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L'ultimo disco di Courtney Love è talmente brutto che a confronto quello del suo bellissimo alter-ego Melissa Auf Der Maur sembra un capolavoro! Finalmente la rossa bassista si scrolla di dosso la pesante figura della pazza e svampita ex signora
Cobain, abbandona gli agonizzanti Smashing Pumpkins (ora disciolti) e si dedica all'incisione dei pezzi da lei scritti in 10 anni di carriera spesa in "una vita da mediano", come direbbe il
Liga, a lato del palco, imbracciando un pesate basso, mai sotto i riflettori quanto forse avrebbe meritato. Eh si, perché se il suo disco d'esordio fosse uscito qualche anno fa, probabilmente avrebbe spopolato. E invece deve accontentarsi di rimanere in scia con le spendide uscite di questi ultimi anni, di gruppi come A Perfect Circle e Queens Of The Stone
Age. Peccato. Peccato perché il disco, pure risentendo notevolmente dell'influsso del sound delle
Hole, ha un approccio tutto suo al mondo dell'alternative rock, molto più oscuro e "dannato". Ad esempio la traccia d'apertura
"Lightning is my girl" subisce indiscutibilmente il fascino delle atmosfere marce degli ultimi Alice In
Chains, mentre in "Taste you" o "Overpower thee" (voce e pianoforte) la voce di Melissa si fa addirittura allucinata come nella migliore PJ
Harvey. Momenti musicali molto alti si raggiungono anche in brani come
"Followed the waves", "Real a lie", "My foggy
nation", ipnotici e spleen, e "I need I want I will", che sembra richiamare quasi gli ultimi Incubus o i
NIN. Le chicche sono sicuramente "I'll be anything you want", stralunata e robotica come solo Josh Homme e Nick Olivieri avrebbero potuto scriverla, e
"Would if I could", che dà uno schiaffo pesante ai brani più melodici e commerciali della Love
("Malibù"?), mostrandoci come ancora si può scrivere un pezzo
pop-rock, buttando un occhio all'Inghilterra, senza cadere nel baratro del banale. Il tutto è sicuramente ben suonato dagli ospiti d'eccellenza James
Iha, Eric Erlandson, Brandt Bjork, Josh Homme, Steve Durand e Jordan
Zadorozny, e ottimamente prodotto dal "guru del deserto" Chris Goss. In generale un disco che vale davvero la pena ascoltare, soprattutto per chi ha amato il grunge ed è in cerca di nuove guide spirituali nel mondo del rock alternativo, che sappiano saziare la sua fame di buona musica.
Matthew
Hopkins
Voto:
7
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