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Andate
a spulciare tra i vecchi vinili impolverati dei vostri genitori, quelli
che nessuno ascolta più da quando il vostro “vecchio” si è tagliato
i baffoni e ha smesso di indossare i pantaloni a zampa. Arraffate tutto ciò
che riuscite a trovare, fatene un bel pacchetto, buttatelo dentro il
Mulinex… quando tutto sarà ridotto ad una bella poltiglia, cercate di
plasmarne un nuovo 33’. A quel punto fatelo girare su quell’obsoleto
oggetto dal nome “giradischi”. Ciò che uscirà fuori dalle casse,
dovrebbe probabilmente assomigliare all’ultimo disco degli svedesi
Bigelf: “HEX”. Un inquietante mix fra Beatles (Rock & roll
contract), Pink Floyd (Bats In The Belfry II), Deep Purple (Pain killers),
King Crimson (Disappear), Black Sabbath (Carry the load, Madhatter),
assolutamente catchy, retrò dai suoni alle orchestrazioni, e molto
atmosferico. I quattro musicisti danno prova di grande maestria ed
eleganza stilistica, tracciando paesaggi sonori inusitati, seguendo linee
melodiche accattivanti e trascinanti, come non se ne sentivano da almeno
trent’anni a questa parte. Gli arrangiamenti sono di rara fattura, con
una sezione ritmica precisa, una voce affascinante e poliedrica, la
chitarra in grado di spaziare, viaggiare, ricamare su tutto rendendosi
sempre leggera come una farfalla, e le tastiere, per concludere, con una
conoscenza musicale che permette loro di rendere il tutto assolutamente
“vintage”. Tutto sembrerebbe preludere al capolavoro. A questo punto
però si pone la mia domanda, inesorabile: cui
prodest? “A chi giova tutto ciò?”. Se da una parte abbiamo questo
bellissimo disco, molto più simile ad una compilation, a dire la verità,
e dall’altra abbiamo i vecchi, originali, inarrivabili grandi classici,
cosa ci dovrebbe far propendere per il primo? Forse un senso di nostalgia
per un’epoca musicale che mai più tornerà? Forse un’insana necessità
di ascoltare nuove produzioni dei gruppi storici (ormai in pensione),
saziabile in parte da questo godibilissimo surrogato? In verità non so
rispondere, ma credo che per i Bigelf, nel descrivere la loro proposta,
parlare di “roots” (radici) allorché di plagio, mi sembra un pò
nascondersi dietro un dito! Usare solo strumentazione analogica e prendere
tutte le precauzioni necessarie per ricreare situazioni appartenenti al
passato, finisce per sembrare indice di scarsa personalità. Quindi, a mio
modestissimo parere, far così pesantemente leva su qualcosa di già
ascoltato e vissuto non può bastare ai nostri quattro bravissimi
musicisti, per scrivere anche solo una pagina della storia del rock.
Preferisco, quindi, “rimandarli a settembre”, anche perché le capacità
artistiche ci sono tutte, si evincono naturalmente dal disco, ma
l’originalità è ben altra cosa, e solo con impegno e dedizione
potranno anche loro, tramandare qualcosa di immortale.
Matthew
Hopkins
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