69 EYES "paris kills" (Roadrunner)

VOTO: 7- (Tony Aramini) / 5 (David Scalet)

I nostri segugi vi portano una succosa anteprima come potete vedere. “Paris kills”, nuovo album dei 69 Eyes, in Finlandia è uscito nemmeno una settimana fa, ma per vederlo qui dovrete aspettare la fine di maggio cari ragazzi. Ci tenevo però a farvi sapere in anteprima come fosse, giocando d’anticipo un po’ su tutti meglio di Fabio Cannavaro. Già so quali saranno le coneguenze di questa mia recensione, aspettatevi un bel “The Clash” nelle prossime settimane, perché probabilmente queste righe susciteranno l’ira del buon David, il quale, quando ne avrà anche lui la possibilità, non esiterà a scrivere una recensione secondo il suo punto di vista, magari minacciando di far entrare l’ing. Ferlaino o Nick Amoruso nello staff del sito se non ritratterò quanto state per leggere! Scherzi a parte, adesso mi tocca dirvi cosa ne penso di questo “Paris Kills”… Beh, lo ascolto, continuo ad ascoltarlo, e soprattutto mi piace, abbastanza anche. Devo premettere che non si tratta di un capolavoro che verrà ricordato negli annali del Gothic Rock, ma si tratta comunque di un album che mi ha suscitato impressioni positive. Per darvi un’idea vi posso dire che il disco prosegue il discorso iniziato col precedente “Blessed Be”, amplificando e riportando in un contesto attuale però le influenze dark-wave anni ’80, ed è forse proprio per questo che non riesco a smettere di farmelo piacere. Chi come me è un fan delle sonorità di bands come i Cure, i Sisters Of Mercy, i Cult e Siouxsie & The Banshees si accorgerà dell'enorme tributo che Jyrki e soci pagano loro con le canzoni di questo Paris Kills... Adesso non venitemi a parlare di incoerenza o di adeguamento alle mode, perché sapete meglio di me che gli Eyes sono una band in continua evoluzione. Partiti nei primi nineties come Sleazy band quando quel genere in Italia lo ascoltavamo soltanto io ed altri cinque o sei sfigati, furono capaci di sfornare un anthem come la stupenda “Babysitter”, scusate se è poco. Passarono poi ai suoni moderni-quasi-industriali di “Wrap Your Troubles In Dream” ed ancora una volta non delusero, fino ad arrivere alla malinconica pesantezza di “Wasting The Down” ed al Goth Rock vero e proprio del già citato “Blessed Be”. Se adesso vi scandalizzate perché richiamano alle vecchie bands degli eightes o lo fate perché non vi piace il Dark (e allora problemi vostri, sapete meglio di me quanto i gusti siano soggettivi) oppure lo fate perché siete gli ipocriti che amano sparare a zero su un album ancora prima di inserirlo nello stereo. All’ascolto dei dieci pezzi qui presenti innanzitutto ci si rende conto di quanto sia stata sbagliata la scelta di Jyrki e soci di scegliere “Dance D’Amour” come primo singolo, in quanto uno dei pezzi più scialbi se paragonato al resto dell’album, se vogliamo girare il coltello nella piaga e dirla tutta poi, non possiamo fare a meno di sottolineare l’imbarazzante somiglianza che c’è tra l’inizio di questa canzone ed il vecchio hit dei Cure “A Forest”. In “Stigmata” addirittura provano a cimentarsi in 4 minuti di Electro-Goth come si usa fare ai giorni nostri, costruito su un tappeto di batteria elettronica e chitarre al limite dell’industrial, ed il risultato è tutt’altro che da buttare. “Dawn’s Highway” è l’altro pezzo in cui provano a giocare con l’elettronica, che personalmente finisce col ricordarmi qualcosa da “Wasting…”, mentre “Radical”, pur aprendosi con una malinconica intro di pianoforte davvero molto suggestiva, si dimostra un pezzo abbastanza noioso nella sua interezza. I brani più forti comunque sono quelli dove il richiamo agli anni 80 è più evidente, e qui non possiamo fare a meno di citare “Crashing High”, “Still Waters Run Deep” e soprattutto l'ottima “Betty Blue”. Ovviamente il risultato non è il massimo dell'originalità, ed il fatto che alcune composizioni sappiano di già sentito testimonia che quella attuale è una formula che ormai sta arrivando inesorabilmente alla frutta. Per il presente non ci dispiace, ma per il prossimo futuro è lecito aspettarsi qualcosa di nuovo, anche perchè, in tutta sincerità, un altro disco come questo non so quanta gente potrebbe interessare. Tirando le somme posso dire che questo disco non mi è dispiaciuto, anche perché sono un amante delle sonorità Dark anni '80, quindi se siete anche voi fans del genere, o magari siete semplicemente die hard fans di Jyrki e soci, senz’altro soddisferà anche voi; tuttavia se cercate il fattore sorpresa oppure già Blessed Be non vi aveva convinto pienamente è meglio che vi teniate alla larga, in quanto dubito che sarete in grado di cogliere gli stessi lati positivi che ho apprezzato io.

