CORRUPTED

"El Mundo Frio"

(H.G. Fact)

2005

1. El Mundo Frio

Il Giappone non è soltanto la patria dei videogames, dell’elettro-noise più marcio ed efferato in circolazione e dei film horror con protagonisti bambini impossessati, ma anche di una maniera di suonare ed intendere lo sludge tra le più ferali e personali mai riscontrate. Da ormai un decennio i Corrupted fanno parte di quella schiera di band (che annovera tra gli altri Greenmachine, DOT e naturalmente Boris) che lentamente (ma inesorabilmente) hanno ridisegnato, ampliato e irrimediabilmente deformato i confini dello sludge-core contribuendo a scrivere alcune tra le pagine più pesanti e insostenibili dell’intera storia del genere. Rispetto ai parimenti dissociati compari di malefatte però i Corrupted hanno almeno un paio di tratti distintivi che li differenziano da qualsiasi altra accolita di violentatori di amplificatori con gli occhi a mandorla: una prolificità quasi ‘zappiana’ (circa trenta emissioni, tra cd, EP 7” e split, in dieci anni), la scelta – inusuale quanto incomprensibile – di scrivere e cantare le proprie liriche in spagnolo, e – soprattutto – l’alternanza, da qualche anno a questa parte, tra ormai usuali bordate sludge-doom (solitamente concentrate in brevissimi quanto micidiali EP) e insostenibili mastodonti sonori di un’ora e passa per brano. El Mundo Frio, ennesima testimonianza del marchio, appartiene alla seconda categoria: il programma contiene una sola traccia per un’ora e un quarto di durata nella quale il gruppo, seguendo la prassi perpetrata principalmente nell’insopportabile doppio Llenandose de Gusanos (1999), tenta un’azzardata commistione tra ambient isolazionista e sludge. Fughe pianistiche che ricordano da vicino il Burzum ripiegato su sé stesso di Filosofem (e mi riferisco per la precisione agli interminabili plin plon di tastiera di Rundgang Um Die Tranzendentale Saule Der Singularitat) si protraggono per minuti e minuti per poi, improvvisamente, cedere il passo a colate di catrame a base di chitarre ipercompresse, tempi pachidermici e i soliti deliri madrileni del gorgogliante singer Hevi. E il disco è tutto così: dieci minuti di plin plon e dieci minuti di sludge, poi altri dieci minuti di plin plon e così via per 75 minuti (che non sono pochi). Il gioco è interessante e non privo di un certo fascino magnetico se è la prima volta che ci si trova ad ascoltare qualcosa del genere (e su questo i Corrupted rimangono, nel bene e nel male, inimitabili); ma essendo noialtri già abituati a stillicidi di tale natura e tenore (il sopracitato Llenandose de Gusanos, che per inciso dura pure il doppio) non abbiamo potuto evitare di provare una ben più prosaica sensazione di NOIA tra un plin plon e l’altro. L’augurio è che i Corrupted tornino al più presto a concentrarsi su quel che san fare meglio e con comprovata maestria, quegli EP che a stento oltrepassano i dieci minuti ma radono al suolo qualsiasi cosa, limitando ‘sperimentazioni’ di questo tipo al minimo indispensabile (diciamo un solo pezzo di un’ora ogni sette/otto anni, se proprio necessario?); se ne riparlerà, probabilmente (con i ritmi di pubblicazione del gruppo sarà inevitabile). Dispiace piuttosto ospitare per la prima volta su queste pagine un nome così glorioso con un prodotto tanto modesto.


Dragone Nervoso

Voto: 6

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