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L’uscita
dello spento “The Arrival” l’anno scorso ci aveva dato pressoché la
certezza che gli Hypocrisy non fossero più la priorità di un Peter
Tagtgren sempre più perso tra Pain, produzioni negli Abyss studios e
collaborazioni varie, stupisce dunque rivederlo in pista a così breve
distanza. Obblighi contrattuali ? Probabile. Quel che è certo però è
che “Virus”, pur non essendo neanche lontanamente paragonabile a
dischi del tenore di “Abducted” o “The Final Chapter” (quelli di
cui si sente forse maggiormente l’influenza in questa sede), riesce a
riportare alle soglie della sufficienza la musica della death
metal band svedese e, tenuto conto che ne avevamo già annunciato la morte
artistica ai tempi del disco precedente, la cosa non può che far piacere.
Sia chiaro, continua l’opera di riciclaggio ed autocitazione, le
sperimentazioni della penultima parte della loro carriera sono ormai un
lontano ricordo, ma almeno stavolta il tutto viene portato avanti con un
songwriting che (causa anche la giusta quantità di mestiere) annoia meno
di quanto ci si potrebbe aspettare. Gli Hypocrisy tornano dunque a pestare
brutalmente sull’acceleratore rifacendosi alle cose più ortodosse del
proprio repertorio, partorendo proprio oggi alcuni dei loro pezzi più
violenti (l’attacco di “Warpath”, “Blooddrenched”); il fatto
però che anche i momenti migliori (si veda “Fearless” ed il suo
ottimo ritornello) sappiano sempre e comunque di anacronismo è la
dimostrazione che la crisi di idee in cui la band svedese annaspa da
almeno un lustro è ancora ben lungi dall’essere superata. Piccoli
segnali di ripresa ci sono, ma magari sarebbe il caso che Tagtgren si
fermasse un attimo a ricaricare le batterie, anche perché risolvere certi
problemi pubblicando dischi al ritmo di uno l’anno sarebbe impresa assai
improba.
Tony Aramini
Voto:
6=
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