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La scelta di fare un fritto misto di metal di varia estrazione (dal rock moderno all’heavy, dall’heavy al thrash, dal thrash allo swedish, dallo swedish al primo death americano, con incursioni rapide nel black rozzo come in quello un pochino più sofisticato, e financo delle puntate grind) non è di per se’ direttamente imputabile per il non brillante risultato di questo disco, in fin dei conti. Toccherà rimarcare per l’ennesima volta come il fare delle belle canzoni non si riduca all’accostamento estemporaneo di riff, la maggior parte dei quali talmente adagiati sui canoni del genere – in questo caso, ognuno di essi ha un particolare genere di riferimento – da risultare persino troppo asettici da figurare in un eventuale dizionario del rifferama metallaro medio. E c’è un’altra questione, su cui è solito insistere un mio collega su queste pagine, e di cui questa volta voglio fare cenno, in via del tutto eccezionale: il metallo estremo non è roba da gente mingherlina, con gli occhiali, i capelli corti e la licenza di solfeggio in tasca. Servono quelli alcolizzati, che non si lavano e che hanno in testa la birra, la figa e Satana.
A piccole dosi, nonostante l’intelligenza demiurgica ordinatrice dei vari riff denunci un’impostazione di fondo chiaramente “progressive”, nel senso peggiore del termine, “5th wave: endless” si può pure ascoltare. Il guaio è che manca il tiro, manca tutta la magia. Si tratta di un lavoro di collage fine a sé stesso, in cui i pezzi, anche quando combaciano, non scaturiscono direttamente e necessariamente l’uno dall’altro. Certo è che questo problema non affligge solo i Disease.
Emanuele "Maraska"
Voto:
4/5
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