosce molto poco delle tue esperienze musicali antecedenti a “Sanctuary Medicines”, tuo disco di debutto. Qualcosa che dovremmo sapere?
(R.) Ho iniziato a comporre musica e suonare in varie bands sin da quando avevo dodici anni. “Sanctuary Medicines” è stata la prima volta che ho davvero iniziato ad esprimere onestamente me stesso. Alcune persone possono essere un po’ spaventate dal fare una cosa del genere, ma per me non c’è altro modo: creare può essere un ottimo modo per esorcizzare qualcosa, e a volte può anche essere utile a liberarti dai tuoi demoni.
Era la mia ultima domanda. Vuoi aggiungere altro in conclusione?
(R.) Prima di tutto grazie. Sapere che c’è gente in Italia che ascolta il mio lavoro è davvero un grande stimolo per me. Verrò in tour lì, appena ce ne sarà la possibilità.
Tony Aramini
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