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Avete presente il film di Sophia Coppola, “Lost in traslation”? Da quanto ci descrive nel suo lungometraggio, risultato di un viaggio nella terra del Sol Levante, sembrerebbe che i giapponesi siano succubi della cultura Occidentale, particolarmente quella anglosassone. I Church of Misery pare confermino la tesi. La loro produzione artistica sembra, a prima vista, un plagio alla discografia dei Black Sabbath; ovviamente nel senso buono e simpatico del termine (sempre che “plagio” possa avere un senso simpatico…). Così il loro primo bootleg dal titolo “Vol. 1” copiava, cambiandone i colori, il celeberrimo disegno di copertina del “Vol. 4” del sabba nero. Oppure lo split assieme agli Sheavy, “Born too late”, come il ben più noto “Born again”, mostra l’immagine di una natività demoniaca...la stessa immagine! Potremmo continuare con gli storpiamenti di “Master of brutality” e compagnia, ma preferiamo fermarci qui! Anche perché ridurre tutta la loro produzione ad una parodia dei Black Sabbath mi sembra davvero riduttivo, dato che gli stessi, oltre che apparire addirittura nel disco tributo ai Death SS, sono riusciti ad inventarsi qualcosa di originale nel mondo a volte un po’ stereotipato del doom più classico. In ogni loro disco, infatti, piuttosto che trattare temi legati all’occulto o alla sfera esistenziale, i quattro ragazzi nipponici, preferiscono narrare la storia dei più spietati serial killer americani! Dopo Charles Manson e Ed Kemper (d’obbligo!) è la volta, in quest’EP, di Albert Desalvo, lo “strangolatore di Boston”, che tra il 1962 e il 1964 fece fuori una dozzina di donne nella capitale del Massachussetts, animato da strane devianze sessuali (“Please let me inside/open your door…I lost my mind/in a trance, I will cum”). Che dire a proposito del sound? Ascoltare questo singolo di 5 brani, equivale ad entrare in uno studio d’incisione, dove Tony Iommi, Geezer Butler, John Garcia e John Bonham stanno jammando: una botta adrenalinica di rock-doom in pieno stile ‘70s, a tratti stoner, che seppur non originalissimo, risulta davvero trascinante! Inoltre la scelta della brevità, invece che lasciarci con un senso d’incompiutezza e insoddisfazione, non fa che rendere il tutto più godibile e affatto ripetitivo. Inutile dire a questo punto che la proposta dei Church of Misery non potrà che entusiasmare tutti coloro i quali sono rimasti, col cuore, a Woodstock (quello del ’69!), che vorrebbero affittare un furgone Volkswagen del 1970 per percorrere la mitica “Route 66”, col sole negli occhi e la loro “Sweet leaf” nel cruscotto, probabilmente ignari di poter incontrare l’ennesimo killer americano che chiede un passaggio in uno di quegli inquietanti fast-food lungo la strada deserta.
Matthew Hopkins
Voto:
7
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