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1. Hope There's Someone
2. My Lady Story
3. For Today I Am A Buoy
4. Man Is The Baby
5. You Are My Sister
6. What Can I Do?
7. Fistfull Of Love
8. Spiralling
9. Free At Last
10. Bird Girl
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Fino a pochissimo tempo fa il diafano Antony poteva senza difficoltà venire scambiato per uno dei tanti ricchioni che bazzicano la scena off di New York, tra teatrini e gallerie d’arte, con la segreta convinzione di essere grandi artisti. E attraverso questa gavetta Antony c’è pure passato: qualche rappresentazione teatrale assieme alla sua cricca (di cui tra gli altri fa parte anche il transessuale Baby Dee, autore finora di un paio di dischi notevoli), qualche reading di poesia, le solite cose che qualsiasi inetto in pieno trip ‘artistico’ potrebbe fare. C’è voluto l’orecchio fino e la lungimiranza di David Tibet per tirare fuori Antony dalla aberrante melma arty in cui il Nostro si era – consapevolmente o meno – buttato a pesce, ed è bastato un solo disco per capire che Antony non era uno dei tanti: il brevissimo esordio omonimo (poco più di mezz’ora la durata complessiva) era niente meno di un capolavoro, una fulminante quanto lancinante elegia del vanamente vivere e dell’insensato sperare trasudante autentica e cocente disperazione nel segno di una musica che inglobava blues, folk e bizzarri calembour da cabaret per aspiranti suicidi, dominata da una voce – quella voce – in cui rivivevano (rivivono) i fantasmi di James Carr, J.B. Lenoir, Billie Holiday e vari soul men (o soul women) divorati dalla passione, fagocitati dall’alienazione, presi a calci dalla vita. Per qualche semestre Antony & The Johnsons è stato un nome per pochi, un piccolo culto germogliato e cresciuto grazie a un microscopico ma devoto seguito, e forse sarebbe stato meglio se fosse rimasto tale. Il resto della storia lo conoscete tutti: Steve Buscemi contatta l’uomo per cantare un pezzo nel film “Animal factory”, Lou Reed e consorte un bel giorno entrano in un negozio di dischi, tornano a casa con due sporte di cd comprati a caso “perché a Lou piacevano le copertine”, ascoltano il disco di Antony e ne rimangono fulminati; l’ex “rock’n’roll animal” se lo porta in tour a canticchiare qualche canzoncina, lo ospita nel delirante concept album The Raven e, tutt’a un tratto, dall’oggi al domani, l’operazione di sdoganamento può dirsi conclusa. Il mondo è pronto ad accogliere Antony nel gotha degli artisti veri, qualsiasi testata musicale non può dirsi “in” se non dedica almeno un articolo tracimante melliflue e sudate lodi a Antony e i suoi Johnsons, la kritika ke konta si spella le mani a furia di applausi, tutti quanti scoprono improvvisamente e contemporaneamente l’acqua calda. Logico dunque che, a sette anni suonati dal debutto, Antony reagisca con compassata freddezza e arido calcolo, sfornando un disco che, tolta la facile ironia che potrebbe suscitare un artista omosessuale dichiarato che intitola il nuovo disco “ora sono un uccello”, aggiunge ben poco a quanto già si sappia; a voler essere esageratamente cinici si potrebbe assai facilmente pensare che con il nuovo album Antony abbia dato in pasto al grande pubblico esattamente quel che ci si aspettava da lui e il suo gruppo, un florilegio di canzoni molto più pop e molto meno blues, un suono debitamente ‘normalizzato’ all’interno del quale le uniche alzate di testa si registrano nell’(ab)uso di tamarrate abbastanza indigeste, barocchismi di piano che manco i Queen in gran spolvero e kitscherie assortite da gay pride. Senza contare che le numerose ospitate (da Rufus Wainwright all’amichetto Devendra Banhart, c’è perfino Boy George), oltre a rendere il programma ancora più dispersivo e fuori fuoco del dovuto, aggiungono un’ulteriore vagonata di fastidiosissimi cliché il cui unico scopo sembrerebbe voler causare ripetuti travasi di bile agli omofobi di turno (perché, sotto il profilo strettamente qualitativo, tali comparsate nulla aggiungono e qualcosa tolgono, vedi per esempio il dispensabilissimo contributo del solito Lou Reed). Certo, c’è sempre quella voce, dalla quale banalmente possiamo dire che ci risulterebbe gradito sentir cantare anche l’elenco del telefono o la lista della spesa, è un po’ tutto il resto che manca: mancano le grandi canzoni, mancano le forti emozioni, manca il sentimento, manca quella sincera, lancinante disperazione che tutto annullava e tutto distruggeva. Evidentemente Antony ha fatto i suoi due conti ed avrà ritenuto giusto passare alla cassa; I Am A Bird Now probabilmente servirà a rimpinguare il suo conto in banca, ma non si aspetti riconoscenza o supporto (perlomeno morale) da chi in lui ha creduto fin dal primo momento.
Dragone Nervoso
Voto:
6
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