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Ascoltando i Blueneck è quasi scontato pensare che siano una nuova proposta canadese patrocinata dalla Constellation Records, dunque diventa abbastanza inaspettato apprendere che in realtà l’album esce su Don’t Touch e che le loro origini non sono radicate nella terra della foglia d’acero bensì in un luogo decisamente meno usuale (per quanto riguarda il genere) quale l’Inghilterra. L’unico riferimento connazionale potrebbero essere i Radiohead, almeno nelle parti vocali (abbastanza sporadiche per inciso, essendo il disco prevalentemente strumentale) di qualche pezzo (“Judas! Judas!”), il resto invece va a piazzarsi tra ambient e post-rock, equamente diviso tra momenti oscuri figli dei Godspeed You! Black Emperor, parti più eteree vicine ai Sigur Ros e rumorosi crescendo strumentali che non possono evitare di riportare alla mente i Mogwai. Tra gli episodi migliori è d’obbligo segnalare “Oig”, che parte calma e rilassata per sfociare poi in una vera e propria coltre di distorsioni, le atmosfere tese di “Ub2” e “Amoc”, indubbiamente la più sognante del lotto. Attivi sin dal 2000, i Blueneck arrivano oggi al primo full lenght (che segue una manciata di demo) già da padroni della propria musica, riuscendo ad offrire una prova matura ed in grado di competere ad armi pari con i nomi più affermati del settore; “Scars Of The Midwest” è un disco che, pur muovendosi in territori già ampiamente vagliati da altri, gode di un’ispirazione tale a renderlo una delle più intense ed emozionanti release di questo primo scorcio di 2006, almeno relativamente al genere. Un plauso anche alla bella confezione: un digipack scarno e dai temi autunnali, ma allo stesso tempo elegante e d’effetto. Uscita ufficiale prevista per il 22 maggio: se cercate una seria alternativa ai soliti noti forse sarebbe il caso di dargli un’opportunità.
Tony Aramini
Voto:
8
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