JEFF BUCKLEY

"Live At Sin-é [Legacy Edition]"

(Columbia)

2003

1. Be Your Husband
2. Lover You Should Have Come Over
3. Mojo Pin
4. Duane Eddy & Songs For Lovers
5. Grace
6. Reverb And The Doors
7. Strange Fruit
8. Night Flight
9. If You Knew
10. Fabulous Time For A Guinness
11. Unforgiven (Last Goodbye)
12. Twelfth of Never
13. Monologue: Cafe Days
14. Monologue: Eternal Life
15. Eternal Life
16. Just Like A Woman
17. False Start And Miles Davis
18. Calling You

Jeff Buckley: “una voce a cui aggrapparsi nel buio”, “una goccia di suono in un oceano di rumore”. Un dono, un prodigioso caso di talento ereditario, purtroppo irripetibile, altrimenti non si tenterebbe vanamente di rintracciarlo nel vocalist degli Starsailor, dei Muse o di Belle & Sebastien, e nemmeno nel comunque eccezionale Thom Yorke. Il doppio cd “Live At Sin- é”, corredato da DVD e prezioso booklet fotografico di splendidi e intensi ritratti di Jeff, firmato, manco a dirlo Merry Cyr, è un gioiellino di covers che spaziano da Nina Simone a Bob Dylan per finire ai Led Zeppelin. Non mancano vere e proprie chicche quali le prime esecuzioni acustiche di Grace, Lover You Should Have Come Over, Last Goodbye (ancora sotto il titolo originario di Unforgiven), Mojo Pin e Eternal Life. Di notevole impatto anche la cover del cantante pachistano Nusrat Fateh Ali Khan, colui che Jeff definisce il suo Elvis, eseguita addirittura in lingua originale. E’ vero, un Ep intitolato “Live At Sin- é” era già uscito nel 1993, ma si può considerare solo un timido assaggio di quello che il menestrello californiano con i jeans strappati e la camicia a quadroni era riuscito a combinare dal vivo nell’angusto locale di Manhattan. Quelle quattro tracce sono incluse anche in questa monumentale raccolta, fortemente voluta dalla madre di Jeff, Mary Guibert. E in effetti si capisce subito che è tutta un’altra cosa. Ti ritrovi magicamente catapultato in un fumoso e affollato pub di New York, dove, tra il rumore del motore del frigorifero, risate, bisbiglii tra i tavoli e tintinnio di cucchiaini nelle tazze da caffè, respiri quella strana alchimia creata da un esile ragazzetto con la zazzera scura che imbraccia una Fender Telecaster presa in prestito. Schiacciato spalle al muro, schivando l’occhio della telecamera, tira fuori senza mostrare fatica, vocalizzi sublimi e inaspettate schitarrate dal sapore vagamente grunge. Mesmerizza l’attenzione dell’audience facendola scivolare tra i sinuosi meandri della sua portentosa estensione vocale. Tra un pezzo e l’altro si scioglie un po’ e inizia a parlare, declama perfino un poema, con quell’aria da dolce monello scanzonato che coinvolge il pubblico tra monologhi e simpatiche battute. Di tanto in tanto si lancia in qualche imitazione, permettendosi perfino di scherzare con un mito come Jim Morrison, canticchiando (con stesso timbro vocale del re lucertola) “This is Sin-é…” Il primo cd racchiude delle esecuzioni di profonda intensità, come il pezzo di apertura, reso celebre da Nina Simone (cui è dedicato l’intero doppio live) che Jeff canta “a cappella”, e il cui titolo originale è però Be My Husband; oppure la straziante Strange Fruit, inno della rivolta antirazzista nell’America degli anni ’50, introdotta da un favoloso assolo di chitarra blues. Deliziose anche Night Flight del duo Page/Plant e Just Like a Woman di Bob Dylan. La chiusura di questa prima parte è affidata alla famosa Calling You, originariamente interpretata da Javetta Steele nella soundtrack di “Bagdad Café”. Ed è a questa cover che è legato uno degli episodi più simpatici del concerto. Jeff sbaglia tonalità, si scusa, ma riaccordando la chitarra, prima di ricominciare a cantare il pezzo, si diverte con un’estemporanea e straordinaria imitazione vocale della tromba di Miles Davis. Il secondo cd sorprende subito con Ye Jho Halka Halka Saoor Hai (di Nusrat Fateh Ali Khan) che il pubblico accoglie ridendo, all’inizio credendo si tratti solo di un’altra parodia, per poi scoprire che invece Jeff la sta proprio cantando in Qwaali, non se la sta inventando sul momento, motteggiando in pachistano. Al termine della performance si lancia in un’ennesima serie di trovate comiche. Strimpella l’intro di chitarra di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, invoca Allah, si auto definisce una persona ridicola e spera che tutta quella gente accorsa a sentirlo non abbia dovuto pagare l’ingresso! Poi è la volta della tradizionale Dink’s Song e del tributo a Van Morrison con la già nota The Way Young Lovers Do e Sweet Thing. Ed è ancora qui che si trova l’altro pezzo già contenuto nell’Ep del ’93, la splendida riproposizione di J’en Connais Pas La Fin, di Edit Piaf, mentre Halleluja di Leonard Cohen conclude magnificamente questo viaggio di poco più di un’ora in un’altra dimensione spazio-temporale. Una dimensione che, coadiuvata dal DVD, ci riporta indietro uno dei più grandi talenti, uno dei più preziosi artisti degli anni ’90, ma che ci lascia con l’amaro in bocca e un’indefinibile sensazione di velata tristezza quando appaiono i titoli di coda. Il DVD infatti è discutibile, si vede molto male, con immagini poco nitide e riprese realizzate da troppo lontano, per giunta dura solo una decina di minuti, compresa un’intervista rilasciata da Jeff, che chi ha già il DVD del Live at Chicago non stenterà a riconoscere.


Margherita Realmonte

Voto: non si può quantificare l'emozione con un numero

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