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E’
importante far notare che undici anni dopo il primo vagito, “the karelian
isthmus”, i finnici Amorphis sono approdati ad una major: la Virgin, che non si
è lasciata sfuggire un gruppo con le vendite in progressivo aumento. Non salirò sul carrozzone dei diffidenti o di
quelli che puntano il dito nei confronti di quei gruppi che, firmando per una
major, producono flop ad oltranza. Faccio i miei più sentiti complimenti per
l’importante risultato ottenuto. Bravi. Chi li conosce già non troverà grosse
novità in “far from the sun”, se non un recupero di certe sonorità folkish,
peraltro centellinate sapientemente nel disco, fulgido esempio in tal senso è
“planetary misfortune”. In “day of your reliefs” il folk lascia spazio ad
un appeal più progressive, ovviamente unito al proverbiale Amorphis-sound.
Tuttavia, qualche “vera” novità si scorge più avanti nel fluire del disco:
impossibile non pensare ad un classico stoner mentre scorre “killing godness”,
o alla psichedelia in “god of deception”. Il song-writing è ispirato, caldo,
suadente, visionario e ricco di atmosfere sognanti, specialmente nella
title-track. Mi duole constatare peroò che il disco, pur essendo bello, pone
l’attenzione su ciò che innegabile: la parabola degli Amorphis e’ in discesa,
lenta, dolce, bellissima e goduriosa, ma pur sempre discesa. Son passati sette
anni da quando ci fu donata la perla “elegy”, capolavoro assoluto. Da allora la
band è uscita con “tuonela”, disco dell’ennesima svolta, che si discostò
decisamente dal predecessore, ma che stupì per la sua bellezza apparentemente
semplice. Seguì “am universum”, disco buono ma di minore rilievo. “Far from the
sun” non riesce ad invertire questa lenta rotta che spero non porti la band ad
incagliarsi o ad arenarsi ed affondare. Forse, a forza di creare grandissimi
dischi un calo è quanto di più naturale ci possa essere, per questo sono in
parte giustificati: ci hanno abituati troppo bene.
Shub Niggurath
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