HELMET

"Size Matters"

(Interscope/Universal)

2004

1. Smart
2. Crashing Foreign Cars
3. See You Dead
4. Drug Lord
5. Enemies
6. Unwound
7. Everybody Loves You
8. Surgery
9. Speak And Spell
10. Throwing Punches
11. Last Breath

Maledetta la mia lingua lunga. Se ben ricordate, su queste pagine poco più di sei mesi fa, durante uno dei miei tanti monologhi sulla triste situazione del music biz odierno, mi lamentavo di Page Hamilton che, causa incombente bolletta del gas, era costretto a fare l’ospite sui dischi di Cavalera. Non l’avessi mai fatto. Il buon Page, che pare aver ascoltato il mio sfogo, dimostra di essere persona intelligente (o quantomeno con uno spiccato senso degli affari) e, appurato che centinaia di figli (legittimi ed illegittimi) degli Helmet oggigiorno vendono che è una bellezza, realizza che sulla carta non c’è momento più propizio per riesumare il vecchio nome, allestendo per l’occasione una line-up formato fantacalcio con Chris Traynor (direttamente dall’ultimissima fomazione degli Helmet datata 1997, nonché ex Orange 9mm) alla chitarra, Frank Bello (Anthrax) al basso e John Tempesta (Testament, White Zombie) dietro le pelli. A parole il tutto può sembrare esaltante o almeno meritevole d’interesse, ma non dovrei essere certo io a ricordare al mondo il ruolo fondamentale che la sezione ritmica Henry Bogdan/John Stainer ha avuto nell’economia del sound di questi newyorkesi. Se il songwriting di Hamilton era la mente, le loro ritmiche nervose erano indubbiamente il braccio, e privare la musica degli Helmet di tale apporto è praticamente come evirare Rocco Siffredi o gambizzare Andryi Shevchenko: li si mette nella condizione di non poter adempiere al proprio dovere. Ed infatti “Size Matters” non adempie proprio a nulla, se non ad infliggere 11 coltellate (a tradimento) a chi considerava Page Hamilton un musicista integerrimo e coerente. La maggior parte dei pezzi è strutturata seguendo schemi banalissimi per un gruppo di questa portata, troppo spesso si scade nel luogo comune strofa urlata/coro melodico, ma purtroppo i ritornelli sono costruiti su linee vocali assolutamente banali e prive di mordente, al punto che pare di ascoltare la stessa melodia per tutta la durata del disco (ma d’altronde in cabina di regia c’è Jay Baumgardner, che ha prodotto ‘perle’ come Drowning Pool e 12 Stones, che pure presentavano parecchi problemi analoghi. Non ce ne voglia, ma lo preferivamo quando i dischi si limitava a mixarli). Insomma, un album che si sforza di essere ‘catchy a tutti i costi’ anche quando in realtà non sarebbe necessario, ed a farne le spese è un songwriting che viene ripetutamente violentato al fine di inserire in ogni brano un refrain che, secondo loro, dovrebbe risultare accattivante. Il bello è che Page Hamilton pare portare avanti tutta l’operazione con estrema convinzione; qualcuno gli spieghi che il ritornello più incisivo (per la cronaca: “Crashing Foreign Cars”) diverte per non più di due ascolti, ed il resto risulta di una prevedibilità a dir poco disarmante. E stendiamo cortesemente un velo pietoso su cose come “See You Dead”, che provano a riprendere le ritmiche che ai tempi li hanno resi famosi: senza nulla togliere alla preparazione ed alla professionalità di Bello e Tempesta, va necessariamente sottolineato come questi ultimi escano con le ossa fracassate dal confronto con i rispettivi predecessori. Da segnalare infine l’evidente disonestà intellettuale del titolo: il ritorno degli Helmet è l’ennesima prova che le dimensioni non contano un cazzo.


Tony Aramini

Voto: 4,5

www.helmetband.com