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Solito folk neopagano cantato metà in crucco e metà in inglese, soliti testi, solite influenze (Hagalaz’ Runedance, Blackmore’s Night…). Ciò che colpisce in questo lavoro di Swawa (impegnata anche in un progetto Pagan Black a nome Taunusheim) semmai è l’approccio decisamente lo-fi usato nella struttura e negli arrangiamenti dei brani: una sorta di Forseti al contrario. Suoni davvero ridotti all’osso in pratica, con un flauto sibilino a fare da contorno ove necessario a quaranta minuti di voce e chitarra. La stessa chitarra che poi non ha il suono acustico che normalmente ti aspetti da un disco folk, sembra piuttosto un’elettrica (talvolta un po’ scordata) suonata senza distorsore. Non è dato sapere però se tutta questa bassa fedeltà sia dettata dalla voglia offrire qualcosa che si discosti in maniera poco ortodossa dai canoni del genere o da semplicissime ristrettezze di budget. Sta di fatto che se ad un primo ascolto il risultato sembra almeno piacevole proprio in virtù di questa forma un po’ insolita, già dopo pochi giri di giostra ci ritroviamo con la mano sulla bocca a coprire gli sbadigli. Purtroppo il disco vive di un songwriting estremamente ripetitivo e di certo l’uso di suoni così scarni non aiuta a dare alle canzoni il tocco di colore che necessiterebbero per non sembrare tutte identiche. “Heldentod”, "Boten Asgards" e “Warrior And Man” sono buoni episodi, ma, concedetemi la citazione colta, tutto il resto è noia.
Tony Aramini
Voto:
5
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