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L’impresa che si prospettava ai Canaan non era esattamente delle più facili: la storia ha già ampiamente dimostrato quanto sia difficile dare seguito credibile ad un capolavoro, ancor di più se il disco in questione è uno dei più belli dell’ultimo lustro, quell’ “A Calling To Weakness” che nel 2002 rappresentò una delle (la?) migliori trasposizioni in musica di dolore e rassegnazione. Musicalmente “The Unsaid Words” non si discosta molto dalle sonorità del predecessore: ancora una volta dark rock dai tempi perennemente lenti (che segnano una linea di continuità con i Ras Algethi, gruppo doom dal quale i Canaan hanno poi avuto origine), ora leggermente più incline a contaminazioni wave e con un più massiccio uso delle tastiere che conferisce alle canzoni un’atmosfera a tratti maggiormente solenne e pomposa. Oggi quella cantata da Berchi non è più una sommessa presa di coscienza, quanto un’amara riflessione su ciò che poteva essere e non è stato; tutto ciò si riflette anche sulle nuove composizioni, che sacrificano un po’ di cupezza in favore di qualche sfumatura più malinconica. La novità fondamentale è comunque rappresentata dall’implemento delle parti dark ambient, che su “A Calling To Weakness” costituivano dei semplici intermezzi utilizzati per dare al disco un maggiore senso di continuità, mentre oggi vengono sviluppate fino ad affermarsi come parte fondamentale del lavoro alla pari con le vere e proprie canzoni. Se in questo ambito “The Unsaid Words” risulta essere ben superiore al disco del 2002, lo stesso non si può dire per le composizioni cantate in italiano: “Senza Una Risposta” e “Il Rimpianto” (Gianni Pedretti dei fondamentali Colloquio anche stavolta ospite dietro il microfono), per quanto buone, non reggono il paragone con due capolavori assoluti come “Un Ultimo Patetico Addio” ed “Essere Nulla”. Probabilmente il principale “difetto” di “The Unsaid Words” è proprio quello di uscire dopo uno dei migliori dischi di sempre, era quasi scontato che anche in caso di ottimo lavoro avremmo trovato qualcosa da ridire. Resta il fatto che pezzi come “This World Of Mine” e la title-track (citando le prime due che vengono in mente) riescono a commuoverci senza appello anche stavolta: è la prova che Mauro Berchi ha vinto ancora.
Tony Aramini
Voto:
8,5
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