STAFRAENN HAKON

"Ventill/Poki"

(Resonant)

2004

1. Unnar
2. Blek
3. Vogor
4. Rafmagn
5. Eder
6. Grænn Haus
7. Kjammi
8. Górecki Magnús
9. Kvos
10. Vetur

L'Islanda è una terra strana. Cioè, sarà quel che esce dai geyser che non è esattamente quel che ci raccontano i geologi, sarà il freddo, sarà quel che volete. Fatto sta che in quello sputo di terra c'è un fermento artistico, una voglia di creare che altrove si sognano. E, fatto ancor più strano, c'è, come dire… unità d'intenti. Cioè, un islandese lo riconosci, hanno un modo tutto loro di scrivere musica, un mix di malinconia, rassegnazione, dolcezza, gelo, tranquillità… insomma, tutto quello che ritrovate nei soliti noti: Björk (sebbene tra tutti sia quella che più si discosta dallo standard), Sìgur Ros, Mùm. E ora questo Stafrænn Hàkon. Che non è tanti ma uno solo, un tizio con la classica faccia da islandese che s'è scritto tutto da sé questo 'Ventill/Poki'. Un disco che può addirittura sorprendere. Soprattutto per il modo in cui, pur seguendo strade già tracciate dai succitati Sìgur Ros, riesce a costruirsi una sua piccola nicchia, un suono se non originale almeno personale. Merito forse dell'uso massiccio di strumenti veri (chitarre, tromboni, violoncelli…) che prevalgono sull'immancabile componente elettronica. Oppure di un approccio alla forma-canzone che sembra più vicino a gente come Mogwai e a tutto il cosiddetto post-rock. Canzoni liquide, ipnotiche, che scorrono come ghiaccio appena sciolto da un raggio di sole. Niente picchi, niente sussulti, solo un flusso continuo di suoni (suono), tanto che è facile perdersi tra le note, non rendersi nemmeno conto che è finita una canzone e ne sta iniziando un'altra. Il che è poi il più grande pregio e, insieme, il più grande difetto di tutto il lavoro. Sì, insomma, noi italiani siamo mediterranei e forse non capiamo a fondo questo spirito, fatto sta che la prima cosa che viene in mente ascoltando 'Ventill/Poki' è "sì, bello, però non succede un cazzo". E scusate il termine. Quindi? Quindi la valutazione è comunque positiva. Perché sì, a tratti si finisce per essere fin troppo cullati da queste ninne-nanne in salsa Reykjavík. Ma il talento c'è, i peccati di gioventù glieli si perdona, alcuni pezzi sono deliziosi ('Eder' se volete proprio un nome), l'artwork è uno dei più belli degli ultimi anni, e comunque alla fine dell'ascolto ci si sente appagati, rilassati, lievemente malinconici ma comunque contenti di aver dedicato un'ora del nostro tempo a questa piccola, delicata esperienza. Potreste farvi un regalo e provare a dargli un ascolto, davvero.


Gabriele Ferrari

Voto: 7,5

www.stafraennhakon.tk