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Per la serie “gli album che chiariscono le idee”, ecco il solista di Jon Oliva, che finalmente riesce ad inculcare anche nella mia testa come sono andate le cose negli ultimi otto anni: i Savatage non ne hanno imbroccata una. Considero le rock opera della band americana (in particolare il capolavoro “Dead Winter Dead”) pieni di alcuni dei brani più belli mai ascoltati in ambito metal, ma in effetti già “The Wake Of Magellan” presentava un calo d’ispirazione non trascurabile, seppur in alcuni passaggi (come ad esempio la title track) si era comunque su livelli sbalorditivi. Per il successivo “Poets And Madmen” invece, già si poteva parlare tranquillamente di un passo falso bello e buono. Con tutto il rispetto per un uomo come Jon Oliva, che ha scritto alcune tra le più importanti pagine del metal degli ultimi anni, questo “Tage Mahal” è davvero un qualcosa di insopportabile, una specie di collage di pezzi degli ultimi Savatage, per altro tutti simili o quasi. Sembra quasi di ascoltare una lunghissima, interminabile canzone, che seppur in un primo momento pare mostrare qualche miglioramento rispetto a “Poets And Madmen”, alla lunga è davvero estenuante ed ammorbante. Raramente ho avuto tante difficoltà ad arrivare alla fine di un disco, mai e poi mai avrei pensato che ciò sarebbe potuto accadere per un album di Jon Oliva, ma è proprio così che è andata. Ovviamente il tutto è formalmente ineccepibile, i fondamentali ci sono (e ci mancherebbe pure), la produzione è buona, i musicisti le mani sugli strumenti le sanno mettere e così via. Tuttavia, anche se prese singolarmente (nel vero senso della parola) le canzoni possono sembrare discrete (nessuna un capolavoro, beninteso), l’ascolto dell’album intero è una prova fisica che io metterei al bando tramite la convenzione di Ginevra. Il problema è tutto qui: un pezzo sembra anche carino, al secondo inizia a venire la tentazione di togliere questo CD e mettere altro, al terzo si hanno i primi accenni di nervosismo, al quarto ci si chiede chi te l’ha fatto fare. Insomma, per concludere, ci si trova davanti ad un album scritto a regola d’arte, con canzoni singolarmente discrete, ma che ascoltato per intero è di una noia mortale. Vedete voi se vi può bastare.
Reje
Voto:
5
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