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Appurato il momento vincente di un revival anni ’80 che vede riemergere dall’oblio pure le peggiori cariatidi, anche per Kim Wilde arriva il fatidico momento di battere cassa dopo due lustri interamente dedicati al giardinaggio (!!!), con tanto di documentari e trasmissioni per la BBC. A dir la verità si era già rivista tre anni fa, quando la tedesca Nena (altro relitto che da un ventennio prova a replicare invano il successo internazionale che non le ha più arriso dopo la fortunatissima “99 Luftballons”) la chiamò a duettare nell’ottimo remake della sua “Anyplace Anywhere Anytime” e Charlotte Hatherley, allora chitarrista degli Ash, esordì da solista con un pezzo intitolato proprio “Kim Wilde”. E’ proprio la cantante di Berlino a spingere per il definitivo ritorno alla musica della Wilde, offrendosi anche di produrre il nuovo disco, che viene assemblato sulla base di otto nuove composizioni abbinate a sei successi dei tempi che furono riarrangiati in chiave moderna (esattamente come fu per “Anyplace Anywhere Anytime”). Il risultato però globalmente delude: le rivisitazioni si lasciano ascoltare per mera curiosità, ma neanche una regge il confronto con la controparte originale, così come non convincono i pezzi nuovi (tolta l’incisiva opener “Perfect Girl”, episodio migliore del disco), che, seppur freschi nella forma, si limitano a ricalcare con meno ispirazione il pop leggermente sporcato di punk degli esordi; di poco migliore la situazione quando si prova ad uscire dal seminato (“Forgive Me”, synthpop danzereccio che incrocia l’ultimissima Madonna alla Kylie Minogue di “Fever”). Scivola nell’anonimato anche la comparsata della già citata Hatherley, coinvolta nell’improba impresa di rendere credibile la nuova versione di “Kids In America”. Alla fine la domanda è: chi, a parte Nena, moriva così tanto dalla voglia di vedere Kim Wilde rimettersi in gioco? Avesse continuato a destreggiarsi tra piante grasse ed orticelli la nostra vita sarebbe stata esattamente la stessa.
Tony Aramini
Voto:
5
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