 

Tony Aramini

 


 

Con “Wasting The Dawn” i finnici decisero di mettere il passato in soffitta, in favore di un approccio più dark alla materia rock. Se quel disco era un ottimo punto di passaggio e raccoglieva ibridi stupendi, come la suadente title track o “Next Stop Paradise” , alternate al classico e sporco sleazy rock che la band aveva viziosamente costruito su “Savage Garden” prima e modernizzato su “Wrap…” poi, non altrettanto aveva convinto il successore (e secondo capitolo della trilogia studiata da  Jyrki 69). Il classico passo più lungo della gamba? Probabilmente sì, anche se in favore della band era giunto il successo mai sfiorato prima (per lo meno fuori dai confini natii). I pezzi dall’approccio dark/gothic, cancellavano quasi del tutto le radici del gruppo, che ad un ascolto più attento si sentivano soffrire e voler esplodere dalle retrovie. Certo, la grande preparazione e professionalità della band, aveva partorito qualcosa di interessante anche in questa occasione (vedi la rilettura di “Velvet Touch” o la rabbiosa “Wages of Sin”), ma un senso di pesantezza pervadeva incessantemente il disco. Quello che stupiva di “Blessed Be” (nell'immediato), era l’assoluta commercialità del prodotto, con i chorus ben studiati e di facile presa, decadenti senza tante pretese. Il tutto vicino agli HIM, ma con l’alone di Cure e Type 0 Negative (soprattutto nell’interpretazione del singer, novello Pete Steele) ben presente. Il brutto era accorgersi che gli ibridi del capitolo I erano rimasti nei bozzoli, non sbocciando nella meravigliosa farfalla che tutti aspettavamo. Ora  nei negozi arriva “Paris Kills” (già dominatore delle classifiche in Finlandia) e, purtroppo, la delusione è totale… Il sentore di tutto questo si era già avvertito nel singolo apripista, “Dance D’Amour” (probabilmente la peggior canzone mai scritta dai Nostri) e prosegue con una serie di tracce prevedibili per chi non ha vissuto gli ultimi anni (per intenderci quelli del “revival” aperto dagli HIM), con la testa sotto la sabbia. I buoni spunti “futuristici” di “Dawn’s Highway” e “Stigmata” sono solo dei flebili bagliori, perché già “Radical” e “Forever More” , deludono nella loro assoluta inconsistenza. L’immediatezza qui è messa in secondo piano da un songwriting tutt’altro che azzeccato, visto che nessun brano può minimante competere (e questa è l’intenzione della maggioranza della songs qui racchiuse) con gli hit “Gothic Girl”, “Brendon Lee” e “The Chair”, i quali faticavano enormemente ad abbandonare le orecchie dell’ascoltatore, pur nella loro infinità semplicità. Così si rischia di arrivare alla fine del disco senza nessun sussulto particolare, stanchi, annoiati e soprattutto delusi. Proprio così. Delusi da una band dalle infinite potenzialità, capace di rimanere un passo avanti a moltissime band Californiane per anni, abile a reinventarsi rallentando e sporcando il proprio sound con la profonda notte Finlandese, ed, infine, decadendo brutalmente (in tutti i sensi). Non è una bocciatura definitiva, ci mancherebbe, è solo un invito ad un immediato cambio d’abito…

 

David Scalet

TRACKLIST

 

Crashing High 

 

Dance D'Amour 

 

Betty Blue 

 

Grey  

 

Radical  

 

Don't Turn Your Back On Fear 

 

Stigmata  

 

Forever More  

 

Still Waters Run Deep  

 

Dawn's Highway

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

69eyes.poko.fi