|
Ormai
da un po’ di tempo era chiaro che il 2004 sarebbe stato un anno ricco di
ritorni importanti e spasmodicamente attesi, dunque questo “Talkie
Walkie” equivale, almeno sulla carta, al classico inizio col botto.
Nicolas Godin e Jean Benoit Dunckel, gli Air, non sono certo gente comune.
Come definire altrimenti chi, in una discografia non troppo nutrita (a
parte “Talkie Walkie” solo due album, poi una colonna sonora, due e.p.
e un disco di remix), riesce a centrare ben due capolavori (il folgorante
esordio “Moon Safari” e la vibrante soundtrack di “Virgin Suicides”,
ottimo debutto di Sofia Coppola dietro la macchina da presa) ? Su
“Talkie Walkie”, cosa da non sottovalutare, grava anche il compito di
mettere una pezza alla falla causata dal predecessore “10.000hz Legend”,
un disco piuttosto sconclusionato nel suo mostrare tante vie percorribili,
senza decidersi ad imboccarne almeno una fino in fondo. Rispetto ai precedenti episodi
l’unica variante sostanziale è che stavolta gli Air hanno evitato di
circondarsi con una chilometrica lista di ospiti invitati a spartirsi le
parti vocali, ed è forse per questo che in “Talkie Walkie” i momenti
migliori sono quasi tutti strumentali. Tra questi potrei citare una
raffinata “Mike Mills”, che, al di là del titolo fantasioso (Mills è
il loro videomaker di fiducia, curiosamente omonimo del bassista/chitarrista
dei R.E.M.), si dimostra
quanto di meglio abbiano mai fatto i nostri nell’ambito dei pezzi dal
mood più rilassato, oppure ancora “Alone In Kyoto”, con la sua
melodia orientaleggiante che va a sfociare in un finale memore dei Sigur
Ros. Menzione d’obbligo anche per l’ammiccante singolo “Cherry
Blossom Girl”, che riesce proprio lì dove sbagliano in tanti: costruire
un pezzo raffinato e dal gusto squisitamente pop che non risulti miseramente fine a sé stesso. Cartucce da sparare dunque ce ne sono,
tuttavia lasciando da parte l’analisi individuale in favore di una
visione maggiormente globale non emerge nulla che già non sapessimo:
atmosfere rilassate, ben divise tra Lounge music da cocktail party,
momenti più ambientali e divagazioni psichedeliche, un songwriting a
tratti davvero esaltante (tolta “Surfing On A Rocket”, la quale
proprio non riesce a convincere) e degli arrangiamenti che definire curati
nei minimi dettagli sarebbe un eufemismo; insomma, un disco composto da
materiale ben superiore alla media. Il problema in fin dei conti è
proprio questo: per quanto una spanna al di sopra di ciò che siamo
abituati ad ascoltare normalmente, nessuna di queste canzoni dice nulla (e
dico nulla) che non sia stato già detto (e meglio) in “Moon Safari” e
“Virgin Suicides”. Mi è molto difficile pensare agli Air come un duo
ormai soddisfatto, che anziché proporsi ogni volta nuovi traguardi si
limita a rilasciare di tanto in tanto un esercizio di stile che, per
quanto buono, sempre tale rimane. Si tratta pur sempre di musicisti in
possesso di tutte le potenzialità necessarie a sfornare veri e propri
capolavori, vederli indugiare su se stessi percorrendo la strada meno
insidiosa, ne converrete, non è proprio il massimo. Va detto però che la
falla di “10.000hz Legend” è stata colmata, e questo per ora può
bastare.
Tony
Aramini
|