|
1. Crazy Or High
2. Queen Of Sorrow
3. Steppin Sorrow
4. Yesterday, Today, Tomorrow
5. Takillya (Estyabon)
6. Won't Find It Here
7. She Deserves A Free Ride
8. House Of Doom
9. Damage Is Done
10. Layne
11. Woman Don't Cry
12. No Other
13. A Whiter Shade Of Pale
14. Once More
15. Fear
|
Premetto che per me recensire un disco di Zack Wylde è impresa assai ardua. Questo per il semplice fatto che dai tempi dei Pride&Glory, e dai suoi primi dischi come axeman di Ozzy, sono sempre stato un suo accanitissimo fan, tanto da sfiorare l’acquisto della sua mitica “Bullseye” (ovviamente la più economica versione marcata Epiphone!). Tuttavia mi cimento nell’impresa, tentando di essere il più imparziale possibile (se si può essere imparziali con un personaggio come lui…credo o si ami o si odi!) per rendere un buon servizio ai consumatori (che brutta parola!) di musica. Innanzi tutto, con questo “Hangover music: vol. IV” il biondo chitarrista abbandona la brutalità delle sue ultime composizioni marcate BLS, nonostante lo stupendo a mio parere “The Blessed Hellride”, per tornare a far vibrare nuovamente le corde della sua acustica. Un ritorno alle origini, quindi, lungo quel rock acustico del suo primo e unico disco come solista, che fu “Book of Shadows”, e per certi versi alle sue prime produzioni rock-folk dei sudisti Pride&Glory appunto. Tanto che ad accompagnarlo durante questa cavalcata lungo le sponde del Mississippi, ritroviamo gli amici di vecchia data James LoMenzo e Craig Nunenmacher, l’ex-Crowbar, che a scorrazzare in quel del fondo degli USA ci si trova fin troppo bene. Ma la lista degli special guest non finisce qui: troviamo in quest’ultima fatica di Zakk, anche John Tempesta, e soprattutto Mike Inez, già con lui al fianco di Ozzy, ma soprattutto ex d’eccellenza di quella band che durante gli anni ’90 spopolava si, ma che non volle e non poté mai scrollarsi di dosso la sua vena dannata, precludendosi forse un successo pari agli alti più commerciali gruppi “grunge”; parliamo nient’altro che degli Alice In Chains. E proprio da qui mi sento di partire per raccontare la storia delle canzoni di questo disco, dalla traccia intitolata “Layne”, chiara dedica al compianto cantate degli AiC appunto (“This fear that clouds my mind, This fear that just won't die, Blacked out this world, Nothing's pure, nothing's real…If I could, you know I'd die…Oh, I'm just bidding my time, 'Till I wave Goodbye”). Dedica riferita non solo all’uomo, ma alla musica, a quel rock più intimo, oscuro, permeato dei nostri dolori e dell’inevitabile malessere di vivere che solo i grandi spiriti hanno. E si continua su questa scia con “Won’t find it there”, “No other” e, in un certo senso la cover di “Whiter Shade Of Pale”, brano struggente in origine di Procul Harum. Il resto del disco si muove sulle coordinate già ampiamente esplorate nei lavori precedenti, tra le ballade country-rock come “Crazy or High”, “Queen of Sorrow”, “She Deserves a Free Ride” e “Once More”, dove la voce di Zakk è roca e dura ma allo stesso tempo cosi calda, annaffiata da fiumi di whiskey, e la sua seicorde sprigiona blues nero ma anche il folk dei primi immigrati del Vecchio Mondo; i pezzi di piano e voce come “Yesterday, Today, Tomorrow”, “Damage Is Done”, “Once More” e la finale “Fear”, sempre capaci di emozionare per la loro intensità; ed infine le song in grado di spezzare il ritmo con maggiore aggressività, “Steppin’ Stone” e “House of Doom” che ricordano forse i momenti meno creativi di dischi come “1919 Eternal”, peccato. Un disco complessivamente bello ed affascinante, dove tuttavia il padrone di casa, forse non per colpa sua, emerge un po’ isolato all’interno delle composizioni, nonostante i musicisti d’eccellenza che lo circondano. E soprattutto una sterzata improvvisa verso la tranquillità, che probabilmente farà storcere il naso ad alcuni suoi fan dell’ultim’ora, che magari lo confondono col NuMetal e che non lo ricordano in veste glam o col cappello da cowboy ed i jeans a “zampa d’elefante”. Ma chi lo segue da tempo non potrà che apprezzare quest’ultimo lavoro, dove finalmente poter riapprezzare il lato umano e sentimentale di questo immenso artista.
Matthew Hopkins
Voto:
8-
|