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Rompiamo subito gli indugi e diciamo chiaramente che l’attesa è valsa la pena: i quattro anni di lavorazione richiesti da “Black Ships Ate The Sky”, tra controversie con la World Serpent e pubblicazioni dal sapore di riempitivo, hanno fruttato il miglior lavoro dei Current 93 da almeno due lustri a questa parte. Netto il distacco dal predecessore “Sleep Has His House”: David Tibet (ex Nurse With Wound e Psychic Tv, da oltre un ventennio unico rappresentante fisso del marchio C93) stavolta non esce dal seminato, bensì riscopre il suo amore per il folk apocalittico più o meno conservatore, con sobri arrangiamenti di chitarra e violoncello a farla da padroni. Paradossalmente, proprio quella che può sembrare una regressione si rivela il punto di forza di “Black Ships Ate The Sky”, merito anche di un songwriting che da tempo non era così ispirato. Tema portante del disco è “Idumea”, inno composto nel 1763 dal poeta inglese Charles Wesley, fratello di John (fondatore della religione metodista), qui riproposta in otto versioni differenti cantate da una nutrita lista di ospiti che comprende, tra gli altri, nomi come Antony, Will Oldham e Cosey Fanni Tutti. A portare a casa la palma di miglior rilettura sono, ad ex-aequo, l’interpretazione struggente di Marc Almond e i sussurri a mo’ di ninna nanna di Pantaleimon (moglie dello stesso Tibet). Ottimi i frangenti in cui le chitarre acustiche lasciano posto ai ronzii elettronici di Steven Stapleton, ma risultati pregevoli vengono raggiunti anche quando il canovaccio neo-folk viene completamente trascurato, a partire da “Beautiful Dancing Dust”, bozzetto piano e voce di Antony che pare uscito da “Soft Black Stars”, fino all’incedere marziale della title-track, le cui chitarre distorte spiazzano non poco. Unica –piccola- pecca del lavoro forse l’eccessiva durata, che passa però leggermente in secondo piano grazie anche ad episodi sopra le righe come quelli sopraccitati, permettendo al disco di guadagnare quel pizzico di varietà che finisce con il risultare fondamentale ai fini del giudizio complessivo. Non resta che sperare di non dover attendere altri sei lunghi anni prima di vedere David Tibet dare alla luce un altro album di questa caratura, in ogni caso per adesso è sufficiente poterci dire soddisfatti di un lavoro che non solo rispetta tutte le aspettative, ma a tratti le supera.
Tony Aramini
Voto:
8
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