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che poi, vedete. Non era neanche nelle nostre intenzioni parlare di
‘I’m Wide Awake, It’s Morning’. Perché non è, concettualmente,
un disco di cui ci sia molto da dire. È uno splendido disco scritto e
interpretato da Conor Oberst. Come lo potevano essere ‘Fevers And
Mirrors’ o ‘Lifted…’. Molto dylaniano, checché ne dica il nostro,
arrangiato in maniera più sobria di quanto i precedenti lavori potessero
far prevedere, ma in fin dei conti nulla di radicalmente nuovo. Ma
come si fa a non spendere almeno due parole su un pezzo di pura poesia
come ‘At The Bottom Of Everything’? Sulla malinconia minimale di ‘Lua’,
ovvero i cinque minuti di musica che hanno donato a Conor la notorietà?
Sulla strepitosa ‘Road To Joy’, un urlo liberatorio in faccia a coloro
che dipingono la musica di Bright Eyes come un lamento funebre per voce e
chitarra? In definitiva, come evitare di parlare di un disco che non
inventa, non innova, non stravolge, si limita a consegnare al pubblico
dieci piccole gemme, dieci affreschi di vita quotidiana, raccontati con
sensibilità, dolcezza e (perché no?) ironia? Come far passare sotto
silenzio l’ennesimo centro pieno del signor Oberst?
Non
si può, appunto. E non lo abbiamo fatto.
Come
non si può tacere a proposito del nuovo, più interessante (almeno a
livello di intenzioni) parto targato Bright Eyes. Perché ‘Digital Ash
In A Digital Urn’, come forse si intuisce dal titolo, è un disco diverso.
Messa in secondo piano la chitarra, Conor compone dodici canzoni di
(sostanzialmente) pop elettronico, condito da loop, effetti e tutta una
serie di chincaglierie cacciate fuori a forza dagli anni ’80. Il che,
intendiamoci, non è da leggersi come una critica in senso assoluto,
quanto piuttosto come uno spunto di riflessione: a mr. Oberst viene meglio
giocare con il folk e i quattro accordi da cantautore. Non siamo di fronte
ad un brutto disco, né ad un lavoro mediocre o facile da dimenticare,
quanto a qualcosa di incompleto, imperfetto, affascinante ma non
sconvolgente, avvolgente ma non travolgente. Certo, le melodie sono sempre
quelle, e come non amare pezzi quali ‘Gold Mine Gutted’ o ‘Arc Of
Time’? Anzi, azzardiamo: presi singolarmente, tutti e dodici i capitoli
di questo lavoro hanno i loro perché. Difficile se non impossibile
individuare l’anello debole, il passaggio stonato, la macchia. È il
complesso che non funziona alla perfezione, forse perché siamo noi i
viziati del cazzo che vanno in visibilio non appena Conor gioca a fare il
folk singer, forse invece perché questa volta il passo è stato
leggermente più lungo della gamba. Fatto sta che ‘Digital Ash’ lo si
ascolta, lo si ama, lo si canticchia, poi si passa a ‘I’m Wide
Awake’ e non lo si abbandona più. È come avere davanti il vostro
maglione preferito, quello sformato, stinto e pieno di toppe, e un abito
da sera targato Armani: magari passerete le ore a osannare il taglio delle
maniche e la linea moderna e accattivante del Nostro Stilista Preferito,
ma alla fine cosa indosserete? Non ci sono neanche discussioni, quel
maglione è così familiare, caldo, comodo…
Gabriele Ferrari
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