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Non
sono il più grande sostenitore del Brutal Death Metal di questi ultimi
anni. Il motivo è presto detto: ascoltare a metà degli anni ’90 pezzi
come “Staring Through The Eyes Of The Dead” era abbastanza per evocare
smembramenti, seghe elettriche in mano a psicopatici, mostri di ogni
genere che rosicchiavano le viscere a cadaveri mutilati, vermi che ti
divoravano dall’interno fino ad aprirti lo stomaco, insomma, alle più
inquietanti immagini allora concepibili da mente umana (all’epoca né
“Grande Fratello”, né “La Fattoria” erano stati ancora
inventati). Anche quando l’immaginario non era esplicitamente gore,
l’energia che si sprigionava dai solchi di quei CD era comunque
annichilente e poteva rianimare un morto. L’immagine che invece mi evoca
l’ascoltare della maggior parte dei dischi Brutal odierni (tra cui i
pluri-osannati Decrepit Birth, gruppo che a mio parere deve darsi una
rinfrescata alle idee piuttosto che aggredire la batteria a mano armata e
cercare di superare i limiti di velocità) è di tutt’altro tipo: se mi
metto le cuffie, premo play e chiudo gli occhi, arriva con estrema
veemenza nella mente l’immagine di quattro ragazzi in sala prove, uno
con un berretto da rapper rovesciato dietro alla batteria, (questo non so
spiegarmelo, ma tant’è) che giocano a fare i Suffocation. E l’energia
che trasmette è di conseguenza soltanto una frazione di quella che ai
“bei tempi” ti arrivava addosso. Sarà che l’età ormai avanza
inesorabile, ma piuttosto che evocare scenari disturbanti molti album
brutal recenti mi hanno comunicato soltanto sonori sbadigli. Il che è la
cosa peggiore che possa capitare: una volta un disco di questo genere
comunicava anche ai suoi detrattori una certa forma di rispetto, mentre
oggi, semplicemente, può anche risultare soltanto noioso, anacronistico e
ridicolo. Bene, nonostante tutto, anche questa volta generalizzare sarebbe
un peccato mortale, perché qualche lavoro è comunque meritevole di
attenzione, come questo “Slachtbeest”. Non dico certo che i Brutus
sono i Cannibal Corpse del 2004 (anche perché Corpsegrinder e compagni
esistono ancora e sono in forma smagliante) però il loro brutal è
piuttosto coinvolgente ed è in grado di garantire in mezz’ora una buona
parte (anche se indubbiamente non tutta) dell’energia che i grandi
dischi del genere emanavano, soprattutto in virtù di un buon equilibrio
tra ferocia e dinamicità. Non v’aspettate niente di nuovo (solita voce
tra Chris Barnes e Broken Hope, solita ottima tecnica, solite citazioni
esplicite a Suffocation, Cannibal Corpse e compagnia, solita mano di
vernice per aggiornarli di una decina d’anni senza lavorare troppo…)
ma quello che c’è non delude, anche perché i suoni sono bilanciati
bene : i Brutus hanno capito, a differenza di qualcun altro, che se si
usano più strumenti, tanto vale mixarli in modo che si ascoltino e magari
si distinguano anche. Nulla di nuovo sotto il sole, ma questi ragazzi si
meritano comunque un plauso.
Reje
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