FORESTA DI FERRO

"Bury Me Standing"

(Hau Ruck!/Tesco)

2003

1. Bury Me Standing
2. Harmony Of Pen And Sword
3. Oak Leaf
4. La Ultime Gnot
5. Kshatrya (Ain Soph Cover)
6. Militia Christi
7. On The Marble Cliffs
8. Seppelliscimi In Piedi

In “Bury Me Standing”, i Foresta di Ferro portano a compimento l’obiettivo di creare (parole loro) la colonna sonora di un immaginario docu-dramma su fede, sventura e fanatismo. I tre protagonisti di questo ambizioso progetto sono Marco Deplano (Wertham), Richard Leviathan (Ostara) e John Murphy, già in Shining Vril, Knifeladder, SPK e protagonista di innumerevoli collaborazioni con gente del calibro di Douglas Pierce e David Tibet, e scusate se è poco. L’unità di intenti di questo trio è notevole : sanno esattamente come e dove cedersi la scena, producendo un mirabile esempio di disco in cui le canzoni sono tra loro diverse ma tutte tese verso un fine comune. Non importa se si inizia con un pezzo che azzarderei definire industrial/ambient, si prosegue con un industrial/noise (assolutamente non dei più rumorosi) , si passa poi ad un pezzo neofolk che suona molto Death In June per poi tuffarsi prima in un pezzo Dark Ambient e successivamente verso una cover di “Kshatrya” degli Ain Soph, e così via. Non importa, dicevo, perché l’obiettivo per tutto l’album resta lo stesso : permettere all’ascoltatore di guardare il drammatico documentario (con immagini in bianco e nero) con il giusto distacco. Almeno fino a quando sullo schermo non inizia a scorrere “Seppelliscimi In Piedi”, nella quale anche lo spettatore più cinico non potrà non commuoversi in uno dei pezzi più belli di sempre, come se un testo di De Andrè fosse musicato da una raffazzonata banda di paese oppure, citando il collega Dragone, “se fosse rifatto neofolk suonato con fisarmoniche dai relitti umani dei film di Ciprì e Maresco”. E’ lì che il documentario mostra il ritorno a casa dei reduci, non importa se vincitori o sconfitti, perché anche chi è sopravvissuto è comunque ormai spento dopo aver assistito a tanta inutile ed insensata distruzione. Un pezzo che da solo vale più di un’intera discografia di diversi gruppi messi insieme, ma che comunque non deve offuscare la bellezza del documentario in sé, terribilmente reale, nitido ed evocativo, ma mai caotico o confuso. Altra nota di merito va allo stupendo booklet che permette di accrescere ulteriormente l’impatto visivo di questo grande album. Ancora una volta, il tutto è maledettamente difficile e si svela con una lentezza estenuante, ma a poco a poco la bellezza di questo disco esce fuori. L’unica cosa che lo separa dall’essere un capolavoro assoluto è proprio il suo (voluto) carattere in qualche misura documentaristico, che in alcuni frangenti tiene l’ascoltatore all’esatta distanza per osservare le cose che il filmato mostra, ma non a quella giusta per viverle. In ogni caso, siamo indubbiamente su livelli che non si vedono troppo spesso in giro di questi tempi. Ottimi.


Reje

Voto: 8

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