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Un album introverso e quasi criptico, che si snoda attraverso dieci brani di melodie immaginarie, sacrificate all’oceano di brusii che l’autore imbastisce. Melodia che emerge libera solo in Transit, ma esclusivamente grazie alla voce di David Sylvian, perché la musica non s’addolcisce ed anzi esaspera le proprie geometrie decostruite, generando un’affascinante contrasto; e nella breve ma splendida Laguna, dove viene dimenticato il rumore, ed una chitarra può parlare attraverso delicate armonie. Ambient per scatole craniche, perché è ambient questa, ma come già fu per un certo Eno lo spessore va molto oltre l’apparenza, e si è presto assorbiti in un labirintico cortocircuito di suoni. Un muro che non lascia passare, si frantuma nel suo procedere malinconico e scontroso, eppure è etereo al tempo stesso, in un aspro contrasto interiore per un suono lacerato e anelante di dolcezza. Vediamo così schizzi, tratti che disegnano case e ponti attraverso la nebbia. È ritrovarsi in un altrove impalpabile, dove la materia è fatta di sibili che cercano di darsi forma, ma con scarso successo. Oltre ai brani già citati, in un album che conosce davvero pochi cedimenti, spiccano l’opener Rivers of sand, The Other Face, The Point of It All e la conclusiva The Stone of Impermanence.
Alex Resca
Voto:
8
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