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“Dear Catastrophe Waitress” è un disco davvero ingannevole. Al primo ascolto lascia sì spiazzati a causa delle enormi differenze rispetto ai Belle & Sebastian che eravamo abituati a conoscere, ma tutto sommato pare orecchiabile e godibile. Basta poco però per accorgersi che si tratta solo di fumo negli occhi, ineccepibile perfezione formale atta a nascondere un evidente isterilimento creativo. La produzione di Trevor Horn è davvero impeccabile (alla faccia di tutti i suoi detrattori), i suoni sono curati nei minimi dettagli, ma alla fine è palese che il tutto sia uno stratagemma architettato dal leader Stuart Murdoch, smanioso di darci a bere che l’abbandono dei suoi compagni Isobel Campbell e Stuart David non abbia per nulla danneggiato la band di Glasgow. Accade così che Belle & Sebastian abbandonano il ruolo di menestrelli “depressi” per indugiare sui frammenti pop già uditi in qualche momento delle loro ultime produzioni. Checché se ne dica, la mossa sulla carta poteva risultare molto azzeccata (da qui la logica scelta di mettere uno come Horn dietro il banco di produzione), almeno in termini esclusivamente “commerciali” (parola che comunque non dovrebbe essere sempre sinonimo di scarsa qualità musicale); ci troviamo così di fronte ad un disco che, anziché fermarsi alla classica rielaborazione di Donovan o Nick Drake, prova ad andare oltre: verso i Beach Boys, verso certe cose dei Byrds, verso il soul dei primi anni ’60 (anche se manca "l’oscurità" tipica di cose tipo Ronettes o comunque dei gruppi prodotti da Phil Spector in genere), fino ad arrivare a “I’m A Cuckoo” (peraltro uno degli episodi migliori), in cui sembra di sentire gli Smiths coverizzare i Thin Lizzy. Detta così può sembrare una strana lista della spesa, tuttavia a Murdoch va almeno dato il merito di essere riuscito a combinare tutti questi riferimenti in maniera ordinata ed armonica, dando origine a musica che però non offre sussulti particolari e sa fin troppo di maniera (“Roy Walker” si candida probabilmente a peggior pezzo mai composto dai nostri). Se gli episodi migliori sono quelli che si riallacciano direttamente al loro passato (“Piazza New York Catcher”, “Asleep On A Sunbeam”), per il resto ci troviamo di fronte a canzoncine facilone e senza nerbo costruite sull’onda di un buonismo che sa tanto di forzatura. Se la cosa non irrita, questo disco è per voi.
Tony Aramini
Voto:
5,5
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