TORI AMOS

"The Beekeeper"

(Epic)

2005

1. Parasol
2. Sweet the Sting
3. The power of orange knickers
4. Jamaica Inn
5. Barons of Suburbia
6. Sleeps with Butterflies
7. General Joy
8. Mother Revolution
9. Ribbons Undone
10. Cars and Guitars
11. Witness
12. Original Sinsuality
13. Ireland
14. The Beekeeper
15. Martha's Foolish Ginger
16. Hoochie Woman
17. Goodbye Pisces
18. Marys of the Sea
19. Toast

Avvicinarsi a questo disco non è stato facile. Lungo ed estenuante (80 minuti!), spento, piatto, in stile asettico come mai prima d'ora aveva tentato di comporre la Amos. Madido della maternità e delle gioie matrimoniali, "The Beekeeper" è altresì una pillola della buonanotte dedicata alla figlioletta di 6 anni, per l'occasione immersa (la pillola, non la figlia) in una rêverie scialba in cui melodie immemorizabili tentano disperatamente di far presa. Dimenticatevi l’energia tonante del connubio voce-pianoforte che ha consacrato la Amos nell’Olimpo dei musicisti, di cui questo disco è deplorabilmente priva: la voce non è più la sua, non è sincera né emozionale, è anzi perfezionista e talvolta persino altezzosa, quando non è annoiata. Se si sente il pianoforte è un miracolo, bisogna cercarlo affannosamente tra i borghi, una chitarrina o un organo Hammond che sa di finto. A tutto questo si aggiunge il tema politico che metaforicamente tratta. Where did it all go wrong?, diceva un gruppo con cui il destino è stato crudele, al secolo Oasis. Volendo essere barbari e venali, si potrebbero contare più facilmente le canzoni da cestinare (13) contro un’infelice minoranza da salvare in memoria dei vecchi tempi (6 su 19, con estrema generosità). Consideriamo il perché di questa ostilità, che giustifico con un cuore infranto. L’album si apre con un futuro singolo garantito, “Parasol”, i cui requisiti brutalmente commerciali non prevedono spessore alcuno. La successiva “Sweet The Sting” è un’insolita e afro-americana ballata dalla monotona semplicità, affiancabile al retrogusto gospel di “Witness”. Preferisco ricordare questo disco unicamente per canzoni come la lieve “Mother Revolution”, cadenzato duetto con il cantautore Damien Rice (secondo duetto con costui, dopo “Power Of Orange Knickers”, storia di un terrorista), la brevissima “Original Sinsuality”, che, nonostante la splendida ouverture in pianoforte, non riesce ad evolvere come Dio comanda, eppure trapela un alito di vita e di passione che mi conferma di aver comprato il disco di Tori Amos (e non dei Cugini di Campagna) ed è dunque un dolce sollievo, ed infine per la penultima “Marys Of The Sea”, punita per Natura essendo stata collocata dopo una sfilza di brani orribili che ne hanno ciucciato via ogni buona predisposizione all’ascolto, ma resta comunque una delle migliori. Caso a parte per la lunga title-track, unica contaminazione tecnologica ed unico caso in cui tale contaminazione è l’esclusivo fattore positivo senza il quale non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione, perché non riesce assolutamente ad ingranare. Da dimenticare sono quindi canzoni come “Jamaica Inn”, per la quale avrei invertito il titolo con “Sweet The Sting” per coerenza, che pare uscita da un telefilm del cazzo come Providence o Una Mamma Per Amica; il già singolo “Sleeps With Butterflies”, senza infamia e senza lode; “General Joy” il cui ponte è qualcosa da sorvolare sul serio; la ninnananna “Ribbons Undone” per i suoi tremendi picchi che pretendono un coinvolgimento d’ascolto; l’ hawaiiana “Cars And Guitars” in cui si nota più che altrove la nuova finta voce che ha imparato ad assumere; “Goodbye Pisces” direttamente dal ristorante cinese all’angolo; l’inno d’emancipazione “Hoochie Woman”, potenziale candidata ad una rinnovata pubblicità delle Morositas; eccetera. Insomma, avvicinarsi a questo disco non è stato facile né piacevole, probabilmente perché è troppo "suo" e non ha niente da spartire con chi non vive le sue gioie di maternità. Pretende di essere semplice, innocente, pulito, ma non è credibile. Leggere un’intervista della nostra pianista sulla nascita di “The Beekeeper”, Tori Amos racconta: “Mia figlia di 6 anni una mattina, guardando le immagini di guerra trasmesse dalla tv, mi chiede cosa fossero quelle scene; io cercai di spiegarle il male ed il bene (ricordo che è figlia di un pastore metodista, nda) ma è difficile. Poi, seduta al piano, ho lasciato che la musica fluisse libera ed è venuto fuori questo disco”. A questo punto, più probabile è la possibilità che io di questo disco e della sua musica non abbia capito un emerito cazzo, e se le cose stanno così allora compratevelo, questo disco, compratevelo e godetevi la bustina di fiorellini e semini (selezionati rigorosamente da botanici di fiducia) che la nuova dolce Amos ha voluto allegare per chi fosse stato tanto generoso da spendere quel paio di euri in più per la versione limitata con DVD bonus (con 25 minuti di interviste, backstage e l’inedito “Garland”), e aspettate che la primavera vi inondi della magia…bella, la magia…

In parallelo alla pubblicazione del disco, sul mercato è stata lanciata anche la biografia della Amos "Piece by Piece" (in italiano “Tori Amos – LA Biografia”, 384 pagine, edito da Arcana) scritta in collaborazione con la giornalista Ann Power e firmata dallo sceneggiatore e giornalista Jay S. Jacobs tra le cui pagine vengono svelati alcuni retroscena della vivace vita in tour, scene di vita famigliare e qualche chicca sul suo personale processo compositivo.

Stavo per dimenticarmene: l’edizione limitata classifica le 19 canzoni in 6 differenti giardini: “Rose e Spine”, “Erbe ed Elisir”, “Il Giardino del Deserto”, “La Serra”, “Il Frutteto” ed “Il Giardino Roccioso”. Bella, la magia.


Tiziana Brombin

Voto: 4,5

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