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I
nostri segugi vi portano una succosa anteprima come
potete vedere. “Paris kills”, nuovo album dei 69 Eyes, in
Finlandia è uscito nemmeno una settimana fa, ma per vederlo qui
dovrete aspettare la fine di maggio cari ragazzi. Ci tenevo però
a farvi sapere in anteprima come fosse, giocando d’anticipo un
po’ su tutti meglio di Fabio Cannavaro. Già so quali saranno le
coneguenze di questa mia recensione, aspettatevi un bel “The
Clash” nelle prossime settimane, perché probabilmente queste
righe susciteranno l’ira del buon David, il quale, quando ne
avrà anche lui la possibilità, non esiterà a scrivere una
recensione secondo il suo punto di vista, magari minacciando di
far entrare l’ing. Ferlaino o Nick Amoruso nello staff del sito se non ritratterò quanto state per leggere! Scherzi
a parte, adesso mi tocca dirvi cosa ne penso di questo “Paris
Kills”… Beh, lo ascolto, continuo ad ascoltarlo, e soprattutto
mi piace, abbastanza anche. Devo premettere che non si tratta di
un capolavoro che verrà ricordato negli annali del Gothic Rock,
ma si tratta comunque di un album che mi ha suscitato impressioni
positive. Per darvi un’idea vi posso dire che il
disco prosegue il discorso iniziato col precedente “Blessed Be”,
amplificando e riportando in un contesto attuale però le
influenze dark-wave anni ’80, ed è forse proprio per questo che non
riesco a smettere di farmelo piacere. Chi come me è un fan delle
sonorità di bands come i Cure, i Sisters Of Mercy, i
Cult e Siouxsie & The Banshees si accorgerà dell'enorme
tributo che Jyrki e soci pagano loro con le canzoni di questo Paris Kills... Adesso non
venitemi a parlare di incoerenza o di adeguamento alle mode,
perché sapete meglio di me che gli Eyes sono una band in continua
evoluzione. Partiti nei primi nineties come Sleazy band quando
quel genere in Italia lo ascoltavamo soltanto io ed altri cinque o
sei sfigati, furono capaci di sfornare un anthem come la stupenda
“Babysitter”, scusate se è poco. Passarono poi ai suoni
moderni-quasi-industriali di “Wrap Your Troubles In Dream” ed
ancora una volta non delusero, fino ad arrivere alla malinconica
pesantezza di “Wasting The Down” ed al Goth Rock vero e
proprio del già citato “Blessed Be”. Se adesso vi
scandalizzate perché richiamano alle vecchie bands degli eightes
o lo fate perché non vi piace il Dark (e allora problemi vostri, sapete meglio di me quanto i gusti siano soggettivi)
oppure lo fate perché siete gli ipocriti che amano sparare a zero
su un album ancora prima di inserirlo nello stereo. All’ascolto
dei dieci pezzi qui presenti innanzitutto ci si rende conto di
quanto sia stata sbagliata la scelta di Jyrki e soci di scegliere
“Dance D’Amour” come primo singolo, in quanto uno dei pezzi
più scialbi se paragonato al resto dell’album, se vogliamo
girare il coltello nella piaga e dirla tutta poi, non possiamo
fare a meno di sottolineare l’imbarazzante somiglianza che c’è
tra l’inizio di questa canzone ed il vecchio hit dei Cure “A
Forest”. In “Stigmata” addirittura provano a cimentarsi in 4
minuti di Electro-Goth come si usa fare ai giorni nostri,
costruito su un tappeto di batteria elettronica e chitarre al
limite dell’industrial, ed il risultato è tutt’altro che da
buttare. “Dawn’s Highway” è l’altro pezzo in cui provano
a giocare con l’elettronica, che personalmente finisce col
ricordarmi qualcosa da “Wasting…”, mentre “Radical”, pur
aprendosi con una malinconica intro di pianoforte davvero molto
suggestiva, si dimostra un pezzo abbastanza noioso nella sua
interezza. I brani più forti comunque sono quelli dove il
richiamo agli anni 80 è più evidente, e qui non possiamo fare a
meno di citare “Crashing High”, “Still Waters Run Deep” e
soprattutto l'ottima “Betty Blue”. Ovviamente il risultato
non è il massimo dell'originalità, ed il fatto che alcune
composizioni sappiano di già sentito testimonia che quella
attuale è una formula che ormai sta arrivando inesorabilmente
alla frutta. Per il presente non ci dispiace, ma per il prossimo futuro
è lecito aspettarsi qualcosa di nuovo, anche perchè, in tutta sincerità, un altro disco come questo
non so quanta gente potrebbe interessare. Tirando le somme posso
dire che questo disco
non mi è dispiaciuto, anche perché sono un amante delle
sonorità Dark anni '80, quindi se siete anche voi fans del genere,
o magari siete semplicemente die hard fans di Jyrki e soci, senz’altro
soddisferà anche voi; tuttavia se cercate il fattore sorpresa oppure
già Blessed Be non vi aveva convinto pienamente è meglio che vi teniate alla larga, in quanto
dubito che sarete in grado di cogliere gli stessi lati positivi
che ho apprezzato io.
