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Quest’album parla essenzialmente di Dave Lombardo, non un batterista, ma un semidio, sceso sulla terra per deliziarci delle sue capacità non comuni. Lo storico batterista dei satanomassacratori Slayer, dopo un’addio che fece piangere migliaia di fan, ha sorprendentemente deciso di tornare nella sua originaria band, quella di Araya, King e Hanneman per l’appunto. I Grip Inc. (ennesimo “side-project” del batterista, assieme a Fantomas e duetti con orchestre classiche varie) si sono trovati cosi, negli ultimi mesi, di fronte l’”incubo” della partenza imminente, che seppur non avesse significato il completo addio, certo averebbe costretto Chambers e soci, a disporre di Lombardo solo partime. Così probabilmente, seduti in cerchio, i quattro hanno saggiamente deciso di uscire, a ben 5 anni di distanza dall’ultimo full-lenght, con un nuovo album. Un disco che quindi si è fatto decisamente attendere, e con il quale i quattro musicisti avevano l’arduo compito di affascinare nuovamente i loro fan, dopo capitoli ineccepibili come Nemesis e Solidify. La lunga attesa, se da una parte appare giustificata, per ascoltare nuove peripezie tecniche del Lombardo dietro le pelli, dall’altra sembra leggermente ingiustificata, vista i modesti sforzi compiuti da Gus Chambers (vocalist che conta una carriera nell’ambito punk ventennale!) e Waldemar Sorychta. Il problema che emerge dall’ascolto, è che se da una parte ci si è prodigati (o meglio Dave Lombardo si è prodigato) e non poco per potenziare le fondamenta dell’edificio Grip Inc., poco si è fatto per conferire brillantezza e originalità al resto dell’ensambe. Come un iceberg che emerge solo per il 10%, i riff di chitarra e il cantato di questo Incorporated compongono davvero poca parte rispetto ai tentativi ritmici della batteria di conferire dinamicità, rimanendo imperniati su di un songwriting leggermente piatto a tratti debole. Per carità, gli sprazzi thrash di “Course (of the cloth)”, “Skin trade” e “Privilege” sono un pugno nello stomaco, e i momenti gotico-industriali di scuola teutonica non mancano (“The answer”, “Built to resist”). Tuttavia viene a mancare in questo disco, il fulcro del discorso “Grip Inc.”, ovvero la capacità di miscelare stili diversi (thrash, hardcore, ritmi etnici e atmosfere futuristiche), di passare dall’assalto frontale a momenti atmosferici da soundtrack, a digressioni recitate. Un tentativo di sterzata verso nuovi orizzonti espressivi poteva forse essere quello del metal flamencato di “Enemy mind” o l’utilizzo dei synth (che tanto vanno di moda…), ma sinceramente mi è sembrato un po’ poco, soprattutto se pensiamo a chi da anni si evolve superando di volta in volta se stesso nella ricerca sonora-ambientale-emozionale (TOOL e Rammstein tra i tanti). Che davvero i Grip Inc. si siano un po’ affrettati di dare alle stampe un nuovo album, prima di rivedere Dave dopo le “vacanze”? Ai posteri l’ardua sentenza!
zulas houston texas Matthew Hopkins
Voto:
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