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Ad oggi sono 12 anni (dai tempi di “Wish”, ultimo album ad avere un suo perché) che i Cure, anzi, che Robert Smith è ostinato a trascinarsi zoppicante lungo il sentiero della musica. E’ così che abbiamo avuto dischi come l’indifendibile “Wild Mood Swings” e il non particolarmente eccelso “Bloodflowers” (seppur migliore del precedente, ma d’altronde non ci voleva molto). Ogni nuova uscita puntualmente accompagnata da rumors che volevano il gruppo sul punto di sciogliersi, e personalmente credo che in quei momenti sarebbe stata una scelta dignitosa e sensata. A volte è meglio star zitti quando non si sa bene che cosa dire, no ? Ma vallo a spiegare a un tipo ostinato come Smith, che intanto zitto zitto fa associazione a delinquere con un certo Ross Robinson e di cose nuove da dire a quanto pare ne trova. La mano del produttore americano, i cui precedenti (Limp Bizkit in primis, ma pure lavori di buona qualità come Korn o Machine Head) poco c’entrano con la musica dei Cure, ha giocato un ruolo fondamentale nella buona riuscita di questo disco, conferendo sonorità cupe e claustrofobiche a cui le nuove composizioni sembrano legarsi alla perfezione. Per la maggior parte dei 55 minuti si respira infatti quell’aria tesa e nervosa che da troppo tempo non si sentiva in un disco della band inglese: su tutte, “Lost” è costruita su un dolore lancinante, disturbante quasi, ma non si tratta affatto di un caso isolato. Le atmosfere spesso si dilatano seguendo una ritrovata vena simil-psichedelica che trova il suo culmine nei dieci minuti di “The Promise”, aperta da uno straziante urlo di Robert Smith, la cui performance vocale su questo disco finisce inevitabilmente con l’essere una di quelle di cui ci ricorderemo in futuro, dividendosi i meriti in parti uguali con il lavoro svolto da Robinson in cabina di regia. Va detto comunque che almeno quattro pezzi distolgono l’occhio da questo riuscito canovaccio per rifarsi piuttosto ad uno dei loro periodi commercialmente più fortunati (diciamo “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”). I risultati sono alterni: “alt.end” è un buon pezzo rock, ma “The End Of The World” è un singolo piuttosto insulso, così come “(I don’t know what’s going) On” e “Taking Off” sono due canzoncine pop appena discrete (quest’ultima inoltre rasenta il plagio nei confronti di “Just Like Heaven”). Si tratta di episodi che finiscono forse col contrastare troppo con l’umore generale dell’album, anche se la spontaneità e la semplicità con cui Smith e soci passano da certe soluzioni piuttosto banali ad una chiusura struggente come “Going Nowhere” fa passare certi particolari decisamente in secondo piano. Superiore a qualsiasi aspettativa: senz’altro il miglior disco che potessero fare in questo momento, il migliore da molti (troppi) anni a questa parte.
Tony Aramini
Voto:
7,5
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