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Bubblegum. Gomma da masticare. Un album all’insegna del disimpegno. Atmosfere soffuse, morbide ed ultramelodiche per la maggiore, in questo disco Lanegan sembra confessare una maturità più serena e pacata rispetto al grande Whiskey For The Holy Ghost, servendosi della sua vena cantautorale indipendente più accentuata e classica, rendendolo accostabile a grandi nomi ed avvicinandosi ai gusti più sobri del pubblico. Nonostante sia ormai indiscusso il suo talento di interprete e la poliedricità del suo stile espressivo, non tutti i brani si distribuiscono sullo stesso livello qualitativo: Bubblegum sembra nato più per egocentrica predisposizione musicale dell’autore che per bisogno di sfogare nella musica una vena creativa di grande impatto, quale si manifestava negli Screaming Trees o attraverso lo spigoloso folk-blues dei suoi primi album. Piuttosto spento in generale, quasi universale come direzione. La varietà degli ingredienti sonori si esprime attraverso lullabies come Strange Religion e cadenzati rock’n’roll come Sideways in Riverse, nostalgiche ballate come Come To Me (in cui il lato della consumata femminilità vocale di PJ Harvey trova un suo punto forte) e reminiscenze psichedeliche come Death Valley Blues. Persino una spagnoleggiante “Out Of Nowhere”. Insomma, sembra che a fare il prestigio del disco siano più le preziose collaborazioni di Josh Jomme (improvvisato batterista in Hit The City, Metamphetamine Blues e One Hundred Days), Nick Olivieri (basso e\o cori in Metamphetamine Blues e Strange Religion), l’affezionatissimo Chris Goss, l’elegantissimo Afghan Whig Greg Dulli, l’ex-A Perfect Circle (nonché compagno nei QOTSA) Troy Van Leween, lo storico bassista dei Guns n’Roses Duff Mckagan, ed altri ancora. Ecco cosa significa vivere di rendita.
Tiziana Brombin
Voto:
6+
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