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E alla fine fu takeover: con “Devils” i 69 Eyes diventano ufficialmente il gruppo di Johnny Lee Michaels (che, paradossalmente, nella line-up figura ancora solo come musicista aggiunto). Il produttore finlandese è riuscito nel giro di tre dischi a plasmare Jyrki e soci in un'entità a sua immagine e somiglianza: torna a fare capolino il lato più immediato e ‘rock’, è vero, ma a spadroneggiare sono le tastiere e le orchestrazioni ad opera di questo “sesto-componente-non-ufficiale”, la cui figura è divenuta oltremodo fondamentale nell’economia del sound della band. Il disco suona dunque come se i Sisters Of Mercy suonassero canzoni dagli arrangiamenti e dalle strutture visibilmente mutuati da certo aor americano di metà anni ’80 (ispirarsi ad un film come “Lost Boys” di Joel Schumacher non è stato per nulla casuale, dunque); sulla carta può sembrare un abbinamento oltremodo forzato, e qui va riconosciuto il merito maggiore di Michaels, che nel sound dei 69 Eyes è riuscito a coniugare in maniera credibile elementi presi a prestito da generi più o meno antitetici, dando origine a momenti riusciti ed ammiccanti come “Hevioso”, “Feel Berlin”, “Jimmy” e l’apripista “Lost Boys”. Va detto però che globalmente il disco non funziona come dovrebbe, vuoi perché quando i nostri rallentano leggermente i ritmi vengono fuori almeno un paio di brani senza alcuna ragion d’essere, autentici ‘polpettoni’ utili a solo ricordarci che è il momento di premere il caro vecchio tasto ‘skip’ del nostro stereo (ci riferiamo in particolare ad “August Moon” e “Sister Of Charity”, con quest’ultima che inoltre potrebbe vincere per ovvi motivi la palma di ‘peggior titolo di sempre’), vuoi perché altri episodi sanno troppo di già sentito nei confronti del precedente e non troppo eccelso “Paris Kills” (la titletrack somiglia a “Crashing High”, le analogie tra “Beneath The Blue” e “Betty Blue” vanno ben oltre il colore). Il cantato di Jyrki inoltre risulta in alcuni punti ancora più forzato del solito, dando l'impressione che forse sarebbe il caso di rendere più dinamica l'impostazione vocale ‘cavernosa’ intrapresa da qualche disco a questa parte. Poco altro da aggiungere: non siamo al cospetto di un capolavoro, ma semplicemente di un disco “bello a metà”, e per alcuni il gioco potrebbe valere la candela. Se pensate di essere tra questi, compratelo pure.
Tony Aramini
Voto:
6+
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