Tony
Aramini
Con
“Wasting The Dawn” i finnici decisero di mettere il passato in
soffitta, in favore di un approccio più dark alla materia rock.
Se quel disco era un ottimo punto di passaggio e raccoglieva
ibridi stupendi, come la suadente title track o “Next Stop
Paradise” , alternate al classico e sporco sleazy rock che la
band aveva viziosamente costruito su “Savage Garden” prima e
modernizzato su “Wrap…” poi, non altrettanto aveva convinto
il successore (e secondo capitolo della trilogia studiata da
Jyrki 69). Il classico passo più lungo della gamba?
Probabilmente sì, anche se in favore della band era giunto il
successo mai sfiorato prima (per lo meno fuori dai confini natii).
I pezzi dall’approccio dark/gothic, cancellavano quasi del tutto
le radici del gruppo, che ad un ascolto più attento si sentivano
soffrire e voler esplodere dalle retrovie. Certo, la grande
preparazione e professionalità della band, aveva partorito
qualcosa di interessante anche in questa occasione (vedi la
rilettura di “Velvet Touch” o la rabbiosa “Wages of Sin”),
ma un senso di pesantezza pervadeva incessantemente il disco.
Quello che stupiva di “Blessed Be” (nell'immediato), era
l’assoluta commercialità del prodotto, con i chorus ben
studiati e di facile presa, decadenti senza tante pretese. Il
tutto vicino agli HIM, ma con l’alone di Cure e Type 0 Negative
(soprattutto nell’interpretazione del singer, novello Pete
Steele) ben presente. Il brutto era accorgersi che gli ibridi del
capitolo I erano rimasti nei bozzoli, non sbocciando nella
meravigliosa farfalla che tutti aspettavamo. Ora
nei negozi arriva “Paris Kills” (già dominatore delle
classifiche in Finlandia) e, purtroppo, la delusione è totale…
Il sentore di tutto questo si era già avvertito nel singolo
apripista, “Dance D’Amour” (probabilmente la peggior canzone
mai scritta dai Nostri) e prosegue con una serie di tracce
prevedibili per chi non ha vissuto gli ultimi anni (per intenderci
quelli del “revival” aperto dagli HIM), con la testa sotto la
sabbia. I buoni spunti “futuristici” di “Dawn’s Highway”
e “Stigmata” sono solo dei flebili bagliori, perché già
“Radical” e “Forever More” , deludono nella loro assoluta
inconsistenza. L’immediatezza qui è messa in secondo piano da
un songwriting tutt’altro che azzeccato, visto che nessun brano
può minimante competere (e questa è l’intenzione della
maggioranza della songs qui racchiuse) con gli hit “Gothic
Girl”, “Brendon Lee” e “The Chair”, i quali faticavano
enormemente ad abbandonare le orecchie dell’ascoltatore, pur
nella loro infinità semplicità. Così si rischia di arrivare
alla fine del disco senza nessun sussulto particolare, stanchi,
annoiati e soprattutto delusi. Proprio così. Delusi da una band
dalle infinite potenzialità, capace di rimanere un passo avanti a
moltissime band Californiane per anni, abile a reinventarsi
rallentando e sporcando il proprio sound con la profonda notte
Finlandese, ed, infine, decadendo brutalmente (in tutti i sensi).
Non è una bocciatura definitiva, ci mancherebbe, è solo un
invito ad un immediato cambio d’abito…
David
Scalet
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